Sinosteria, Roma

(ultima visita: Febbraio 2022)

A Roma ristorante cinese significa perlopiù quel che significa nel resto d’Italia -solita lista di piatti al solito basso prezzo fatti nel solito modo-, sicché aumentano, col crescere della qualità che si cerca volendo mangiar fuori, le chiacchierate tra appassionati su dove mangiare cinese MA buono, che detta così suona un po’ cattiva ma che tra romani si capisce, è quel tono un po’ sbruffone che… non andrei oltre circa la romanità e concluderei con “ce lo meritiamo, Alberto Sordi”.

involtini primavera

maiale con verdure piccante

Il bello arriva quando qualche nome nella classifica dei “più qualcosa” esce fuori (il dibattito che ne segue è, come sempre, articolato a piacere), e tra questi, ormai da un po’ di tempo, c’è Sinosteria, posto di qualità condotto dalla famiglia di Jun Ge e che fino a qualche anno fa si chiamava Asian Inn, a testimoniare già da questo cambio una visione di cucina e di “stare dove si è”, con la volontà e l’energia per dare direzioni nuove.

vino siciliano catarratto

Anche stavolta arriviamo a scriverne tutt’altro che per primi, quindi il grosso dei dettagli classici lo trovate già ovunque. Passiamo perciò oltre; è un posto in cui si sta bene perché il livello di confidenza, formalità, conversazione viene sapientemente dosato tavolo per tavolo da Jun che, si vede bene, prende prima le misure del cliente e poi, se si è entrati con curiosità, condivide quel che sa ed è, in proposte, suggerimenti e racconti di sé, concretizzando senza fatiche il senso della parola osteria.

riso bianco

L’amore per l’Abruzzo traspare in diversi momenti da menù, bottiglie in giro per il locale e parole, competenze e storie. C’è stata e direi che ci sarà collaborazione col ristorante Mammaròssa di Avezzano (AQ), altro posto speciale che muove appassionati da diverse città; è divertente e gustoso godersi questi territori condivisi in piatti di tradizione di diverse regioni cinesi che incontrano zafferano di Navelli, aglio rosso di Sulmona, mugnoli di Pettorano sul Gizio e altro.

crema di riso al latte di cocco con pollo zafferano di navelli e zucchine

Questo segnatevelo:

Crema di riso al latte di cocco con pollo, zafferano di Navelli e zucchine

E’ un divertimento ovviamente di gusto ma anche per la possibilità che offre di scambiare passioni ed entusiasmi, perché Jun si è innamorato dell’Abruzzo e te lo dice in mille modi, ricordandoti che fusion non vuol dire per forza che devi sovrapporre un mango e un pezzo di tonno, ma che culture e sorrisi possono incrociarsi per scoprire sorprese.

riso bianco con carne e uova

Abbinare le molte bontà del menù con uno o più vini è cosa che, nelle non molte volte in cui siamo riusciti ad andare, ho affidato al nostro eroe, con risultati sempre interessanti. E’ l’ulteriore divertimento, perché tra carta dei vini e proposte del giorno al calice siamo ad alti livelli non solo per quantità e qualità della proposta, ma anche per la possibilità di azzardare, sconfinare, bere a prescindere dalle mode, dalle diatribe naturale/convenzionale, da quel tipo di esperti che si prende troppo sul serio e non sa giocare.

vino primitivo puglia

Anche qui non vi diciamo nomi, cantine, uve: qualche foto c’è; per il resto troverete tanto, sarà tutto di valore e potrete rincorrere le accoppiate giuste chiacchierandone. Non succede spesso.

orecchie di maiale

Qui è dove vi chiarisco perché “ristorante cinese” sia una definizione restrittiva per Sinosteria:

Fuori menù, quella sera, c’era la trippa.
L’ho chiesta.
Sono tornati al tavolo. Era finita.
C’erano le orecchie di maiale.

Prese.

Insomma: atmosfera rilassata, genitori tra sala e cucina, figlio in giro per il locale a fondere culture, gente che mangia sorridendo, bocca pulita alla fine, con la voglia di tornare presto e di consigliare Sinosteria al successivo dibattito social o live di cui sopra, perché senti che sei stato proprio bene, che hai assaggiato o ascoltato qualcosa che non conoscevi. Mangiare fuori, per davvero.

vino rosso toscano miscelone

Prezzi giustissimi, zona magari non proprio top per passeggiata pre e post o per parcheggiare, ma ben servita dai mezzi pubblici. NON FATE QUELLA FACCIA; mi ha detto mio cugggino che una volta è andato al ristorante coi mezzi pubblici e non è morto.

Dàtece retta, sicuramente, ma qui tanto ve lo dice tutta Roma!

Bill Meyers – Images

Dovesse venir fuori una rubrica sugli album da isola deserta, quindi fino al tuo arrivo inutilmente dotata di elettricità, lo scrivente sarebbe in bilico tra questo e altri due o tre capolavori e a quel punto pazienza, porterebbe un maglione in meno e alé, ci stanno tutti.

Prologo

Chi cacchio sia Bill Meyers è una domanda che può sopraggiungere con una probabilità abbastanza elevata. Succede però che poi uno ascolta ad esempio l’intro di archi di Papa don’t preach della più famosa Ciccone della storia musicale e… sì, roba sua, come per parecchie altre cose belline tra pop, colonne sonore e produzioni varie.

La copertina è questa. La specificazione è dovuta, perché i vinile-addicted, i cercatori di CD rari e via elencando troveranno questo album, quando lo troveranno, in almeno quattro copertine diverse, di cui una uguale qìa questa ma con font più chiaro e più brutto

Succede spesso, però, che quando sei un grande musicista, arrangiatore, conoscitore profondo delle meccaniche su cui si fonda un brano, vuoi divertirti con una cosa tutta tua. Bill Meyers qui (1986) ha scelto di farlo alla grandissima, alla enorme, con un progetto con dentro tanti elementi che già presi singolarmente renderebbero difficile un progetto: alla base un ensemble che all’epoca poteva rientrare nel perimetro della fusion, musicisti di altissimo livello (cercate l’elenco dettagliato in rete, tanta tanta roba), una sezione archi, poi ottoni, legni, synth, pianoforte, l’incrocio di generi musicali distanti tra loro per carattere, timbri e secoli, tutto registrato live in studio su due piste.

Il risultato di tutta questa mostruosa ingegneria è mezz’ora di miracolo musicale carica di creatività, caleidoscopica, con uno spettro sonoro gigantesco e pochissimi difetti.

La tracklist

Si parte con AM, proprio una sveglia che suona già nel traffico con l’arrivo dei clacson, un inizio da cittadini e un’impostazione molto USA, che tutto sommato abiterà l’album un po’ ovunque. Orchestrazione poderosa, drumming nettissimo e frontale, assolo di piano che ti si porta appresso ovunque tu sia, potenza e pulizia da vendere.

PM. Si torna a casa, si rallenta in un jazz intimo con piano elettrico riverberato, chorus a manetta sulla chitarra e un formidabile Ernie Watts al sax. Fusion di livello molto alto, elegante e sospesa, che cede solo negli ultimi tre accordi al rilassamento completo.

Voyager comincia con un organo stellare in un tema efficacissimo che si fa raggiungere da diversi strumenti a fiato e, con qualche americanata di troppo, entra in un passaggio di synth che inventa un crescendo di tensione armonica con un passaggio fichissimo, che dall’improvviso pianoforte apre su un ritmo tosto e dritto dritto verso il suo stesso raddoppio, col basso che va di slap lungo un solo di chitarra teso e diagonale, fino ad arrivare su variazioni orchestrali interrotte da quattro interventi micidiali di batteria dell’allora giovanissimo Vinnie Colaiuta che spalancano a piena orchestra il ritorno ai temi affrontati nel brano. Spettacolare.

Heartland parte di intro sintetica per poi introdurre al piano un tema che viene ripreso in diverse ambientazioni di arrangiamento successive ed entra in un quattro quarti diretto diretto, che si interrompe con un ponte d’archi pronti a diventare protagonisti nel ritorno ritmico, su cui un italiano difficilmente non dirà “rondò veneziano!”. Alcuni passaggi da lì al finale sembrano proprio testimoniare che Meyers voleva giocare con tutti i suoni a disposizione e farli interagire nel trionfo finale.

Time warp si propone con due parti distinte in cui si viaggia per l’appunto nel tempo, presentando uno specifico tema di partenza che viene usato prima in veste jazz con orchestrazione classicheggiante e sax soprano molto raffinato in un solo bellissimo, e poi con l’elettronica su cui, tra piani elettrici e basso sintetizzato, viene costruita una seconda sezione nervosa e serrata.

Pastorale chiude col protagonismo del pianoforte che introduce una melodia di grande cantabilità e diventa ariosa volata d’orchestra, coi synth a colorare alcuni passaggi, arrangiamenti d’archi a suddividere i contesti e di nuovo il pianoforte splendido attore principale che, salendo di densità, porta sulla ripresa con la chitarra elettrica e il ritorno al tema con l’insieme musicale al completo, partecipe di un finale degno del capolavoro assoluto che questo album è, chiuso da tre accordi di piano in solitaria.

Vado a concludere, via…

Lo ascolto frequentemente dalla sua uscita, cosa di cui all’epoca venni a conoscenza (come di molte altre uscite) grazie a Richard Benson ed al suo Ottava Nota, programma fondamentale di una piccola emittente romana e di cui molti italiani conoscono solo la versione cinematografica, Jukebox all’idrogeno, con cui Carlo Verdone ha voluto rendere omaggio ad una grande trasmissione nel film Maledetto il giorno che t’ho incontrato.

Credo sia un album che non mi stancherà mai. Credo anche che, a parte qualche suono un po’ datato che magari tornerà di moda, sia un lavoro con scelte timbriche non troppo legate al suo tempo.

Registrato in modo splendido, con grandissima pulizia e sapienza e col mastering curato da Bernie Grundman. Personalmente l’ho usato spesso come riferimento per testare componenti hi-fi.

Dateme indubbiamente retta. È bellissimo.

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!

Existo Osteria molisana – Isernia

(ultima visita: varie lungo il 2021, ma ci si torna presto)

Isernia esiste come la regione che le sta intorno, la questione sembra ormai consolidata, ma la nascita di questo posto speciale è avvenuta in un periodo nel quale l’esistenza del Molise era un concetto passato da battuta a claim turistico (ovviamente senza che all’epoca le istituzioni abbiano fatto nulla per sfruttarlo, ma proseguiamo); da qui il nome, che rivendica dignità e territorialità con determinazione ma anche giocando.

Secondo me se entrate qui con questo spirito vi divertite anche di più, oltre a mangiare e bere bene. In sala, Luigia Pascale ha dato una caratterizzazione precisa ai tre ambienti che, tutti in fila, compongono un locale strutturato “così com’era” nell’ossatura, col risultato di sentirsi accolti e di entrare in un’atmosfera specifica, piuttosto chiara ma non obbligata, peraltro resa da subito sciolta anche da Carlo Pagano, sommelier con competenze notevolissime che sa rendere leggere (qui bisogna lèggere leggère!) al racconto di quanto offerto in bottiglia e al calice.

I tavoli all’interno sono belli e spaziosi, si sta bene, ma se è stagione c’è la piazzetta di fronte all’ingresso, totalmente pedonale come ogni vicolo in centro, che è una piccola meraviglia a sé.

C’è da divertirsi, dicevamo, perché le idee di Carlo e Luigia incontrano la mano di Marx Di Nella in cucina che lavora sulle materie prime con rispetto ma anche con qualche azzardo, sicché di fatto qui possono trovare soddisfazione sia gli OSATORI sia quelli che gradiscono piatti più dritti. Si parte spesso dalla tradizione dell’Italia centrale, ma col gusto talvolta un po’ sfrontato di farne un trampolino per qualche tuffo. Quindi, per intenderci: tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi l’ortodossia in cucina: pane, olio, ingredienti e conoscenza sanno guardare per terra dove i piedi son piantati, mentre tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi le tecniche nuove perché senza un sous vide in carta lasci indignato il ristorante al suo destino e piuttosto ti nutri di foglie al primo albero: couture, variazioni sul tema, remix e gastrofeaturing li trovi e hai anche di che parlarne coi titolari, che hanno simpatia e passione.

Il vino. Qui si gioca davvero, e si può giocare leggero, pesante, convenzionale, naturale, strano, normale, sconosciuto e famoso. Sussurrato suggerimento dello scrivente: potreste proporre a Carlo di scegliere per voi un calice adatto per ogni piatto che ordinate. Il viaggio così diventa esplorazione, anche perché si guadagnano l’emozione della sorpresa, una bottiglia inattesa, un punto di vista diverso dal vostro. Non perché ne abbiate di sbagliati, che c’entra, mamma mia quanto siete permalosi. Sembrate me…

Il menù: perché mai? Ve lo andate a leggere, il menù! Siam mica qui a fare gli elenchi, noi gente di livello, e poi ci sono i piatti del giorno che, incredibile, cambiano, rendendo non solo inutile quel che starei per dire, ma sfizioso scegliere magari da lì. Diciamo che, in funzione delle disponibilità, potreste trovarvi a voler mangiare pesce mentre eravate entrati con l’idea di carne, o viceversa, o siete vegetariani e sul momento non mi viene una cosetta brillante da dirvi ma insomma sarete contenti anche in quel caso, tranquilli.

Spesa: ottimo rapporto qualità-prezzo per il Molise, lacrime copiose di commozione se venite da Roma, Milano e affini.

Sì, ok, direte, ma un difetto? Cavolo, nemmeno un difetto?

Mah, dài, facciamo i cattivi e diciamone due, tanto a noi questo posto piace un sacco ma proprio un sacco lo stesso: uno è anche discutibile; potreste trovare qualche piatto un po’ un azzardo per accostamenti o tecniche di preparazione. È un posto in cui non ci si tira indietro quando c’è da provare un’idea nuova, e se vorrete stare al gioco lo spazio ci sarà e non potrete manco chiamarlo difetto. Il secondo no, ho deciso che è oggettivo: non mi piacciono le cover lounge dei brani pop in sottofondo 🙂

Fateci sapere quando andate, ché magari siamo lì pure noi!

Friccico Mangia&bevi, Roma – Un’osteria ai Colli Portuensi? Un bistrot? Sempre ai Colli Portuensi?

(visita di riferimento: febbraio 2022)

La domanda nel titolo ha un senso. Se conoscete la zona sapete perché e quindi dovrete pur convenire. Se non la conoscete chiedete a quelli del primo gruppo. Insomma, atmosfera un po’ così, che si stacca dal quartiere Monteverde -di cui è il confine Ovest- e in più segmenti preferisce agganciarsi al contiguo Casaletto. Insomma, per farla breve fidatevi, il blog che state leggendo ha un titolo intransigente che parla chiaro.

Esistono osterie ai colli portuensi, zona di Roma che per atmosfera non le richiama alla mente? Leggete qui...

Serena e Simone (sala e cucina) sanno fare ristorazione; sono, per diversi aspetti, complementari, ma quando sei lì è tutto coerente, fila tutto, l’ambiente è curato ma senza spingere sui formalismi, ci si sente accolti e si percepisce subito che… oh, vedete voi, ognuno percepisce quel che crede. Andate e percepite, mica posso dire tutto io…

Il menu parla lingue diverse: è locale per scelta delle materie prime (non si va al risparmio e la bocca lo sente), mentre le preparazioni guardano spesso il Piemonte: per i dettagli come al solito c’è Google e via dicendo, ma segnaliamo sicuramente il tonno di coniglio, il vitello tonnato (che gli anni ottanta hanno reso ingiustamente odiato da tanti e che invece, fatto bene, è un signor piatto), le tartare -che vengono proposte in diversi modi-. C’è tanto con cui divertirsi uscendo un po’ dal seminato romano, quantomeno di zona, tra ragù d’anatra, fagiano, carpacci, terrine… Diciamo che potrete anche uscire, volendo, dal classico metodo di scelta primo-secondo e giocare.

Buoni i dolci, ma non chiedete a me che sono uno poco appassionato al tema specifico.

Sulla carta dei vini avevamo scritto quanto segue, perché essendo noi gente serissima facciamo le cose a modino:

si può azzardare un po’ di più per renderla divertente quanto la cucina (si beve bene, ma con questa bellezza sulle materie prime starebbe bene qualche bottiglia un po’ fuori standard, per dare carattere e personalità anche a chi accompagna il cibo).

Ecco: non più. La carta è diventata divertente, perché Serena ci sa fare assai, dicevamo (ne parlammo anche, ma avrà ovviamente deciso di suo e non ci attribuiamo meriti, perché siamo gente anche di gran modestia).

Come sapete, qui di fare recensioni fighe ci importa poco, ché c’è gente in giro fatta apposta per scriverle meglio. Qui ci importa il racconto di esperienze e persone belle, e mangiare qui diventa dopo pochi minuti di conoscenza stare bene, affidando l’appetito a persone attente, scrupolose ma prive di pesantezze. Simone ha una mano assolutamente felice nel centrare il piatto su sapori primari che lascino emergere la qualità della spesa fatta; Serena conosce i suoi clienti, direi uno per uno, e sa cosa e come proporre, molto padrona di casa e con una cura chirurgica nell’approccio con le diverse tipologie di avventore.

Bravi!

Ah, già, il conto. Ci sta, prezzi del tutto in linea con la qualità e comunque non alti. C’è il menu sul loro sito web, andate pure.

Se invece volete andare proprio da loro, che come esperienza è meglio che guardare un sito web, andate qui.

DOC Cruderia EnoBistrot, Roma

(ultima visita: 13/2/2022)

Domenica a passeggiare, Porta Portese si avvia a chiusura e in zona c’è un movimento tutto sommato allegro e piacevolmente confuso. Fermarsi in zona a mangiare presenta qualche insidia, ma anche diversi posti che il tempo ha consolidato per qualità. Ne proviamo uno a noi ignoto. Questo.

Non si può dire che, guardandosi intorno, l’apparenza di quei cinquanta metri di strada lo valorizzi, ma questo locale fa il possibile per uscirne e proporre un angolino differente. Insomma, basta vincere gli esogeni indugi e le cose belle succedono. Vale pure per un sacco di altre cose, no?

All’esterno si sono organizzati per garantire un po’ di coperti e meno rumore possibile dal vicino semaforo. Il risultato è solo un minimo di rumore al passaggio del tram; siccome quest’ultimo suono è per me un sottofondo piacevole (a volumi da sottofondo, come qui) siamo di fronte a un pregio. Per voi persone più sane di mente sarà comunque una cosa di nessun disturbo.

Il menu sta in due pagine scritte in grande: carne cruda, pinsa, due insalatone, bruschette e taglieri. Offerta secondo me corretta e in armonia con un posto di dimensioni contenute. Carta dei vini senza sussulti ma pure senza banalità. Quattro vini al calice. Va bene così, poi con la confidenza romperemo le scatole su qualche scelta divertente in più, ma sono aperti da cinque mesi e la cosa va vista e capita nel tempo anche da dentro, oltre che a chiacchiere da qui.

C’è attenzione e cura per le materie prime e i condimenti. La carne viene dalla macelleria Feroci, l’olio utilizzato è un Sabina DOP e mi pare ci fosse anche un siciliano.

I “cubotti” di filetto hanno sapore e consistenza molto piacevolmente “raw” in parecchi sensi. Con sale, olio e pepe tutti a parte si direziona il piatto secondo gusti, ma il carattere c’è già così a nudo. La pinsa mantiene la croccantezza in superificie ma al morso le 72 ore di lievitazione (non) si fanno sentire, con una digeribilità che certifico scrivendo a quattro ore da lei come se non l’avessi mangiata, bei ricordi a parte.

Quando anche due verdure per una “variazione di insalata” richiesta sono presentate e condite in modo non superficiale ti senti contento e ti senti in un posto che forse un po’ ti somiglia, e in fondo spesso questa è una delle sensazioni belle per cui stai bene in un ristorante, mangiando cose “non di casa” e “fuori” ma avendo a che fare con persone e modi in cui in qualche modo ti riconosci.

Tiramisù tra i più puliti mai mangiati, finalmente con poco zucchero.

Conto del tutto in linea con la qualità. Bravi e buona fortuna!

Ah, già: eccoli qui.

The Tender Bar (George Clooney, 2021)

Amazon da un po’ ha preso a fare sul serio anche coi film; Clooney ha cominciato da tempo, quantomeno come regista (ma è difficile trovarlo scadente anche in film… omonimi).

Ora, “premesso che non sono un esperto di cinema” (ma tanto non sono esperto di un sacco di roba… e voi mica sarete qui perché cercate gli esperti, no?), a me pare che il nostro stia procedendo con grande coerenza stilistica e stia anche consolidando già una cifra specifica, un modo di raccontare asciutto, nitido, che non cerca il picco ma la continuità, non strappa ma anzi lega, fino quasi a voler rasentare la normalità, narrando in toni e sequenze che hanno fluidità e molta misura.

In qualche modo sembra che, con molte delle sue scelte da regista e da produttore (ma in parte anche di attore), Clooney sia impegnato a disegnare una sorta di mappa identitaria del novecento USA, inanellando storie che mettono assieme percorsi personali e contesti sociali di una patria con cui Clooney sembra procedere in pace, senza la necessità di autocelebrazioni o condanne (usando al più una apprezzabile sobrietà quando accade).

Direte “ok, ma il film? Questo The Tender Bar com’è?”.

Vabbe’, per queste cose ci sono le recensioni di quelli bravi. Qui si parla d’altro, si parla intorno. Se volete partite come al solito da qui e via, ne saprete di più. Tra l’altro alcune cose che possono sembrare o proprio essere buchi di trama, mancati approfondimenti o altro ancora non ho modo di valutarli appieno, perché non ho letto il libro da cui il film trae sostanza e quindi non posso dire in quale manico sia il difetto.

Una nota di colore, è il caso di dire: il teal and orange è bello, ok, ne abbiamo preso tutti atto, compresi quelli che non sanno di averlo fatto, però non è che il mondo sia proprio bicolore, eh? Proviamo a uscirne un pochino?

Bello, magari non quel mezzo capolavoro di Monuments Men, ma bello.

L’Osteria di Monteverde, Roma

(visita di riferimento: 08/01/2022)

E insomma, a Roma si mangia bene?

Eh, dipende.

Si mangia male?

Eh, dipende.

Però qualche certezza teniamocela stretta: con un po’ di cura nella ricerca, a Roma si può mangiare bene -e stare bene, che è un pezzo dei motivi per cui si rimane contenti dell’esperienza-. Spesso, poi, cercare nel proprio quartiere permette di scoprire realtà per loro natura “locali” e poco strillate, talvolta nuove e altre volte consolidate e… ok, basta, torniamo a cose personali.

Venire a provare la cucina e le idee di Roberto Campitelli significa predisporsi a provare un salto che dalla tradizione porta un pezzetto più avanti, dove succede che ti sorprendi, ti emozioni, provi a vedere com’è il mondo a un passo da te ma nella direzione che magari non avevi ancora preso.

Poi mica è detto che la deviazione di strada ti piaccia per forza, ché in queste pagine non garantiamo felicità assoluta e perenne -non ci riesce nessuno, figuriamoci noi-, ma l’accostamento più azzardato ti farà venire voglia, se sei almeno un curioso con la schwa, di provare in ogni caso il secondo boccone, per capire meglio.

Qui non si prende a pretesto la cucina “de ‘na vòrta” per girarle intorno, ed è questa una delle parti che mi piacciono di più: il piatto resta frontale, la porzione è quella sana, il sapore ti si presenta senza bussare, l’estetica è solo il saluto di arrivo. I giochi di contrasto esistono, ma forse più spesso Roberto si diverte con le assonanze, lasciando magari i contrappunti a qualche consistenza o temperatura.

Insomma, stare qui con loro è un po’ una festa del mangiare (ma si beve bene, anche, e lo sfuso è molto piacevole): i primi che comprendono sempre un paio di classicissimi per gli amici che non vogliono osare, il quinto quarto in diverse connotazioni, il pesce che va dal crudo a cotture meravigliosamente perfette passando per il pescato del giorno, verdure che fanno compagnia ai piatti non rimanendo mai nel ruolo del contorno, carni “de còre”, antipasti e dolci che, imitando i vegetali, non si accontentano di essere i “prima” e “dopo” del pasto, ma stanno alla pari col resto.

Il menu riesce ad essere non letteralmente corto, ma chiarisce che in cucina ci si diverte sul serio e tiene anche a specificare tra le righe: ok a qualche rassicurante carboidrato, ma un po’ di voglia di spingersi oltre serve.

Forse la prima volta, per i più timorosi, si tratterà di uscire un metro fuori dalle consuetudini, ma capitateci di nuovo e via via magari scoprirete che la comfort zone non la decidono i perimetri ma le emozioni.

Il conto ha perfettamente senso, centratissimo in sé e con un rapporto q/p che ti fa andar via sorridendo ed è tra le cose che ti fanno anche tornare.

Ah, puoi ritrovarti il cervello tra i dolci, ma ho due buone notizie:
– è gustoso, gradevolissimo e non fuori posto
– non è il tuo (l’avevo scritta ambigua, ho dovuto chiarire)

Ecco i dettagli qui.

Formaggeria da Francesco, qualità di cuore a Roma

Francesco è la formaggeria di piazza Epiro a Roma, è un banco di cose buonissime gestito da lui e dalla sua bella famiglia di donne luminose.

Siamo gente fortunata, che può non solo mangiare quando vuole, ma anche scegliere di farlo bene; che può scegliere cosa mangiare, come e quanto. Insomma abbiamo da occuparci solo della qualità. A Roma, però, per anni c’è stata una forbice, nel mondo dell’enogastronomia: sei del popolo o del popolino e quindi mercato, supermercati e via dicendo, prendi le offerte o quel che c’è e, semplicemente, mangiare; in alternativa sei fighetto, al confine con lo snobismo (confine a volte varcato ampiamente) e hai i tuoi posti, che fieramente frequenti nel tuo quartiere perché fa tanto chilometrizero, o altrove, perché “quella cosa si prende solo da quello”. E spendi, comunque tanto. A volte giustamente, a volte meno.

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Francesco ha fatto incontrare due mondi nemici; Francesco unisce; Francesco ha rimesso il mercato al centro del gourmet. O viceversa, che ce frega.

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Qui trovi l’anima popolare di Roma, non da cartolina ma vera, da toccare, e trovi anche una qualità che parte in alto e sale, pagando prezzi giusti che, alla base, stanno lì a dirti che non hai bisogno di risparmiare in giro per offerte, quando con poco o nulla di più puoi mangiare meglio.
Nel frattempo dài il meritato guadagno ad una famiglia, a persone di cui conosci un po’ della vita, le giornate e i sorrisi. È anche per questo che stiamo al mondo contenti, no?

Con certi clienti, poi…

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Trovate la formaggeria qui.

Cecilia Sanchietti – Circle time

La recensione di un lavoro riuscito ed efficace. Jazz da ascoltare con gusto grazie alla sua piacevolezza, per niente priva di contenuti ma musicale. consigliato assai.

Ecco qui il link