Per rispondere subito alla domanda nel titolo: non lo sappiamo.
C’è però una ricorrenza annuale un’iniziativa che funziona e raccoglie generazioni diverse, locali e turisti, simpatici e gente più particolare in un’unica grande cena socialissima, che per centinaia di metri percorre tutto il centro storico in un rettilineo gastronomico di tavoli, apparecchiati da chi si prenota con tavolo personale preso magari in garage oppure da ristoranti e trattorie che, con le postazioni di fronte al loro ingresso, propongono un menu dedicato.
Una serata decisamente conviviale di cui si parla in dettaglio qui sotto, nell’articolo del blog nostro amico Gomoda.
I centoventisei triliardi di percorsi che le nostre vite fanno ci portano talvolta lungo strade che, all’improvviso, diventano bivi. Siccome anche questi sono difficilmente numerabili, abbiam pensato bene di parlare qui di un bivio soltanto, però piuttosto cicciotto.
Domandare a noi stessi se si voglia adottare un cane (non ce ne voglia nessuno: la premessa di questo post è non comprarli ma dare una vita migliore a quelli in canili e rifugi) ha quattro vie principali di uscita:
“sì”
“no”
“uhm”
“ma come cavolo mi è venuto in mente anche solo di farmi la domanda”
Un piccolo universo emotivo, pratico, razionale e immaginifico si spalanca da solo appena si varca il perimetro della possibilità.
Naturalmente è perfino ovvio ricordarvi quante decisioni possa comportare una scelta simile rispetto alla vita che avete condotto e che poi condurreste. C’è da pensarci per bene non tanto in termini di tempo per decidere, ma proprio di contenuti da affrontare, quasi tutti con noi stessi.
Bene.
Se state leggendo pure questa riga vuol dire che perlomeno l’ultima delle quattro risposte dovrebbe non appartenervi. Procediamo tra noi rimasti sulla pagina.
Da dove comincio?
Dal canile. Il vostro comune, direttamente o tramite convenzioni, può indicarvi la struttura a cui rivolgervi. Deve essercene una di riferimento perché, come dice Gemini a cui l’ho appena chiesto, la Legge quadro n. 281 del 14 agosto 1991 sulla prevenzione del randagismo e la tutela degli animali d’affezione impone ai comuni di farsi carico della gestione dei randagi.
Da lì comincia il viaggio vero. Se non avete ancora considerato qualche aspetto nella vostra testa, è probabile che il questionario di ingresso al canile vi apra nuove domande, con le relative risposte che, affermative o no, lisce o ruvide, immediate o complesse, sarà interessante trovare dentro di voi.
Cosa voglio ricevere? Cosa posso dare?
C’è un primo elemento da affrontare con cura e delicatezza: perimetrare le vostre esigenze non dev’essere un elenco degli sfizi che volete togliervi prendendo un cane, ma nemmeno una lista di sensi di colpa perché moralmente sentite di dover stare a zero pretese. Premesso che queste esigenze saranno comunque soddisfatte “al meglio possibile” e non “alla perfezione” -come un po’ tutte le cose vere nella vita-, capire approssimativamente che tipo di giorni, mesi e anni volete condividere con l’animale è importante: per mille motivi personali potreste avere poco tempo, o poca possibilità di fare attività molto dinamiche, oppure ancora necessità di un animale tendenzialmente più mansueto o giocoso o esuberante o eccetera. Ecco, cercate di capirlo perché è bellissimo dare una casa e un “branco” ad un cane di un canile, ma l’importante è far sì che abbia una vita migliore, e siccome quella vita sarà vissuta insieme alla vostra è bene comprendere realisticamente che tipo di esistenza potete offrire e gestire.
Da lì, dalle articolazioni a cui queste domande portano, si arriva con lo staff del canile a immaginare chi tra i cani presenti in struttura possa essere affine a voi e a quel che potete dare, che diventa un passaggio fondamentale anche per quello che potrete ricevere. Prendete perciò seriamente questo passaggio, perché è uno degli elementi strutturali su cui poi si costruirà il seguito.
Gli incontri, l’avvicinamento, le verifiche anche a casa: trafila manichea o roba utile? (spoiler: la seconda che ho detto)
Individuato l’essere vivente con cui le cose assieme a voi potrebbero andare al meglio, ci saranno passi successivi variabili a seconda delle strutture, ma preparatevi alla concreta possibilità che la vostra vita venga scandagliata in modo più o meno approfondito, quindi per alcuni anche invasivo, da gente che giustamente collocate tra gli estranei. Un primo elemento di rassicurazione: tranquilli, anche voi siete estranei per loro, che però stanno lavorando per far stare bene anche voi da lì in avanti, quindi mollate un po’ e raccontatevi. Un secondo elemento di rassicurazione: questi passaggi servono. Cominciare ad avvicinarvi al vostro potenziale nuovo coinquilino potendo usufruire live dei consigli tecnici di gente preparata sul comportamento del cane e sulle vostre interazioni è una ricchezza: non lasciatevela scappare, arricchitevi, imparate, ascoltate, lasciate da parte orgoglio e pregiudizio e pensate a tenere in armonia ragione e sentimento. Entrambe le scelte vi aiuteranno.
Lungo il cammino, le carte “imprevisti e probabilità” da pescare potranno dire un po’ di tutto e anche su questo c’è da essere accoglienti, capendo via via come modificare andatura, passo e direzione a seconda dell’inciampo:
Voi e il cane potreste nei fatti non rivelarvi come la coppia perfetta che immaginavate, e probabilmente non sarà colpa di nessuno: sì, il cane potrebbe manifestare aspetti inattesi e non facilmente riassorbibili del suo carattere, ma anche voi potreste via via capire meglio qualcosa di voi che magari credevate di conoscere. C’è da lavorarci, insomma. Anche con voi stessi
La struttura, anche se assolutamente efficace ed efficiente nell’operato di chi ci lavora, potrebbe non avere, nel periodo della vostra ricerca, un cane “perfetto per voi”. I margini di questa approssimata definizione sono non lineari, ed è quindi possibile che la cosa emerga nel corso degli incontri. Funziona così pure tra esseri umani, d’altra parte, perciò figuriamoci qui
in generale, per i motivi suddetti ma anche per altri, si può valutare di comune accordo con la struttura il passaggio ad altri lidi in cerca di soluzioni più adeguate. Ancora una volta non sarà colpa di nessuno ed è così che dovrete viverla. Ci si è provato, non ci si è riusciti, ci si riprova
Tra le “invasioni” di cui parlavamo potrebbe esserci (in genere c’è) una parte di indagine riguardante la vostra casa: che spazi avete (quasi mai importano i metri quadri in sé: parliamo di terrazzi, balconi, scale, altri animali, numero di umani in casa, … tanti modi di misurare). Questo potrebbe comportare anche visite a domicilio, per verificare se vada fatto qualche intervento: magari una rete di protezione, la sistemazione di qualche oggetto o mobile per creare una situazione più accogliente o sicura… Prendete tutto questo per quel che è: nulla di personale, ma solo mettere voi e il futuro coinquilino in condizione di cominciare la nuova vita in modo “safe and sound”. Sì, ok, avrete la vaghissima sensazione di rappresentare, tra i due esseri viventi in ballo, il soggetto di minor interesse in questi piani di sicurezza e benessere, ma tirate dritto, si fa per il bene di tutti!
A casa: e ora?
Ora c’è il futuro.
Il futuro comincia col viaggio verso casa (se a portarvelo non sarà qualcuno del canile), tragitto lungo il quale starete lì come fessacchiotti ad assicurarvi che non abbia smesso di respirare, che l’avvallamento nell’asfalto appena affrontato non abbia sbalzato la new entry nel ruolo di new exit dal finestrino, che il traffico si sposti al vostro arrivo come foste un corteo presidenziale e altre parallele sobrie aspettative da realizzare.
A casa verrà il bello, e qui invece non si può spoilerare granché, perché sarà tutto un po’ inedito anche per chi l’esperienza l’ha già fatta. C’è un primo tunnel in cui vi suggeriamo di entrare, perché avendo attenzione e ascolto verso chi è competente se ne esce più consapevoli: sarà la selezione di buon educatori e relativi video esplicativi tra quei sette-otto milioni di tutorial web su come fare qualunque cosa, come non sbagliare qualunque cosa, i sette errori da evitare, le quattordici mosse da conduttore di cani provetto, i ventuno richiami che funzionano, i ventotto che non funzionano, eccetera. Fate, fate. Servirà. Ed ecco il day by day: primi giorni e notti, ambientamento, orari dei pasti, orari delle uscite, ritmi circadiani, ritmi circa sani (molto circa, inizialmente), relazioni sociali in strada e con gli amici, … In questo costante ma divertente casino cercate di prestare attenzione ad ogni modo in cui il cane si esprimerà: al di là di abbaiare, piangere, scodinzolare (e lì dipende anche dal come!) e altre attività classiche, con un po’ di cura scoprirete già nei primi giorni il modo in cui vorrà farvi delle richieste, esprimere una frustrazione, desiderare una cosa o un’altra, avere un’esigenza… Anche gesti apparentemente casuali, magari, ripetendosi in alcune circostanze, vi insegneranno il suo modo di interagire con voi.
Tutto sarà da capire con un esercizio di conoscenza reciproca. Ci sono due notizie, una così così e una davvero bella: dovrete farlo insieme, e vorrete farlo insieme.
Epilogo
Insomma: adottare un cane, sì o no? Ma diamine, son domande da fare agli altri? Che modi! Fatevi le domande, datevi le risposte, datece retta!
Un weekend di quelli per “staccare”, per cambiare visuale e un po’ pure orizzonte, cercando non lontano da Roma un posto tranquillo e per noi sconosciuto.
Eccolo.
Grosseto è, parlando di centro storico, una cittadina dai confini chiarissimi e netti, costituiti dalle mura bastionate medicee e dai giardini che consentono di percorrerle per intero, lungo l’esagono che appunto cinge il centro. L’effetto è imponente anche se forse ci sarebbe da lavorare per valorizzare meglio questa costruzione ed il verde che ospita, cosa che tutto sommato si può dire anche del centro stesso.
Grosseto è un bel corso pedonalizzato con negozi, una bella piazza col duomo e i portici… e tante piccole vie intorno, semplici e godibili.
Il turismo non è il punto forte della città, e, se da un lato ne siamo stati contenti per la gradevolezza dei giorni che abbiamo trascorso lì, dall’altro ci chiediamo anche come mai la “porta della maremma” sia tutto sommato socchiusa quanto a promozione turistica, a maggior ragione visto che le cose da fare e vedere per un weekend ci sarebbero.
Con pochi minuti di autobus (e pure qui un minimo di informazione non guasterebbe, perché capire qualcosa sugli orari richiede buona volontà) si arriva a Marina di Grosseto, che non abbiamo visto, e a Castiglione della Pescaia, che abbiamo visto e che ci è piaciuta molto per il suo centro sul mare con negozietti, un esteso lungomare pedonale e una parte storica più in alto piccola e intatta.
Per dormire si sta bene e con ottimo rapporto qualità/prezzo al Grand Hotel Bastiani, che ha pure una sala colazioni bella da vedere e vivere.
Roma è faticosa, si dice non a torto, ma offre mille occasioni quotidiane per chi sia curioso di bellezza, cultura, divertimento. Il vino cos’è, se non perlomeno tutte e tre le cose?
Succede poi che, proprio a Roma, tra le moltissime rassegne dedicate al vino ce ne sia una, ormai divenuta di rilevanza anche storica, Vignaioli Naturali a Roma, partita nel 2008 quando abbinare la parola “naturale” al vino non era ancora nemmeno l’inizio di una moda per certi versi ormai tramontata. Stiamo parlando, insomma, di una manifestazione solida e costruita su un’idea di vino e di mercato che prescinde dall’hype che il fenomeno ha vissuto già.
Ok, ma cos’è il vino naturale? (spoiler: di preciso non si sa, ma…)
Cosa cavolo significhi vino naturale è questione che non intendiamo affrontare qui, per via del fatto che fuori da questo blog abbiamo anche una vita; passare un mese a scrivere di semantiche improbabili e non disciplinate sarebbe un esercizio di stile un filino dispendioso rispetto all’utilità che ne avreste in cambio.
Facciamola allora più semplice, anche se ovviamente superficiale: produttori evidentemente non giganteschi e non industriali scelgono di fare vino minimizzando i trattamenti in vigna, per intensità e tipi di sostanze, nonché muovendosi in totale coerenza con la vigna da quando l’uva arriva in cantina a quando diventa un vino pronto per la vendita. Filosofie, approcci e linee di azione (relative anche all’etica, al lavoro, all’ecologia in senso più ampio) assumono a questo punto tratti più o meno marcati e radicali, ma la sintesi è, in sostanza, un processo agricolo e produttivo il più vicino possibile al rispetto di quel che la natura ha fornito.
Che succede in conseguenza? Dal punto di vista delle capacità a produrre, fare vino cosiddetto naturale (lo scrivente preferisce dire artigianale) richiede competenza, bravura e attenzione come (o più) che fare vino “convenzionale”, perché il risultato a produrre in questo modo è un vino che i sognatori amano chiamare “libero”, ma che -detta più asettica- ha subìto meno correzioni di rotta in corsa. Succede quindi che, se il lavoro di viticoltore lo fai in modo approssimativo, il vino sarà pure naturale (e già si potrebbe poi non esser d’accordo sul termine, per motivi talvolta misurabili), ma si collocherà tra l’inutile, l’imbevibile e -nei casi peggiori- il dannoso. Se invece sei bravo, quel vino diventa a suo modo unico, diventa una storia a sé che, per forza di cose, i convenzionali non potranno essere, e che altri artigianali non vorranno essere.
Insomma, qui non si demonizza il vino convenzionale né si santifica quello artigianale, anche perché un vino convenzionale può esser buonissimo e fatto benissimo e il problema del vino per la salute resta largamente l’alcool. Semplicemente, qui ci si diverte molto di più a bere artigianale, perché il vino racconta al naso, in bocca, negli occhi storie più personali, meno codificate.
Più umano, più vero, direbbe il poeta.
Cosa abbiamo assaggiato (spoiler: cose buone, in più casi molto buone)
L’elenco dei produttori comprendeva più di cento nomi, sicché disgraziatamente proprio tutto tutto non s’è potuto provare. Ci si è però trovati assai bene sorseggiando i diversi prodotti che ciascuna di queste cantine qui elencate ha portato:
Nel nostro giro, insomma, son state visitate Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Emilia, Puglia, Piemonte e… Catalogna, appena più lontano.
Molti i rifermentati/ancestrali/pet nat e via dicendo, con produzioni la cui qualità è garantita dal nome Tiziana Gallo, la donna che ha creato la rassegna e portato avanti sempre il tema della qualità a prescindere dal fatto che il naturale fosse fashion. Anche i bianchi macerati hanno avuto largo spazio, com’è normale in questo contesto, e -attenzione attenzione- abbiamo bevuto perfino qualche affinato in barrique di primo passaggio, cosa che invece col contesto ha a che fare ben poco.
Insomma, non che andasse per forza detto, ma bere artigianale dà tanta tanta soddisfazione e gusto, essendo ormai anche piuttosto chiaro e consolidato nel settore che un vino sgradevole ma naturale è sgradevole senza ma; c’è voluto qualche anno, ma il livello medio si è alzato e le discontinuità si sono fortemente ridotte.
Questo specifico evento, peraltro, come abbiamo già detto è da sempre tra quelli che garantiscono un livello qualitativo rassicurante, ma ci ha fatto comunque piacere aver assaggiato solo vini che, per capirci, anche chi non frequenti i naturali può bere senza avere qualche perplessità. Non ce ne vogliano i produttori di valore: intendiamo solo dire che, in questi anni in cui la moda del naturale ha portato ad un’offerta molto variegata, è capitato di bere… diciamo un po’ di tutto, con qualche filosofo anarchico che, per ideologia o anche solo per poca competenza, ha messo in commercio bottiglie con difetti evidenti, vendute comunque al prezzo di vini che i difetti non li hanno.
Ma come va ‘sto mondo del vino? (spoiler: dipende)
Il mercato del vino, per motivazioni che le nostre competenze esporrebbero qui in modo scadente, non se la passa benissimo. La situazione economica (il combinato disposto stipendi bassi-prezzi che salgono) non aiuta affatto. Nel frattempo, oltertutto, quello che non chiameremo storytelling ma che insomma è il modo di proporre il vino sa di vecchio, è spuntato, vende un mondo un po’ pesantone e intellettualoide che, con l’invecchiare di quelli venuti su a degustazioni e corsi per sommelier e l’arrivo di gente più scialla, fa sembrare a questi ultimi la bottiglia di vino come il biglietto da visita di una rottura di maroni, l’ingresso in una stanza polverosa di cimeli da dover riconoscere uno a uno.
I ragazzi -e anche molti “meno ragazzi” ma comunque giovani- vogliono bere per il gusto di farlo in compagnia, ridendo tra una chat e una chiacchiera informale. Sicuramente le pessime robacce zuccherate, una discutibile idea di mixology o le lattine di intrugli con alcool sono il male, ma che l’alternativa proposta finora sia stata l’obbligo morale di intravedere al naso prima del sorso quantomeno due frutti di bosco e un brand esatto di tabacco essiccato al sole in un quartiere di Marrakech non ha propriamente supportato il desiderio di bere un buon vino.
Sono moltissime le persone che chiedono non tanto un vino diverso, ma un modo diverso di fruirne, di usarlo. Rassegne come questa sono il trionfo (qui a livello alto, ma ce ne sono di più pop) di un modo di vivere che pure nel vino porti racconti, storie di artigiani, caratteri e personalità magari non tutte rettilinee ma -ecco il punto- attraenti, intriganti, che ti fanno avvicinare senza esigere Sapienza.
Poi per carità: qualcuno, magari, dopo l’ennesimo assaggio di questo Sabato romano, aveva la faccia e la lucidità di chi avrebbe probabilmente gradito da lì in poi pure il talco mentolato sciolto nell’orzo in tazza grande, ma perché mai il mondo del vino dovrebbe condannarsi da solo ad essere eternamente non democratico? La selezione all’ingresso per censo nozionistico è ben poco lecita e chi è felice ha ragione (se poi cortesemente magari non guida, ecco).
Insomma è andata bene? (spoiler: sì)
Ambiente: l’hotel Excelsior di Via Veneto non abbisogna di introduzioni né descrizioni: è un luogo in cui si vanno a spendere 30 euro perché più di cento produttori in due sale molto belle ti fanno vivere un bel pomeriggio assaggiando vini di livello qualitativo medio certamente rilevante, a prescindere dai gusti personali che fanno preferire questo o quello. Puoi parlare coi produttori e conoscere davvero le storie di una bottiglia, di un’annata, di un terreno, e puoi farlo con uno staff che ha funzionato e un’atmosfera magari anche più pomposa di quel che servirebbe ma che, dài, ti fa dire: perché non viversi qualche ora speciale?
Ci siamo divertiti. Sintetizziamo così com’è giusto e in tema, asciutti e asettici come Vienna talvolta sa essere.
L’arrivo
Dall’aeroporto alla città c’è mezz’oretta di treno. In merito ci sono due possibilità, similmente a Roma, ma con forbice di prezzo più ampia:
un treno da 4.50 euro, chiamato S7
il CAT, avendo necessità o desiderio di metterci dieci minuti in meno e gradendo la sola fermata di arrivo, da 14 euro
Il dilemma non è stato particolarmente dilaniante.
tip 1 di 2: nella hall dell’aeroporto la fila alla biglietteria elettronica farebbe venir voglia di scendere nell’area treni e cercare lì analoga ticket machine. Ecco: fatelo, perché c’è
tip 2 di 2: tendenzialmente
gli S sono treni di superficie, viaggianti talvolta sottoterra
gli U sono treni di sottoterra, viaggianti talvolta in superficie
Com’è fatta?
Una bella fetta di viaggiatori europei conosce questa città, ma non è che qui si rinunci a parlare solo perché voi andate in giro, eh? Quindi, asciugando il tutto fino a realizzare una sintesi di mirabile superficialità, Vienna è un po’ così:
Il centro del centro è interno ad una specie di poligono costituito, in senso orario, da:
Ring (da est a nord)
Donaukanal (un ramo del Danubio che già di suo fa la figura di un fiume nemmeno piccolo). da nord a nord-est
Lungo il Ring, ma anche lungo una sorta di sua corona esterna, ci sono monumenti, palazzi e musei a mazzi, che di fatto estendono il centro
da lì verso l’esterno partono i numerosi quartieri, che in una sorta di spirale a partire dal centro sono denominati con un numero crescente.
Più superficiali di così non siamo riusciti, spiacenti.
tip 1 di 2 su com’è fatta Vienna: non è detto che vi servano abbonamenti ai mezzi pubblici, se amate camminare e vivere a piedi la città, perché Vienna, quantomeno nei suoi quartieri attorno al centro, non è enorme
tip 2 di 2 su com’è fatta Vienna: in inverno è fatta di freddo. Maglia termica sotto al maglione e, volendo, pantaloni termici. Ci ringrazierete
Cosa abbiamo fatto? E visto? E sentito?
Eh ma quante domande…
I nostri cinque giorni qui, tra un freddo pungente, un’umidità indiscreta, qualche fiocco bianco e ventate on the rocks, son passati senza liste delle top N cose da vedere, sicché si è camminato molto e ci si è permessi qualche giro fuori standard.
Per dormire (e cenare a casa, di fatto) abbiamo scelto il quartiere di Wieden, davvero gradevole e poco turistico, ad una passeggiata di distanza dal centro lungo il lato ovest del Castello di Belvedere. La struttura, Pakat Residences, è un palazzo dedicato allo scopo, funzionale, pulito e certamente all’altezza dei severi canoni di Dateme retta.
Musei
A Vienna è un po’ bizzarro fare una vacanza senza visitare nemmeno un museo. C’è un “catalogo” di possibilità davvero imponente. Qualunque ricerca preparatoria di un soggiorno qui vi porterà un elenco che sarà impossibile esaurire nel corso della vacanza. Le nostre scelte, dettate da considerazioni che vi diremo sotto, sono state solo due, in modo da avere altro tempo per conoscere la città anche fuori dal suo centro, seguire altri eventi e godersi una pianificazione non aggressiva. Va aggiunto che, se si è davvero appassionati, ciascuna delle due scelte può richiedere anche una giornata.
Kunsthistorisches Museum Questo a nostro avviso va scelto a prescindere. Collezione magnifica, esposizione di altissimo livello con molta luce naturale, sale funzionalmente pensate per godere delle opere. C’è un bar al centro del museo, che non abbiamo provato ma che è molto bello e fa molto coffee culture viennese
Si visita anche un palazzo con le sue sale, al di là delle molte opere esposte
Si passeggia lungo un grande giardino, peraltro percorribile anche non facendo biglietti
Si visitano tre edifici vivendo tre contesti diversi per ambientazione, mood, esposizione, periodo storico, partendo dal medioevo e arrivando al contemporaneo col Belvedere 21.
Si dice spesso che Vienna è cara. Di sicuro per un italiano non è economica, ma tra ciò che effettivamente costa di più ci sono di certo i biglietti dei musei. Le due visite, in ogni caso, valgono il prezzo.
Chiese
Tante e belle. Ne abbiamo viste alcune e quindi, ovviamente senza pretese di esaustività, vi diciamo di non perdervi queste:
in centro (dentro il Ring, quindi):
San Pietro, praticamente lungo il Graben
Sant’Agostino, alle spalle di Hofburg
San Ruperto, in una piazzetta che è anche un suggestivo ingresso al ghetto ebraico dal fiume
Santa Maria sulla riva (arrivateci da Tiefer Graben per govervi un bel colpo d’occhio)
Sant’Anna, di fronte ad un’uscita laterale del Casinò che, di sera, per via di alcune presenze umane sospette, rende la piccola via un pochino inquietante
Madonna della neve, diciamo non la più bella ma con una personalità e una piazzetta tutta per lei
..ok, ok, anche Santo Stefano che poi è il Duomo, ma che però è anche la meno godibile (leggi: overtourism) nonché quella per cui l’ingresso si paga, al netto di una sosta nell’endonartece. Ad ogni modo, anche il Duomo, visto dall’esterno, è un gran bel vedere.
fuori dal Ring:
la Chiesa Votiva (imponente come il Duomo ma, appunto, meglio godibile e visitabile, con una frazione minimale dei turisti rispetto alla prima)
Santa Maria Ausiliatrice, lungo la strada pedonale omonima, gradevole e dedicata allo shopping dei viennesi, che parte dal Museumquartier
Santa Elisabetta, proprio a Wieden, il nostro quartiere, in una piazzetta piacevolissima con ampi spazi pedonali e punti di ristoro da locals.
Cose belle delle chiese a Vienna: ci sono i fedeli dentro. Pregano pure, e cantano che è un piacere. In ogni chiesa c’è qualcuno seduto in quanto cattolico, più o meno a qualunque ora.
Concerti
Non saremo certo noi a svelarvi che tra Vienna e la musica classica esiste, come dire, una qualche connessione. La cosa si traduce in vario modo nella vita della città: turisticamente, ci sono un museo dedicato, la casa di Mozart, numerose sale e quant’altro, ma molte chiese hanno un loro programma di concerti che raduna anche i cittadini, oltre ai visitatori. Cercate quel che accade in merito durante la vostra permanenza; a noi è andata benissimo nella suddetta chiesa di Sant’Agostino, con una messa parrocchiale che aveva come soundtrack la Messa solenne di Mozart, KV 337.
Quartieri
Tra le bellezze di una vacanza in città ignote c’è, secondo noi, il perdersi tra quartieri “normali”, camminandoci dentro come fossimo tra concittadini in un giorno qualunque, un po’ per vedere di nascosto l’effetto che fa, come diceva il poeta, e un po’ perché è uno dei modi per assorbire realmente qualcosa di autenticamente identitario del luogo.
Spinti da cotanta motivazione anche su Vienna, possiamo dirvi questo:
Centro Bello, certo. Stiamo parlando di Vienna, sicché ritengo impossibile definire oggettivamente meno che bello il suo centro. Quasi interamente pedonalizzato, ricco di viali ben tenuti, pulito, architettonicamente ben fatto (con qualche svarione, ad esempio di fronte al Duomo), interessante se si abbandonano le due vie principali e si gira tra vetrine di piccole gallerie d’arte, pasticcerie sontuose e qualche negozio meno appariscente, carica di fascino in molti scorci e in molte luci… Insomma, sarebbe davvero un centro storico bellissimo se non fosse per questo flusso turistico ormai teleguidato che caratterizza tante città, ne satura in modo non gestito le zone che hanno l’hype del momento e toglie concretamente identità. Un peccato davvero, oltretutto ormai diffuso (in Italia abbiamo come minimo tre casi clinici sul tema), dovuto a stimoli e approcci promozionali mirati alle classifiche, alle top 5 cose da fare, alle prime 3 da non perdere, col risultato che un pellegrinaggio laico ritiene compiuto il viaggio se ha spuntato le voci obbligate di un elenco, come se Vienna o un’altra città fosse il disegno nella Settimana Enigmistica che si vede solo unendo tutti i puntini numerati
Ring certo che non è un quartiere, ma ha una personalità a sé stante, un aplomb, una allure, un qualunque vocabolo francese elegante di vostro gusto, che lo rendono distinguibile. Qui c’è il fluire ininterrotto dei tram, il passo svelto degli indomiti corridori, qualche bici, la solennità di grandi opere come musei, municipio, palazzo imperiale, colonne, porte d’ingresso alla città, teatri, vita centrale e periferica che si incrociano, evidenti come in un aeroporto gigante che vede passare chi parte e chi arriva. C’è il fulcro del movimento di questa città e camminarci dentro, anche senza avere una destinazione precisa, è un’esperienza bella da vivere
Neubau e Laimgrube a “monte” del Museumquartier c’è un distretto che dal centro sale dolcemente e, tra vie e viali, ti porta un po’ a spasso in una città meno austera e seriosa, con una lunga strada pedonale strapiena di negozi un po’ mainstream ma non oppressiva (la suddetta Santa Maria Ausiliatrice, Mariahilferstrasse) e tante vie molto animate dalla quotidianità cittadina
Wieden Il quartiere in cui abbiamo dormito è, nella zona più a est, raffinato, essenziale, di residenze e uffici, con poco commercio e molta tranquillità, tra qualche caffè e bottega elegante, in un’atmosfera molto calma, e si movimenta via via che ci si sposta verso ovest, fino ad arrivare al Naschmarkt, divertente tonnara turistica di ristorantini e banchi alimentari che, nei weekend, prosegue verso sud-ovest con un mercato delle pulci simpatico e fruibile senza paure
Weissgerberviertel La quasi totalità dei turisti ci va per UN SOLO motivo, chiamato Hundertwasserhaus, un condominio di edilizia popolare assolutamente originale che però va visto ignorando il caos che ormai ci si è creato attorno. Il resto del quartiere è molto piacevole e la sensazione è che il suo lato nord, lungo il fiume, d’Estate sia molto vissuto. Torneremo!
Heiligenstadt Se volete vivere la periferia, vedere come siano state concepite nel secondo dopoguerra le case popolari e le loro zone di accesso, fatevi un giro qui, con metro o tram, e su tutto visitate Karl Marx-hof, grande palazzo residenziale con giardino, tram, bus e metro a un palmo, per farvi un’idea su una certa visione del mondo.
Ok, ma per mangiare?
Se già di suo l’italiano può permettersi becere battute da bullo sulle altrui tradizioni culinarie, l’ampiezza di spettro delle proposte gastronomiche austriache non fa che aggravare il problema. Va però condiviso che, quando si nasce nel lato fortunato del mondo, divertirsi col cibo -anziché lamentarsene- è un dovere morale, anche perché, a parte la poca varietà autoctona, qui non si mangia male.
La sintesi di quanto provato:
ristoranti
Cafe Goldegg a Wieden: atmosfera molto viennese, ma più informale che elegante, anche se non manca la persona che si occupa esclusivamente di accogliere e salutare i clienti. Buona esperienza complessiva, ma il suo top anche per vivere un pezzo vero di Vienna sono le colazioni salate
Glacis Beisl a Museumquartier: attenzione, perché qui siamo sostanzialmente al top di quanto abbiamo testato. Ambiente un po’ freddino all’interno ma molto bello nel giardino d’inverno e, con l’immaginazione, anche nel cortile estivo; soprattutto, gli abbiamo conferito il titolo di miglior Schnitzel e miglior goulasch (entrambi da carni bio che avevano il loro sapore a prescindere da quel che gli stava intorno), nonché quello di menu più fantasioso. Bella scelta anche di vini artigianali (con ricarichi che purtroppo restano un problema anche fuori dall’Italia, pare)
Boheme tra Neubau e Museumquartier: la musica lirica è coprotagonista in sottofondo costante per questo ristorante molto molto viennese, con legno alle pareti, menu del giorno assolutamente convenienti e una cucina senza strilli ma solida
Burger Bros “The Mall”: se per qualche motivo siete finiti nel centro commerciale che corrisponde alla frequentatissima stazione Wien Mitte, questo è un posto divertente con un menu sfizioso e buona qualità
Cafe Restaurant Raimund, Museumquartier: anche qui atmosfera molto viennese, un minimo più formale che altrove ma con avventori di varia natura; menu che non si sposta dal solito ma funziona. Menzione per la Sacher
Wiener Cucina, nella zona del Belvedere 21: con l’arte contemporanea una sorta di osteria contemporanea ci sta bene. All’interno del vecchio arsenale, che ora ospita anche un museo, questo posto grazioso e accogliente di fresca apertura ha un menu piuttosto classico e corto, ma anche una gentilezza e un buonumore (le origini napoletane della titolare aiutano indubbiamente) che non troverete spesso altrove. Cortile esterno in cui d’estate dev’essere una gioia mangiare
pasticcerie, forni e caffè
Kleines Cafè: pieno centro. Se vi sta bene il cash only, che a quanto pare qui a Vienna è permesso perché esplicitamente indicato in vetrina, ci troverete un’atmosfera da piccolo pub, raccolta e del tutto informale, ma pure una Sacher notevole
Oberlaa: catena di pasticcerie di cui abbiamo visitato la sede a due passi dal Duomo, con tre piani di tavoli, un ambiente elegante e curato ma non leccato, e con prezzi sensati. Forse il premio Top Sacher va a loro
Offerl: noi abbiam provato quello del link, in centro entrando dalla stazione di Wien Mitte, ma si tratta anche qui di una catena. Se vi sta bene spendere 4.80 per un croissant nel 2025, qui mangerete uno dei migliori a Vienna (il migliore riferito ai nostri rigorosi test)
Backwerk: altra catena, di cui quella nel link è la sede più centrale, nel grande sottopassaggio di Karlsplatz a ridosso dell’uscita per l’Opera. In tantissimi vanno per prendere singoli pezzi da asporto come panini o dolci, ma per quanto ci riguarda il divertimento è stato tutto coi burek, farciti in vario modo. Che significa “non so cos’è un Burek”? Andate in Mitteleuropa e assaggiate, no?
Furgoncini: di tanto in tanto vi capiterà l’equivalente dei vecchi Ape Piaggio aperto da un lato a fare caffè. Ecco: generalmente fanno specialty coffee, quindi sono occasioni per bere un caffè buonissimo (per alcuni gusti magari un po’ radicale) a un prezzo decoroso
supermercati
Billa: molte sedi in giro. Tra i motivi per andarci: ottima scelta su tutto, prezzi buoni, area prodotti freschi in scadenza con sconti (utilissima per noi che facciamo i turisti e non accumuliamo provviste per un mese). Inoltre alcuni hanno un’area food interna con qualche tavolino per un pranzo volante
Spar: altra fascia di prezzo, specie se entrate in quelli marcati Gourmet, però magari salvano la giornata per qualche emergenza
bar Bar? Quali bar?
Stranezze? Particolarità?
Cose peculiari sparse di Vienna winter 2025:
le marmittefetenti In prossimità del Ring attorno al centro viaggiano serenamente, e non solo di tanto in tanto ma frequentemente, auto che fanno una puzza che in Italia si riscontrava attorno al 1981. Ciò accade lungo viali enormi e quindi con auto piuttosto distanti dal marciapiedi, a sua volta enorme anch’esso. Questo per dire che la puzza è proprio rilevante.
Magari ci è andata male con un regolamento municipale che segue il freddo, secondo cui in inverno possono circolare le Euro -1, Euro -2 eccetera. Ahahah, che ridere.
le ciclabili per i runner le ciclabili, naturalmente sparse un po’ ovunque, sono sostanzialmente vuote o percorse talvolta dai rider. Sicuramente in estate sarà tutto molto diverso, ma di gente in giro ce n’era e l’effetto era un po’ strano, anche rispetto ad altri posti in Europa in cui l’inverno non ferma i ciclisti. In compenso sono davvero molti i runner, uomini e donne che, indomiti, attraversano la città come fosse normale farlo correndo a quella temperatura, senza uno straccio di sofferenza nell’espressione.
Forse durante l’attività con vento, freddo e umidità perdono l’articolazione dei muscoli facciali
la vastità del cash-only i negozi totalmente o parzialmente “cash only” non sono pochissimi, visto che parliamo di una importante capitale europea. Per utilizzare paragoni recenti, città decisamente meno grandi e famose come Sofia o Brno sono messe largamente meglio. Diciamo che stupisce, in particolare, leggere questa indicazione anche nelle vetrine di alcuni negozi di rilievo e in pienissimo centro.
Fa un po’ sorridere, questa Vienna anti-capitale che fa una commercialissima offerta a commercialissimi turisti
l’altalenante simpatia L’espansività tricolore, lo sappiamo, può arrivare nella sua genuinità a risultare perfino fastidiosa e invasiva, ok. Non è però praticando comportamenti raggelanti che si arriverà a relazioni equilibrate tra gli esseri umani, ecco. Il grosso dei ristoranti e locali applica una sequenza dimmi-che-ti-serve-ecco-qui-paga-vai, lasciandosi scappare un sorriso se proprio non se ne può fare a meno. C’è una componente tradizionale e culturale che non va nemmeno dibattuta e che vale quanto la nostra, ma l’adozione di un approccio diverso da “ ‘zzo vuoi?” quando si ha a che fare con persone che pagano per un servizio sembrerebbe altrettanto fuori discussione.
Conforta vedere che le esperienze di comunicazione migliori le abbiamo avute coi più giovani
servizio sul conto del ristorante, io e te dobbiamo parlare è vero che esiste nei ristoranti di tante città del mondo, ed è vero che non dobbiamo fare i provinciali, MA:
una voce di conto per il servizio, obbligato a percentuale, significa che lo stipendio al personale di sala lo stiamo pagando noi (com’è normale), ma a parte rispetto ai piatti, sui quali perciò il costo del personale non dovrebbe ricadere. Molti di quei piatti allora diventano cari già per questo
un servizio non obbligato, ma richiesto con una finta domanda è una contraddizione, perché l’aggiunta dipende dalla qualità del servizio ricevuto, e quindi dovrebbe poter valere anche zero se il cliente non si ritiene soddisfatto
Indi?
A chiudere: Vienna è bella, in molti luoghi bellissima. Purtroppo in centro soffre di una malattia comune ai luoghi più visitati di tutta Europa, ma basta fare cento metri in altra direzione e tutto cambia, quindi c’è tanto da vedere. Superate la freddezza di molti dei suoi abitanti e vi godrete un luogo d’arte, architettura e futuri urbani possibili come non ce ne sono moltissimi. Aspettatevi di spendere un po’ più del desiderato ma nulla di drammatico.
Insomma, non è che sia proprio la scoperta del nuovo mondo scriver qui cose belle di una delle città più note e visitate al mondo, ma Dateme retta e andate tranquilli!
Per gli autori di questo blog le vacanze 2023 sono state anche una settimana trascorsa per tre giorni a ridosso di Cortona e per altri quattro a ridosso di Perugia. Tutte giornate costruite per essere riposanti e con ritmi non forzati, quindi senza una cascata interminabile di eventi e luoghi, ma anche caratterizzate da una classica abitudine umana: qualcosa bisogna pur mangiare. E bere.
Sicché…
Giorno 1: Chiusi, Castiglion Fiorentino
La partenza di Sabato da Roma in orario decoroso ci ha consentito di arrivare con un certo anticipo verso Chiusi, per cui… che fai, non esci a Chiusi? Ed eccoci in questo paese che, come altri che visiteremo nei giorni successivi, quest’anno ha un numero di turisti bassino. È sabato, metà mattina, bel tempo, un po’ caldo ma ad un livello sostenibile, eppure noi forestieri a passeggio saremo sì e no una ventina.
La prima sosta è stata per il caffè in un bar che sforna pure pane e pizza sulla piazzetta del Comune. Vocazione turistica del suddetto bar: – Presenza su google maps: no – Presenze nel locale: avventori autoctoni più noi
Piacevole.
Qualche centinaio di metri a spasso e si assaggia la locale focaccia con uvetta in un piccolo panificio. Buona nel sapore, compatta come abbiam visto e vedremo per altre focacce di zona. Vocazione turistica del suddetto panificio: – Presenza su google maps: no – Presenze nel locale: noi
Visita alla Chiesa di Santa Maria Novella ed ecco che arriva il pranzo, e qui le cose si son fatte serie. La scelta è andata su Il grillo è buoncantore (già assaggiato anni prima). Tanta qualità, atmosfera rilassata, cura per il lavoro e chiacchiere coi titolari grazie a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) una giornata poco movimentata.
Si riparte per la destinazione programmata, ma voi se andate a Chiusi non fate come noi che avevamo due ore: ammirate quel che c’è, cioè perlomeno due musei. A noi chiaramente è rimasta in testa quest’ambientazione un po’ vuota e silenziosa, ma siamo sicuri (anche per altri passaggi in loco nitidi nei ricordi) che le cose non vadano sempre così.
Arrivo nelle vicinanze di Cortona. Il luogo prescelto è stato la Locanda del Molino. Ci si sta un gran bene, racchiusi tra un piccolo torrente e la strada provinciale, in un edificio in pietra che ha le camere al piano di sopra e il ristorante al piano di sotto. Il narratore d’esperienza avrebbe qui argomenti e dettagli con cui produrre in affabile eleganza ogni descrizione di dettagli nelle sale, nei corridoi col cotto in terra, nelle… Ma qui funzioniamo talvolta diversamente, sicché trattenete questo: è proprio una locanda, semplice e bella. Avrete questa sensazione e sarà bello viversela così. C’è anche una piscina, con dimensioni e ambientazione perfette per restare nel mood.
Ci si sistema e via verso Castiglion Fiorentino.
Siamo in un paese che, a parte i momenti di festa organizzata, sembra vivere ad una “distanza turistica” da Cortona molto più elevata dei pochi km che le separano: c’è una vitalità tranquilla, manca fortunatamente l’hype modaiolo del negozietto artificioso a tema o la sovrabbondanza di cibo e spritz a caso.
Da vedere: il paese di per sé che è già bellino, la piazza del municipio per la sua bella forma, l’ariosità e il suo magnifico affaccio, la Pinacoteca Comunale, che ospita anche Bartolomeo Della Gatta, e l’area del cassero, anche questa con una vista notevole. Per mangiare qualcosina e bere cose buone c’è Traversa del gusto.
Giorno 2: Cortona
Bella colazione, ascoltando il suono lento e sussurrato del torrente, e si va a Cortona!
Parcheggiare è già esperienza a sé: Cortona è il punto di concentrazione turistica massima in una zona che, per il resto, ha grande tranquillità, sicché bisogna arrivare non troppo a ridosso del pranzo. Riuscire a trovare posto nei parcheggi più vicini al centro è importante non tanto perché il cammino restante sarà in salita senza marciapiedi, ma perché, come abbiamo avuto modo di notare, la modernità dei suddetti piccoli parcheggi, posti lungo i tornanti, decresce in armonia con l’altitudine:
i più mattinieri potranno comodamente pagare con app
la seconda ondata dovrà dotarsi di pazienza perché non tutte le postazioni di pagamento accettano carte
i ritardatari dovranno dotarsi di monete
non abbiamo visto più giù, ma i dormiglioni professionisti credo avranno necessità di portarsi da casa oggetti in disuso per ricavarne qualcosa al baratto
Come al solito la storia di Cortona andate a leggerla da quelli bravi. Qui vi diciamo cos’è che abbiam fatto noi (spoiler: tanta bellezza):
Al MAEC si va spesso per mostre temporanee, ma al di là di queste trovate Signorelli, numerosi oggetti e rinvenimenti etruschi, Severini, una biblioteca settecentesca… insomma, c’è da andare anche senza mostre
Le chiese: belle, ma perlopiù rimaneggiate, ristrutturate, ricostruite eccetera
Ma mangiare e bere? Veramente veramente ci stiamo dimenticando? No, non si scherza su queste cose: Taverna Pane e Vino, su una delle due piazze in cui passerete senza dubbio. Si mangia bene, si sta in un bel posto, si beve in modo divertente
Nel primo pomeriggio addomestichiamo la fase digestiva lungo le molte location ben diffuse della rassegna fotografica estiva Cortona on the move *interessante e fascinosa la scelta dei luoghi espositiv, qualità diciamo non uniforme( e con calma torniamo alla tana: in Locanda si mangia anche, dicevamo, e si mangia bene, sempre col ruscello a far compagnia se si sceglie si star fuori. Anche sul vino si va alla grande, visto che la proprietà è la stessa della cantina Baracchi. L’atmosfera è piacevolmente toscana nel senso più pieno e, direi, vero (i toscani non hanno solo “devastato questo paese” come il grandissimo Stanis LaRochelle denunciava).
Giorno 3: Castiglione del Lago
Castiglione del Lago è un borgo molto grazioso con un… castiglione… che diventa propaggine del borgo dentro l’acqua e praticamente sembra… del lago. Tutto questo spiega molte cose ai più scaltri. Saimo già stati in questi luoghi varie volte in passato, quindi possiamo permetterci di saltare ad esempio la visita al castello di cui sopra e passeggiarci un po’ intorno.
Il grande ed umido caldo non ha aiutato moltissimo, diciamo, e i numerosi nordici che per quel caldo giravano in stato di pre-morte non aiutavano a distrarsi. In sintesi gli aiuti sono mancati. A compensare, buon pranzo anche panoramico (chiedete un tavolo nel giardino) a La Cantina, con ottima anguilla all’amatriciana.
All’amatriciana.
Romani, non fate quella faccia perché vi si vede pure da qui.
Pillola di cultura del giorno: rientrati alla locanda, chiacchierando in piscina con un distributore, scopro che in toscana si fa Gin come se non ci fosse un domani. C’è abbondanza di ginepro e ok, ma la gente si regala i gin come i mazzi di rose. Bon.
Giorno 4: Corciano
Salutiamo la Locanda, in cui siamo stati davvero bene (saluti a Stefano!) e, lungo la strada per Perugia, ci fermiamo a Corciano, perché non la conosciamo e perché ci sono una pala del Perugino e un gonfalone di Bonfigli.
Il paese, la pala e il gonfalone confermano la loro bellezza alla vista. Passeggiare qui è un turismo tranquillo, coi passanti che ti salutano e le piccole vie che mantengono un carattere senza tempo. Si pranza un po’ fuori dal centro a L’utopia, buonissimo ristorantino e bella storia di una coppia (i titolari) che vuole credere ai sogni cercati e faticati. Ci ambientiamo nel comodo e anch’esso piscinoso Hotel Vega, nelle vicinanze di Perugia, e poi andiamo a conoscere un po’ gli scarni dintorni, finendo però benone a mangiare alla vineria La Fraschetta, rilassante e gustosa.
Giorno 5: Perugia
Arrivando a Perugia da Est ci sono buone possibilità, perlomeno in estate, di trovare parcheggio lungo la lunga lunghezza di via Roma, nel nostro caso a ridosso dei Giardini del Frontone. Se volete fare una passeggiatina nel verde entrateci, altrimenti mollate comunque il viale e godetevi Borgo Bello, alias Corso Cavour, e traversine varie col loro fluire di botteghe, bar, ritrovi culturali, … Ne riparliamo più sotto.
Proseguendo fino alla Chiesa di Sant’Ercolano si sale in centro -se non ci siete mai stati dovete rimediare quanto prima- ed è subito GNU, la Galleria Nazionale dell’Umbria, che per un appassionato vero richiede giorni interi di visita. La scelta di esporre per epoche a crescere è appassionante e a modesto avviso di chi scrive funziona benissimo.
Per il pranzo c’è stato, e speriamo ci sia ancora, uno di quei pochi posti che fanno il poke senza imbellettamenti finto-hawaiani e, con tabelle nutrizionali a parete ma senza alcuna pesantezza, invitano a comporre coscienziosamente il pasto. Si chiama Postogiusto e ci si trovano anche panini simpatici e qualche birra artigianale locale. Carino assai, anche per la posizione in piena vitalità perugina.
Giorno 6: Bevagna… e Perugia, a chiudere in gloria
Già arrivare a Bevagna è un bel guardare lungo il tragitto, perché molta della campagna umbra è proprio bella e anche molte zone antropizzate non lo sono in modo invasivo, arrivando agli occhi come un paesaggio morbido e, in fondo, rassicurante. Il paesino è molto godibile nella sua semplicità, con le vie principali, la piazza, la chiesa e i negozietti a mettere assieme in poche centinaia di metri tanti motivi per cui l’Italia è uno splendore costante con poche brusche interruzioni.
Si pranza a Le Barbatelle, minuscolo wine bar molto carino in cui il menu corto e delizioso accompagna belle bottiglie, tra cui molte artigianali.
Ripartendo da Bevagna si va in chiusura di vacanza lungo un festoso crescendo enoico:
nel pomeriggio si fa visita a due realtà locali del vino parecchio diverse per tipologia, produzione e mercato:
Colsanto è una delle proprietà di Livon; gli studiati del vino sanno che si parla di un’azienda dai numeri grandini. Architettura resa intenzionalmente semplice ma cercata, di dettaglio, raffinata dal locale di degustazione alla zona in cui sono state ricavate 5 camere eleganti. Vini assaggiati ovviamente buoni, ma con un’intenzione anche di mercato chiarissima. Va bene così, ché in questo simpatico blog la diatriba naturali-convenzionali non è ritenuta appassionante e ciascuno può andare serenamente a gusto personale, tanto quel che fa male nel vino è l’alcol
Di Filippo non è sul versdante dei naturali ma produce comunque in biologico. Le due cantine sono a pochi minuti di distanza (come molte altre) e secondo noi assaggiare nello stesso giorno due idee differenti di vino è un valore. Sta di fatto che i vini li abbiam comprati qui
Stavolta non ci siamo passati, ma sulla strada tra le due soste fatte c’è anche Tenuta Castelbuono. Vi sarà subito chiara la collocazione di questa cantina tra le due categorie espresse sopra. Non perdetevi degustazione, visita e, se siete astemi ma vi han fatto entrare lo stesso in zona Montefalco, anche la sola vista del Carapace!
in serata, dove incontrare amici storici bellissimi di Perugia se non in un posto bellissimo? Si torna a Borgo Bello, da Sara Boriosi e Giovanni Corazzol, che insieme gestiscono il fantastico Venti Vino. Sì, è un’enoteca con un po’ di cose da mangiare in accompagnamento, e sì, c’è tanta tanta attenzione e cura per far uscir fuori dal bancone cose cercate e mai casuali, ma se non fosse per queste bellissime ragioni sembrerebbe comunque un locale nato per far star bene le persone che lo raggiungono, che ci si incontrano o che ci passano anche solo davanti con la curiosità di osservare
Godetevi una vacxanza in queste zone, dateme retta!
Napoli, a volerne scriverci su, ti fa cominciare con la certezza di non riuscire a raccontarla.
Personalmente la ritengo la città meno descrivibile tra quelle a me note. Tra le ragioni, centinaia, ne direi una che riguarda un concetto minimal, diciamo, ma totalizzante se si vuole descrivere qualcosa o qualcuno: Napoli è duale, contiene opposti e, tra l’altro, lo fa senza mostrare come questo possa pesarle tantissimo quotidianamente.
Duale
Napoli è lunga, con una Spaccanapoli che dall’alto impressiona pure le emozioni, ma è corta, con vicoli che all’ingresso ti sbattono in faccia già l’uscita. Orizzontale, con un lungomare e la sua vista che ti portano a guardare il mondo in sedici noni, ma verticale, quando da certi punti dei quartieri credi di poter continuare i tuoi passi per chilometri e ti trovi davanti pareti improvvise che risalgono fino a Corso Vittorio Emanuele, sospeso un metro avanti a te ma venti sopra.
Napoli è silenzio di mille chiostri repellenti al rumore, ma mille suoni appena apri una porta, anche solo per uscire da quei chiostri. Scura in passaggi infilati tra palazzi che li ingoiano, ma chiara di luci istantanee al primo angolo giusto svoltato. Napoli è povera e ricca alla distanza di una funicolare; è nuova e vecchissima se ti affacci a guardarla dai suoi balconi più alti; è sopra e pure sotto, con fiumi di vita che scorrono lungo viali e metropolitane, e anche quelle metropolitane sanno essere duali, perché sono rettilinei lungo una città che è una sfida ingegneristica, ma proprio per quella sfida continua diventano curve in modalità uniche (guardate che diavolo fa la L1 tra Materdei e Medaglie d’oro per arrampicarsi); è naturalmente, storicamente, tecnicamente miseria e nobiltà. Sa essere anche straordinariamente brutta, ma magnificamente bella.
Mi sa che potrei continuare per ore, ma poi il confine con le chiacchiere a vuoto magari lo supero a mia insaputa, quindi stacco qui.
Il pretesto
Che ci facevo a Napoli? Il pretesto era il Napoli Photo Festival, che… niente, ve ne parolo dopo.
Festival a parte, però, il resto è stato un susseguirsi di passi e soste a fare circa 25 km immersi nella normalità di una città che, comunque la si voglia guardare, di normale ha pochino. Vi racconto il resto come segue, un po’ in sequenza temporale e un po’ in disordine, anche per rimanere nel mindset partenopeo.
Note per il viaggiatore: Nessun monumento, museo, chiesa o similari è stato oggetto di visita in questa tornata (queste meraviglie le abbiam viste in visite passate e ne vedremo in futuro). Ne segue che qui sotto vi saranno risparmiate descrizioni culturalmente baldanzose da uno che la cultura stavolta non l'ha masticata che di sguincio
Disclaimer
L’idea di una guida turistica scritta su Napoli mi pare un’avventura surreale già se fatta in modo professionale; figuriamoci su un qualunque blog serio; figuriamoci su questo, che esiste per altri motivi. Proseguite quindi sereni lungo le prossime righe senza pensare di costruirci una qualunque gita sopra: qui ci son soltanto punti di interesse su una delle mappe emozionali che questi luoghi disegnano.
Venerdì
Arrivo di corsa nel tardo pomeriggio, dopo esser riuscito a prendere al volo il treno che precedeva il mio, poiché entrambi erano in ritardo di circa due ore… Ok, per le stories su questa faccenda sarebbe servito un giovine a fare i reel in stazione, ma se cercate i giovini qui mi sa che pure voi ritarderete di due ore il vostro prossimo appuntamento. Dicevo: dalla stazione camminata veloce assai con zaino in spalla perché il luogo per dormire è nel centro del centro e per la consegna delle chiavi siamo, causa treno, oltre l’orario concordato. Ecco: passare per Forcella è sempre un’esperienza a sé, perché la zona, perlomeno vista da chi non ci vive, è sostanzialmente immutata da decenni (caso divenuto rarissimo, come vedremo dopo).
Note per il viaggiatore: Napoli è cambiata, non si lotta più per sopravvivere agli attraversamenti stradali già a partire dalla stazione: si comincia da qui dentro, quindi un po' più avanti
Il tuffo nella vita cittadina, se sei in centro storico, è come sempre: istantaneo, immediato. Da qualunque provenienza laterale, avvicinarsi a Spaccanapoli o alla sua parallela significa sentire il volume sche sale metro per metro, il vociare che si fa prossimo passo dopo passo. Sei dentro, tac, è fatta.
Overtourism
Troppo. Nel periodo a cui questo articolo fa riferimento (ottobre 2024) Napoli soffre della malattia capitata anche a (elenco minimo) Roma, Firenze e Venezia: San Biagio dei Librai e Tribunali sono due vie in cui è complicato camminare, dall’alba a notte piena. Una vitalità gigantesca, un’esuberanza che da sempre caratterizza la città ma che qui va fuori scala. Mille pizzerie ne concretizzano in pratica una sola, lunghissima, di colorati tavoli in sequenza ininterrotta, serpentoni a perdita d’occhio di luminarie gialle, un mare di musiche sovrapposte e confuse alle chiamate ai tavoli per comande, saluti, battute e risate.
Ho fatto una verifica al volo su google maps: in trecento metri a caso di Via dei Tribunali scrivendo “ristorante” escono 18 locali. Mi sa che un ristorante ogni 17 metri lascia perplessi anche solo restando sullo stereotipo del napoletano superstizioso. La quiete, lungo queste strade, arriva improvvisa e teatrale solo nei luoghi che abita da sempre.
Turisti contenti e felicemente arresi al tutto che li avvolge, non discuto, però qualcosa in questo modo di lasciar fare offerta turistica è andato storto; non parlo con la nostalgia di chissà cosa, ma con la sensazione che via via questo comporti perdita identitaria, qualitativa e, su un orizzonte più lontano, pure turistica, perché se nel lungo periodo ogni città somiglierà a ogni altra ci sarà sempre meno curiosità. Entro in una cartoleria e, durante l’acquisto, parlo un po’ di questi argomenti col titolare, che lavora lì da molti anni. Mi risponde, a testimoniare che la qualità del turismo si è concretamente abbassata, con molti aneddoti recenti pure simpatici, se non fossero un segnale triste; ve ne riporto due in sintesi:
turista mostratasi incapace di capire che quella a pochi metri era la chiesa (grande!) che cercava e non “un palazzo” (“c’è una croce e un portone grande, signora! Ha mai visto un palazzo come quello?”)
turista che, a fronte del costo (indicato chiaramente) di venti euro per l’acquisto di un certo numero di cartoline, ha risposto “beh, ma a questo prezzo vado a mangiarmi un’altra pizza”
E però, però…
…Basta allontanarsi nemmeno di molto, anzi magari anche rimanere proprio in zona, per divertirsi godendosi la vita di chi questa città la abita davvero. Personalmente per la sosta pre-cena ho scelto Oak, dove tra proposte artigianali di birre e vini, un mood tranquillo e una clientela numerosa ma particolarmente in sintonia si sta davvero bene, in mezzo alle chiacchiere di tutti.
Si va a cena, e per questo weekend il programma è importante: tre giorni, tre pizzerie. Partenza spostandosi ancora non di molto, per arrivare in quell’anfiteatro di umanità che è Piazza Dante, entrare a Port’Alba e salir le scale interne di Antichissima Pizzeria Port’Alba 1738. Quant’è buona. Pizza scelta: La storia, che di pizze tradizionali ne rappresenta quattro in spicchi.
Sabato mattina
Colazione da Capparelli, dove il cappuccino costa un tot ma la sfogliatella (frolla) è buona, seconda a-chi-tutti-sanno, ma buona. Si va a Bagnoli al Photo film festival.
Napoli Photo Festival 2024
Bella esperienza. L’associazione culturale Flegrea Photo a Bagnoli ha messo assieme varie cose:
una mostra
un concorso
una mostra legata al concorso
letture dei portfolio di chiunque ne avesse uno da far esaminare
incontri tematici
l’utilizzo della ex base NATO che, insomma, sta lì inanimata; con essa, magari, l’idea di una possibilità nuova per Bagnoli
Di vita, invece, in questa manifestazione se n’è vista eccome, tra l’altro con un pubblico che non è stato solo quello di professionisti o appassionati di vecchia data, ma anche di ragazzi e, tra loro, perfino di quelli che -eresia per i boomer!- scattano col telefono e certi dispositivi non li hanno mai toccati; sono stati presenti anche molti curiosi, magari meno esperti, per l’interesse verso appuntamenti come quello dedicato all’AI nella fotografia.
Finalmente, in sintesi, arrivano anche le iniziative che sanno di futuro.
Sabato pomeriggio
Tornando dal festival, Piazza Amedeo è stato l’arrivo del treno da Bagnoli e l’inizio della passeggiata: Chiaia, per dirla in breve, ma anche, da lì, uno tra le migliaia di aspetti fascinosi di questa città, cioè i passaggi spesso spiazzanti tra una zona e la successiva, a una distanza che per atmosfere e caratteristiche sembra chilometri e invece è metri, talvolta meno di dieci.
Succede che sei a Via dei Mille, tra negozi griffati o griffatissimi, e poi via Chiaia a proseguire; magari non la percorri tutta perché per scoprire qualcosa giri nel primo vicolo che ti capita e… alé, sei nei quartieri spagnoli.
Anche qui il turismo è arrivato e si vede, ma non siamo ai livelli di Spaccanapoli: pizzerie, cuoppi e birre ti attraversano il cammino o ti passano accanto a dozzine, ma resta la città, la realtà, la percezione di essere lungo strade e non in una fiera dello street food. C’è sempre quel simpatico e tradizionale sentirsi al confine con la morte per il normale passaggio a trenta all’ora di motocicli a diciotto centimetri da chiunque, ma in fondo è solo questione di tenere botta a livello cardiaco nelle prime ore di visita in città; poi ci si abitua.
Cammina cammina, tra un negozio di fotografia che non aveva l’obiettivo usato che cercavo e un emporio per il cambio di solette alle scarpe (non trovavo l’articolo dove indicato dal titolare, il quale vedendomi in ambasce ha sentenziato da lontano, tra la preoccupazione dei presenti, “credo debba cambiare prima gli occhiali”), son risalito fino a Piazza Càvour (attendo studi precisi su questa accentazione, perché al momento le fonti in mio possesso sono imprecise, variegate e non certificabili).
Il motivo per cui sono arrivato lì è che finora, in tanti ritorni qui, non avevo mai visitato il rione Sanità.
Tuttavia è evidente che pure qui le cose son cambiate, ma Napoli è rimasta tutta tutta e, anzi, ha saputo risorgere in progetti turistici veri, con visite guidate programmate, prenotazioni internet dedicate e una voglia latente di cambiare le cose che si vede in più punti. L’ho percorso fin troppo, perché sostanzialmente sono arrivato quasi alla stazione Materdei della metro. Fatelo, senza emularmi fino a questo punto, e poi magari prendete l’ascensore nel bel mezzo del quartiere per… salirgli sopra e guardarlo dal viale che vi porta verso Nord a Capodimonte e verso Sud di nuovo in centro.
Pizza serale, pure questa davvero buona ma che mi ha fatto innamorare solo un filino meno rispetto alla precedente, da Trattoria Medina.
Domenica
Ecco che, nei miei giretti a perdermi apposta in vie che non conosco, mi propongo (e accetto, pure) di arrivare a vedere la nuova bellissima stazione Chiaia della metro. Scendo sottoterra a Municipio e un addetto si incammina con me verso la scala mobile… per avvisare che quella linea si è testé fermata.
Cambio programma e pure cambio metro: potete salire facilmente al Vomero da lì, sempre in metro, e godervi un’altra delle tante Napoli che Napoli sa essere. Castel Sant’Elmo a quel punto diventa un passaggio ben più che consigliabile e infatti perfino banale; meno banale è riscendere verso i quartieri esattamente da quella splendida terrazza panoramica, lungo gradini e gradoni che via via aprono squarci di verità diverse su una città che ne contiene fin troppe. Non stancatevi di scendere e guardare tutto.
Arrivati a Corso Vittorio Emanuele potete calarvi verticalmente, poco più a sud, di nuovo nei quartieri spagnoli ma nella zona nord, dove una fondazione ha creato Foqus, realtà davvero bella, importante e che profuma di rinascite. Non sto a parlarvi di cose che potete reperire facilmente: passateci.
Si parte per casa, con la voglia di tornare e metter su un andirivieni con questo mondo a parte, in cui avrei grandi difficoltà a vivere ma che gronda vita.
Sta diventando sempre più piacevole avere a che fare con luoghi che non soffrano di overtourism. Non è questione di snobismo, o magari anche, ma insomma non è qui il punto. L’andatura liscia e serena di una giornata fuori che non ti veda in fila per questo e quello, o alle prese con tattiche sottili per evitare orari di picco su pasti o visite, è un piacere ed un valore aggiunto per due motivi: un po’ c’è il gusto del godersi un posto senza strategie, ma soprattutto quel viaggio somiglia parecchio di più a un’esperienza di contatto reale con la quotidianità di una città, di una terra e delle sue normali abitudini e caratteristiche, e consente di osservare davvero, magari partecipando, come funzionino le cose fuori dal quartiere che viviamo.
Ecco: questo è in sé un motivo per andare a visitare Brno, la seconda città per grandezza e importanza in Cechia che, però, non sembra tenere in alcun modo a sfoggiare questa medaglia d’argento, mostrando invece una normalità da cittadina di provincia che appoggia le sue cose belle in mezzo a tutto il resto, senza enfasi, senza rumori particolari.
A prima vista
Una città perlopiù a trazione industriale evoluta via via grazie a centri di ricerca e università: questa è, per sommissimi capi, la storia recente dello sviluppo sociale, culturale ed economico di una città dalla storia articolata e ricca di eventi che riguardano direttamente il suo centro o zone immediatamente vicine. Per qualcuno di noi magari le architetture diciamo essenziali appena si esce dal centro (ma proprio a metri, eh!) marcheranno una distanza inizialmente spiazzante con le nostre abituali vedute urbane, ma in primo luogo non è che invece noi si possa andare sempre particolarmente fieri delle nostre periferie, da un lato, e dall’altro il rispetto per i luoghi e la loro storia chiede che al nostro passaggio corrisponda uno sguardo consapevole e centrato. In sintesi non state lì con la puzza sotto al naso e procediamo, orsù.
Raggiungerla, per un italiano, significa avere una discreta pazienza se si va in auto oppure prendere treni o aerei che probabilmente passeranno per Vienna, in modo da poter poi proseguire in pullman o ancora treno verso la destinazione. Se non arrivate con mezzi propri l’arrivo è comunque in zona stazione, che si trova in posizione centralissima (l’angolo sud-est del centro storico). Poi parliamo dell’encomiabile trasporto pubblico.
Brno nel suo centro è due colline: una -ben più alta dell’altra- ha in cima la fortezza di Spielberk, mentre l’altra in salite e discese tutte lievi ospita il centro vissuto come tale da residenti e turisti.
Che succede a Brno?
I turisti, dicevamo: pochi, curiosi, divertiti da questa città che nel suo piccolo, come si dice, offre molto. Come sapete, qui su datemeretta non ci si addentra nel tunnel delle 10 cose da vedere, 10 posti in cui mangiare eccetera; il nostro intento non è aggiungerci a centinaia di riferimenti già facilmente reperibili che vi indicheranno già tutto. Ci divertiamo invece a raccontarvi come ci siamo stati noi.
Si può cominciare per esempio dalla stazione (angolino sud-est del centro, dicevamo), oppure arrampicandosi lungo le scale che portano alla cattedrale dei santi Pietro e Paolo (angolino sud-ovest). Nel primo caso si parte dalla via turistica e commerciale che attraversa il centro per intero fino alla piazza principale, mentre dalla cattedrale si ridiscende per strade minori e più caratteristiche. In tutti i casi l’immersione nell’atmosfera della città è pressoché immediata.
Mind the gap
Qui sotto qualche indicazione che secondo noi funziona per godersi un po’ città, persone e mood:
Timidi? Un po’ La città è frequentata molto più dai suoi cittadini che dai turisti, sicché vedrete scolari, lavoratori, gente che fa la spesa e affini un po’ tutti assieme anche in piazze il cui affollamento, fra tram sferraglianti, negozi, auto e bus, a noi italiani farebbe pensare ad un certo livello di rumore. Qui no, le persone hanno un parlare moderato per volume e per… parole, perché in effetti anche tra loro parlano pochino rispetto al nostro costume medio. Gustatevi il suono dei vostri passi anche in uno stradone ben popolato e non fate troppo caso agli scambi spesso minimali che avrete in cassa o con un negoziante qualunque. Tra l’altro in alcuni casi scoprirete anche che son semplicemente più discreti di noi e, a domanda, rispondono aprendosi volentieri.
Attenti ai tram Un avvertimento banalotto, direte voi. No, dico io. In molte strade -del centro ma anche oltre- i tram corrono via lungo strade che per il resto son pedonali, oppure che hanno la corsia pedonale a filo con quella stradale (e con identico materiale). Insomma, un tram passerà almeno una volta dove non ve l’aspettavate, ma giustamente sarete voi ad esser fuori posto, non lui. Ecco, sintetizzerei così il suggerimento per queste situazioni: suonano, ma non frenano. L’altra cosa simpatica che vi capiterà salendo su un tram riguarda la discesa, che -vedi la’rticolo su Sofia di questo stesso simpatico blog- spesso avverrà in mezzo alla strada, non di lato. Anche in questa città le auto civilmente troveranno normale fermarsi dietro al tram e attendere, ma voi non troverete normale scendere dal tram per trovarvi dentro la strada. Sopravviverete sempre, questo è il bello.
Birra Come accade in molte città dell’Europa centrale bere birra costa meno che bere acqua. Si tratta generalmente di produzioni in stile Pilsener (comprensibilmente), molto beverine e sotto i cinque gradi. Le birre artigianali si trovano in varie parti, ma quelle istituzionali (tra cui quella “comunale”, la Starobrno) sono piacevolissime. Molti locali ne hanno in carta una altrettanto gradevole in versione analcolica (su questo e altri punti stanno molto avanti a noi).
Mangiare Come al solito possiamo fare gli sboroni perché pure qui la cucina non ha la varietà della nostra. Cionondimeno si mangia perlomeno discretamente anche in posti dall’apparenza losca, mentre si mangia mediamente molto bene in centro senza doversi preoccupare granché dei posti spennaturisti, visto che, come detto sopra, la città tutto sommato vive ancora un equilibrio sano sul tema turismo. Le opzioni vegetali ci sono praticamente sempre e, generalizzando, se non andrete sull’internazionale aspettatevi una tradizione fatta di un’entrata vegetale come un’insalata o una zuppa, e un piatto unico di carne, verdure e i loro gnocchi di pane. Si può comunque spaziare
Nota: a pranzo molti ristoranti, anche titolati, fanno menu infrasettimanali (del tipo appunto zuppa+piatto) a prezzi commoventi. Usateli
Spazi pubblici Non è solo questione di bellezza. Sono mediamente ben curati ma tutto sommato semplici. Il punto è un altro: sono usati da tutti, quotidiani, normali, come parte della giornata. La piazza del mercato ed altre due o tre hanno, quando fa meno freddo, sedie a sdraio sparse lungo le ampie aree pedonali, liberamente, senza custodi, senza vincoli tipo “se ti siedi devi ordinare qualcosa” anche quando c’è un chiosco accanto. C’è un’idea di fruizione collettiva, un’intenzione volta al bene pubblico condiviso, che supera le nostre domande da cittadini che si fanno venire un sospetto ad ogni gratuità. Ti siedi, leggi un libro, pensi, non fai nulla, ti porti un boccale dal chiosco per bere qualcosa in solitaria o con amici, sei una donna sola, siete otto… tutto con-fluisce, si sta bene e basta.
La fortezza La collina su cui svetta la fortezza dello Spielberk è da vedere anche se, da bravi italiani, pure qui diremo che, insomma, non è che ci sia qualcosa di assolutamente clamoroso da ammirare. Ecco: invece, a suo modo, questo posto ha bellezza. Magari non per forza all’interno (è una fortezza, non andiamoci con in testa un castello! Tour delle prigioni, museo cittadino… insomma, vale comunque la visita), ma… è da ammirare che ci siano un ristorante ed un bar ordinati, assolutamente in armonia con l’edificio e intrinsecamente sobri; è da ammirare l’intera collina, che è una parco piacevolissimo percorso e vissuto da tutti; è da ammirare che tutto questo sia a un passo dal traffico eppure avvolto nel silenzio. Da ammirare, poi, sul lato nord è anche un grazioso giardino botanico che, colpo di fortuna per lo scrivente, in una serata del soggiorno ha ospitato una rassegna di vini artigianali che davvero era nel posto giusto. Tanto Solaris in assaggio e bevute divertenti, anche se con qualche discontinuità e con residui zuccherini talvolta un po’ invadenti… ma la sensazione in due chiacchiere fatte lì è che a loro piaccia così.
Prezzi Come si diceva, bere (e mangiare) costa decisamente poco, poco più della metà di quel che un italiano si aspetterebbe. La faccenda curiosa sta nella variabilità di questo livello in funzione della categoria merceologica
birra: un autorevole invito all’alcolismo;
cibo: non c’è bisogno di fare attenzione al budget sostanzialmente per nessuno;
vestiti, strumenti musicali, fotografia: come in Italia;
spesa di articoli per la casa: mah, evidentemente scelgono di non pulire spessissimo;
profumeria, shaving, skincare: il doppio di noi.
Nomi, dritte, dateme retta in sintesi
Qualche consiglio, qualche dove, qualche cosa
Durata della visita: noi del blog non siamo perfettamente adatti al ruolo, perché riteniamo che il periodo minimo per capire un po’ una cittadina di media grandezza vivendone anche al volo la realtà sia di 4-5 giorni. Brno non fa eccezione.
Per dormire direi semplice, pulito e pratico l’hotel Omega, venti minuti a piedi dalla stazione, dieci col tram.
Per i mezzi pubblici, vai col bancomat! usatelo contactless in salita e in discesa e vi viene scalato quel che spendete effettivamente in minutaggio. Comodo, no?
Per mangiare
Pivovarská Starobrno, fuori dal centro ma accanto a belle cose da vedere. Bell’atmosfera stando fuori, ma dentro è proprio ben fatta. La birreria della città (anche birra analcolica), diciamo. Praticamente priva di turisti, in proporzione agli avventori
Pub at all saints, indubbiamente un’esperienza. Turismo zero, aria poco presentabile. Dentro c’è un pezzo di essenza della città. Birra buona, cucina… no, non si può dire cucina: barattoli e conserve, quindi scelta di 4-5 cose. C’è perfino l’analcolica anche in questi posti, ma qui dev’esser vista come stranezza. Da vivere
Bonjour Vietnam, la cui nazionalità vi sarà facile intuire, è graziosissimo dentro e fuori, con scelte variegate, frequenti abbinamenti dolce-salato e uno staff i cui sorrisi vi fanno allontanare un po’ dal più compassato approccio locale
Café ERA, per quando andrete a visitare Villa Tugendhat ed avrete quindi intorno un quartiere signorile e molto piacevole. Funzionalismo a gogo dal palazzo agli interni. Si mangia molto bene. Prendete la limonata fatta in casa che è eccezionale
Lokál U Caipla, ottima birra, anche analcolica, e buon cibo servito con una certa cura di impiattamento. Servizio abbastanza glaciale, diciamo da cartolina del luogo più di altri
Paprika, cucina israeliana sulla piazza dfel mercato ma all’interno di un palazzo molto particolare, mangiando a ridosso di un giardino verticale.
Per fermarvi e bere un caffè o qualcos’altro:
sfruttate, quando presenti, i chioschetti che campeggiano in vari punti del centro o i piccoli bar con spazi aperti, perché c’è da divertirsi osservando in modo semplice le giornate di questa cittadina
Nella Galleria Morava c’è un cortile molto bello ed accogliente. Un drink lì sarà riposante e… moravo
A parte “le 10 cose da vedere a Brno”…
camminate nei parchi. Sono ben tenuti e frequentati dai cittadini;
nella regione ci sono vari castelli da visitare, tutti entro un’ora circa di pullman. Acknowledge it!
A un’ora e mezza c’è invece Olomouc, cittadina molto bella che per secoli ha un po’ rivaleggiato con Brno come capoluogo moravo. Anche lì c’è molto da vedere. Per mangiare va davvero benissimo U Mořice, anche all’aperto, fianco a fianco con la splendida chiesa (salite sul campanile, ginocchia permettendo!)
Non si fosse capito: visitate Brno prima che il turismo mangi anche lei, datece retta.
Update per appassionati d’arte (2025/01)
La piazza del mercato (la seconda per notorietà, ma forse la prima per più di qualche cittadino) ospita una fontana particolare. Ne parla in modo articolato Emilio Zanzi in questo articolo. Dateme retta e date un’occhiata!
(Ultima visita che era anche la prima: estate 2024)
Eccoci a parlarvi di due città che, secondo noi, possono far parte di un pacchetto-vacanza unico, avendo tra loro una distanza breve e un viaggetto comodo comodo.
Noi le abbiam vissute come ve le raccontiamo sotto, tanto come al solito le info su cosa fare cosa vedere eccetera sono già scritte o dette ovunque in rete. Il giretto è durato una settimana. Ve lo SCIORINIAMO nella sua semplicità senza che questa debba diventare l’ennesima to-do-list da vacanzieri; siamo convinti che a girar con pochi programmi in testa qualcosa di imperdibile si perde, ma quest’anno è stato bello girar così, e poi… tanto questo è il modo in cui va tutta la vita, no? Te la vivi come meglio credi e impari giorno per giorno a far meglio, mica devi per forza unire sempre tutti i puntini come nella settimana enigmistica. Va bene così, almeno per stavolta.
Il viaggio
Quel che leggerete si può fare serenamente in treno + pullman. Chiaramente se volete anche girare un pochino oltre diventa preferibile l’auto. Insomma fate voi, ché noi qui mica possiamo decidere per tutti.
Nel nostro caso, per motivi che esulano da questo articolo, il mezzo scelto è stato l’auto. Partendo da Roma può aver senso una sosta intermedia che, a seconda di orario di partenza, traffico e altri fattori potrà capitare da qualche parte tra Bologna e un po’ più su, per mangiare e/o dormire.
Ferrara, così, de botto
Sempre nel nostro caso la sosta è stata Ferrara. Anche qui non dobbiamo spiegare a nessuno che sia una bella città né il perché.
Dateme retta alert Per dormire abbiam trovato carino, pulito, piacevole, ben gestito e a un prezzo sensato l’Hotel Orologio. Si trova appena fuori dal centro (un quarto d’ora gradevole a piedi), ha parcheggio comodo e gratuito all’esterno e ci ha fornito una camera spaziosa. Nota a margine: Secondo noi al buffet dell’ottima colazione, ricco e variegato, mettono i classici formaggioni e prosciuttoni rettangolari a fatte per il target del turista che va rassicurato; a pochi centimetri ci sono formaggi e salumi d’altro livello da poter tagliare su un tagliere.
Ferrara vale palesemente un soggiorno ben più corposo della nostra mezza giornata. La visita al Castello Estense è stata comunque non solo utilissima perché fuori pioveva, ma anche interessante perché… perché… oh, ma davvero dobbiamo scrivere qui perché il Castello Estense sia interessante? No.
Dateme retta alert Abbiam pranzato da Cusina e Butega, a tre minuti dal castello suddetto. Ci è piaciuto il mix di modernità per arredi e ambiente (una ex banca ottimamente riconvertita) e cordialità più calda rispetto alla LOCATION. Nota a margine: Il pasticcio ferrarese è divertente! Con grande correttezza ci son state presentate preventivamente le sue caratteristiche, potenzialmente divisive; è buonissimo, ma probabilmente è ancora più buono mangiandolo quando in città ci son meno di venti gradi. Ce n’erano molti di più.
Trieste
Giorno 1
Dopo un caffè nell’unico bar cinese tenuto in disordine della storia recente, il viaggio da Ferrara è ripreso. Entrare a Trieste in auto è passare tutti per un unico punto di accesso e quindi vabbè, lì un po’ di fila si fa, ma pazienza. Bell’arrivo scendendo tra panorama e gente al mare che è città ma anche relax. All’arrivo passiamo mezz’ora di noie telematiche a tentar di contattarci con l’host dell’appartamento che nel frattempo da ore tentava a sua volta di contattare noi: il portale di prenotazione mi aveva assegnato d’ufficio il prefisso telefonico svizzero (ho verificato, non fate gli spiritosi: io l’avevo inserito correttamente), sicché i messaggi dell’host destinati a me di quel giorno sono ormai perduti nel tempo come lacrime nell’afa. Per festeggiare l’ormai insperato accesso alla casetta ho preso un calice di Sauvignon di Pizzutti a La piccola vineria, localino divertente e simpatico con soli tavolini all’aperto nel vicolo dell’appartamento. Musica dimenticabilissima ma staff sorridente e gentile che invoglia a tornare.
Dateme retta alert Abbiam soggiornato a La porta bianca, accanto a Piazza Unità d’Italia e nel centro della vita serale. Si sta benissimo, il rumore esterno è annullato dagli ottimi infissi e basta uscire dal portone per immergersi nella vita cittadina. Nota a margine: se ci arrivate in auto il navigatore si incarta: vi molla effettivamente più vicino che si possa (meno di 200 metri, giustamente, perché l’appartamento è in zona pedonalizzata), ma non vi dice che NON siete arrivati. Ecco: invece siete arrivati. Cercate parcheggio lì in zona e pagatelo per i giorni di permanenza -se restate in città e vi muovete senz’auto- perché tanto i garage costano di più.
La serata è trascorsa cenando col doggie bag ferrarese (ottimo) e proseguendo con un tuffo nell’allegro caos lungo via di Cavana e affini.
Giorno 2
La colazione al nord è un costo, i subpadani lo sanno. Così è stato anche a piazza Barbacan, salendo in città vecchia, ma va bene così, nulla di inatteso. Si sale a vedere cattedrale e castello di San Giusto, il quale domina la città e ha gli affacci di guardia mica per controllare chi arrivi dai monti, ma proprio i triestini… vabbè, poi la storia ve la racconteranno lì. Bello esserci capitati quando l’associazione culturale Compagnia di Tergeste ci ha raccontato e mostrato un po’ della storia e dei costumi di quei luoghi.
Da lì, vedendo sostare all’uscita il bus dei giri cittadini classici con auricolare, ci si può prendere il gusto di fare i turisti mainstream e farsi portare un po’ a spasso. Si arriva tra l’altro facilmente al castello di Miramare (ma se volete basta un bus di linea). Per raggiungerlo davvero occorrono altri 700 metri di passeggiata, che sono bellissimi perché costantemente affacciati sul mare (sconsigliamo comunque fortemente di fare questi ultimi in auto perché ci si incastra con altre auto per finire probabilmente a non trovare parcheggio. Se non si hanno al seguito persone con problemi di deambulazione è un gesto suicida).
Il castello è bellissimo in più accezioni, ma non staremo certo qui a dirvi quali. Figuriamoci se ci mettiamo a inventare lo spoiler sui castelli. Nello splendido parco attorno al castello c’è tanto posto anche per riposare un po’ e anche un bar dove si può fare un pranzetto; questo possiamo dirvelo.
Nel pomeriggio si è svolta una delle attività che secondo Dateme Retta vanno fatte quando si visita una città: perdersi un po’ a caso lungo la quotidianità di chi lì vive normalmente. All’uopo si riparte da Miramare, che per un po’ a tornare verso il centro è tutto triestini/e sdraiati sul lungomare pavimentato a prendere il sole e far bagni. Molto buffo vedere noi turisti avanzare con discrezione perché non capiamo se si possa camminare dove per i locali c’è sostanzialmente spiaggia.
Poi ecco il bus del ritorno e, appena scesi, si parte con l’esplorazione del borgo teresiano, zona di parallele e traverse in cui quindi non ci si perde poi granché, tra bei negozi e una felice pedonalizzazione che canalizza le auto lungo poche vie. Il canal grande, per alcuni cuore del quartiere, è una sequenza quasi ininterrotta di locali che soddisfano l’ormai consolidata necessità mondiale somma, l’aperiqualunque. Due chiese tengono duro sul mantenere un’identità di qualche tipo per la piazza, come pure tenta di fare il canale stesso. Chissà.
Punto d’orgoglio: abbiamo evitato, a ridosso del quartiere, un qualcosa che chiameremo aperiforno e che usa la moda dei vini naturali (che qui a Dateme Retta si amano più dei convenzionali quando il vignaiolo sa il fatto suo) per via di un’estetica fighetta e pomposa, biglietto da visita per mostrare che con la naturalità non si intrattiene alcuna relazione. Nota di colore: via Venti Settembre è, non so, un chilometro pedonale di tavoli per aperitivo sotto gli alberi. Piacevolissimo e fatto bene, ma che è tutta ‘sta sete?
Dateme retta alert Per la cena si è andati sulla storia diciamo recente del luogo: Mastro birraio è un pub aperto da decenni e meta in realtà di non molti turisti, anche perché si trova fuori dalle vie consuetamente attraversate dai più; si va lì se lì si vuole andare, non ci si capita. Se ci si vuole andare -scopriamo una volta accomodati- a volte è anche per far due chiacchiere sulla giornata con l’oste-birraio, che ha gusto e stile nel proporre quel che sa fare bene. Scambiar parole con qualcuno nei pressi del bancone è un attimo e così è stato, contornati da scelte musicali nemmeno di sottofondo decisamente eccellenti seppur di godibilità non ecumenica, diciamo. Un posto praticamente perfetto: in sé, per il titolare e per come si mangia e beve. Segue sintetica documentazione
Sul ritorno invece un ristorantino con vini belli lo abbiamo visto e un bicchiere al banco (malvasia istriana macerata) ha chiuso alla grande la parte alcolica della serata, andata finora già benone con le birre di cui sopra. Per la prossima visita a Trieste si dovrà passar qui a mangiare: La Betola, si chiama.
Prima di andare a dormire si può godere della bellezza di Trieste dal molo audace. Bello e, d’estate, rinfrescante.
Giorno 3
Per questioni di servizio irrilevanti all’esterno, la ricerca del negozio adatto ci ha portati nella zona di Barriera nuova.
Si è partiti con una colazione in un bar palesemente triestino per storia, frequentato interamente da triestini e da noi, gestito da cinesi. Questo. Buono e pulito. A Trieste, si dice, tutti prendono il caffè ai tavolini che riempiono il centro. Direi che è vero. Il caffè al banco, per quel che abbiam potuto vedere, è una stranezza esotica.
Barriera nuova, dicevamo.
I turisti erano due: noi. Il viale principale, percorso poi abbastanza a lungo, ha mostrato una sequenza di buffet (se non conoscete Trieste non sapete cosa siano lì), venditori di kebab, baretti, mercerie, sartorie e quant’altro, in un mix vivace ma sobrio di umanità e nazionalità d’origini varie che si incrociano in un fluire parso normale, neutro, privo di attriti. Speriamo di non aver sognato troppo.
Tra passeggiate sul lungomare, negozietti, un po’ di riposo e giri per qualche pensierino la giornata è volata piacevolmente. La cena è stata, curiosamente, da Eataly, per via di un affaccio assai bellino (comunque mangiato molto bene e a prezzi corretti).
Che bella città, Trieste.
Lubiana
La strada per Lubiana parte da Trieste in modo bizzarro. Sei lì che guidi in città e il navigatore ti dice di prendere una salitella. Da quel momento ci sono dieci minuti di arrampicata rilevante, accanto ai binari di un trenino che non sembrava operativo. L’ingresso in Slovenia e in autostrada ti fa sentire tanto tanto un cittadino degli Stati Uniti d’Europa (al momento dell’articolo un sogno remoto), con quell’assenza di segnali di attenzione e un semplice variare di lingua. Nel caso dell’autostrada si esagera con la tranquillità: devi imboccare senza preavviso (o con preavvisi sloveni) l’ingresso giusto, quello di chi ha come noi il ticket autostradale elettronico, che va anticipatamente acquistato ed attivato. Bon, andata. L’autostrada è piacevolissima da percorrere: ci son parecchi lavori in corso, ma tutto viene reso scorrevole da abbondante segnaletica.
Eccoci. Una volata. L’hotel è l’ultimo edificio prima della zona pedonale. Magnifico! Sistemiamo quel che serve e si va verso il ristorante prescelto in realtà da qualche giorno.
Dateme retta alert Georgie Bistro spacca. Decisamente. Forse spacca pure le opinioni, perché è proprio evidente che i piatti hanno un’intenzione, un’idea nel farli. A pranzo abbiam trovato la formula a 30 euro per 3 portate, su ciascuna delle quali eran possibili 2-3 scelte. Ogni portata assaggiata, si diceva, appare costruita intenzionalmente volendo raggiungere in una preparazione il più ampio spettro possibile di sensazioni: più colori, più consistenze, più percezioni, poi l’amaro col dolce col sapido, poi il morbido col croccante, poi… ecco, ogni volta tutto in ogni singolo piatto. Può essere spiazzante; per chi scrive è stata una delle esperienze top di ristorazione, in special modo considerando un rapporto qualità/prezzo notevole. Segue sintetica documentazione
La città nel suo centro è un fiume che curva a gomito attorno alla collina del suo castello. Le rive sono ovunque un pullulare pressoché totale di locali, ma c’è qualcosa che ti toglie dalla bocca la parola “over”: in primo luogo tutti i lungofiume (ma anche belle fette di centro restante) sono riservati a pedoni e biciclette, sicché ci si cammina molto bene; c’è poi una gestione ordinata del contesto, con tavoli, camminatori e ciclisti che non si danno fastidio. Inoltre l’atmosfera è rilassata, con mille tavolini di chiacchiere tra amici anche locali confusi tra i turisti. C’è poi ben poca necessità di fare attenzione alle trappole turistiche: per la nostra esperienza zero sorprese, zero prezzi strani o non chiari, zero luoghi in cui ci si siede non avendo già capito quanto e come si spenderà.
I due tratti di lungofiume esterni alla parte centrale hanno ciascuno una via parallela poche decine di metri più all’interno; la parte nord-sud è una passeggiata tra negozietti piuttosto gradevoli e diciamo anche più stilosi, mentre la parte ovest-est comincia con un centro commerciale dedicato all’abbigliamento di grandi marche (con prezzi omonimi) e via via diventa più caratteristico, con wine bar, locali e negozietti tematici che virano gradualmente verso l’etnico per temi, colori e profumi. Di giorno è molto vivcace, di sera si fa più romantico.
Dateme retta alert Sempre lungo la parte di fiume che dal triplo ponte procede verso est, ma stavolta sul lato interno (quindi tra fiume e castello) c’è la piazza del mercato ortofrutticolo e, da questa fino a tornare al ponte, molti locali tutti in linea con un interno che affaccia sul fiume e un esterno strapieno di tavoli. Probabilmente si sta bene in tutti quei posti; noi per un boccale buono (di birra o sidro prodotti dalla stessa realtà) suggeriamo con entusiasmo LOO-BLAH-NAH, che ha l’unico difetto -ne abbiamo sorriso poi assieme- di chiedere al turista nei giorni più caldi se nella birra voglia il ghiaccio. Al nostro mancato rispondere in uno stupito sguardo di silenzio han chiarito che le richieste dei clienti son spesso bizzarre…
Difficile dire se a Lubiana ci sia qualcosa di imperdibile. L’approccio non dev’essere quello da italiano snob che cerca la chiesa col Caravaggio sapendo di non trovarla, perché qui si viene a respirare altro. La cosa davvero imperdibile è probabilmente l’atmosfera, certamente vitale ma non caciarona.
Molto bello e veramente godibile il parco Tivoli, con tanti sentieri, prati e fiori curati benissimo. Nel suo centro c’è una villa che ospita un museo e, naturalmente, un bel bar con un esterno dal bell’affaccio arioso in cui sorseggiare la consueta birra Union, che qui è quella che va per la maggiore. Un laghetto, diversi tavolini per fare magari una sosta mangereccia se vi siete portati cibo, un lungo e largo viale con grandi fotografie da ammirare… è davvero un bel posto, raggiungibile in dieci minuti a piedi dal centro.
Dateme retta alert Di ritorno dal parco non perdetevi Dapper, un posticino fichissimo fuori da ogni possibilità di raggiungerlo per caso da turisti, anche se attaccato al centro. Qui il “wine terrorist” Primoz Stayer mette assieme due contesti professionali che lo riguardano: produzione e vendita di jeans e camicie di alto livello e vini artigianali. Sì, insomma, potete entrare, dare un’occhiata alla piccola esposizione, farvi consigliare un bicchiere che vi somigli, scambiare due chiacchiere e, com’è accaduto a noi in entrambe le visite che gli abbiam fatto, ritrovarvi in dibattiti su questi e altri mondi con clienti di passaggio come voi da chissà quale posto.
Il centro del centro del centro vi divertirà anche con trenino turistico, barche che vi portano a spasso sul fiume, bici a noleggio (le bici sono ovunque come i pedoni, si era già capito?), una via commerciale (Slovenska Cesta) che può piacere o meno nel suo genere, ma che anche Lubiana ha come tutte le città. Non potrà mancare poi un morso al re dello street food locale che è il burek…
Starete mica notando che manca qualcosa in questa descrizione di Lubiana? Tipo il castello? Eh. Bah. Un sostanziale parco a tema, raggiungibile a piedi o con efficiente funicolare, in cui praticamente qualunque cosa ha subito interventi, rimaneggiamenti, ristrutturazioni, adattamenti o totali reinvenzioni d’uso, col risultato che immaginare il passato di questo luogo richiede sforzi psichedelici d’astrazione, già solo trovandosi nella piazza centrale che è totalmente ripavimentata e con tre ristoranti. La sala con documentazioni storiche digitalizzate su colonne multimediali è ben fatta e l’organizzazione è curata, ma qui è davvero difficile dimenticarsi dei castelli italiani e di come, con troppa burocrazia di mezzo ma con uno scopo centratissimo, il patrimonio del passato vada principalmente protetto e valorizzato, avendo prioritariamente cura di preservarne l’essenza.
Dateme retta alert Se a Lubiana arrivate in treno, scendendo verso il centro tenendosi un po’ più verso est incrocerete la Metelkova, area occupata che somiglia ai nostri centri sociali e che probabilmente è più interessante di sera, e poco più giù il museo etnografico, che accanto a sé ha un bar dall’atmosfera molto rilassante, dove tra alberi e altre piante potete scegliervi una sdraio a dissetarvi. Si trova qui.
(ndr: Ho chiesto all’AI in vari modi una rappresentazione di questo bar e ne vedete una qui in testa, ma no, nel 2024 l’AI non coglie cosa sia un bar di provincia e non mi fa contento in alcun modo, sicché andiamo oltre)
Pozzilli è un paese che, purtroppo, nel Molise e fuori dice qualcosa a qualcuno perlopiù se i motivi non sono belli.
C’è la Neuromed, clinica il cui nome basta per capire che la fortuna è non conoscerla, non perché abbia demeriti ma perché non ci si viene a prendere semplicemente una Tachipirina, ecco.
Succede quindi che, per chi accompagni qui qualcuno a causa dei suddetti motivi, si abbia poi qualche mezz’ora o qualche ora di intermezzo tra gli impegni previsti. Si passeggia un po’, piazzetta, chiesa, qualche negozio e insomma solita camminata in uno dei tantissimi paesi d’Italia.
Appena più distante (se di distanza si può parlare quando non si sta più a venti metri dall’ospedale perché son trascorsi altri due minuti di passi) c’è un bar, che ancora una volta è da fuori uno dei moltissimi bar dei moltissimi paesi d’Italia. Due sedie fuori, un’insegna, un’introduzione semplice che però, soprattutto in certa provincia nazionale, significa qualcosina in più per chi ci abita attorno.
All’interno c’è una titolare che ti accoglie sorridendo, pure se diluvia e quindi non è che la giornata sia proprio ricca per lei di soddisfazioni lavorative. Fuori vento e pioggia a complicare i pensieri e bagnare punte di nasi; dentro si sta istantaneamente già meglio.
È un piccolo bar, dicevamo, e ci si trovano le cose che in un bar ci si aspetta di trovare. Un cappuccino caldo, nello specifico, era il conforto basico ma importante che tra i pensieri di cui sopra poteva stemperare freddo e umore.
Siccome però in questo blog siamo gente magari puntigliosa che certe cosine le nota, siamo pure gente che nota certe cosine belle, e qui il cappuccino, che pure era buono, abbondante, cremoso e non un latte macchiato travestito, è diventato personaggio secondario.
Scambiare due parole, lungo quella mezz’ora in cui la solitudine ti fa una compagnia un pelino invadente e poco desiderata, accompagna il cornetto che accompagna il cappuccino, con la radio che nel frattempo è capace in una canzone di portarti altrove, una finestra affacciata su un panorama inatteso… tutte queste cose qui e qualcos’altro ma con il famoso plus: parlare con qualcuno che tanto sa benissimo perché sei lì, il che significa per te pure la libertà di non doversi sfogare -ché pure quella è una catena se te la senti stretta sul collo-, avvertire la presenza di uno spazio nel quale puoi pure ascoltare, conoscere la vita di quel luogo, le difficoltà e le cose che vanno bene, giornate o scelte che scorrono in modo diverso dalla tua, qualcosa magari da imparare per quel viaggio di ritorno, una piccola lezione di storia recente di un territorio di cui sai zero. E poi parlare, anche, ma rinfrancato da uno spostamento di orizzonte che ti riporta tra gli altri, in mezzo a tutte le vite con la tua, più sereno e leggero a poter dire e far dire.
Il cappuccino era ottimo ed è pure costato poco, se proprio dobbiamo metterci una recensione dentro, ma penso vi sia chiaro che il calore ricevuto non veniva da lì. D’altra parte quando le cose girano così non stai cercando un cappuccino né un cornetto: stai cercando un posto in cui star bene, Ecco: trovato. Però ha anche il cappuccino buono.
Ora: consigliarvi un bar in un luogo che sarebbe bene non frequentare vista la ragione per cui lo si fa… Come dire, non ve lo auguro ma ve lo suggerisco. Più in generale, però, è bellissimo pensare che in Italia possano esistere potenzialmente migliaia di posti semplici che all’ingresso sembrano bar e all’uscita son diventati benzinai dell’anima, grazie a persone come una titolare che ti serve un cappuccino sul banco e tutto il resto intorno.
Il titolo originale di questo film non fornisce suggerimenti. Poi lo guardi e scopri che è un milione di cose insieme – divergenti, autonome, straniere l’una all’altra – il cui andamento è però in una direzione coerente, mirato ad un punto: mostrarci la meraviglia del libero arbitrio, l’effetto del non condizionamento di un’educazione che ci inquadra, ci condiziona, inevitabilmente.
Sebbene il riferimento più lampante sia Frankenstein, spariglio le carte dichiarando che trovo ancora più calzante quello ad Adamo ed Eva e all’albero della conoscenza, rispetto al quale Eva infranse l’obbligo di non nutrirsene.
Bella Baxter (interpretata divinamente da Emma Stone) “ri-nasce”, da una donna ormai in fin di vita, per opera del dottor Godwin Baxter, che le impianta il cervello del bimbo che lei portava in grembo.
Il prefisso del nome del suo eccentrico salvatore, “God-“, già ci rimanda alle alte sfere che hanno dato origine al creato, rafforzandomi egocentricamente nell’idea che anche la Genesi c’azzecchi. Qui però non è da una costola altrui che prende vita la donna, ma da una parte di un essere umano che lei stessa stava per generare, in una dinamica circolare che già ci suggerisce che ognuno basta a se stesso e che addirittura da se stesso può rigenerarsi. È proprio a questa meraviglia che ci sarà dato di assistere.
Vediamo Bella attraversare, a massima velocità, come in time lapse, tutte le fasi della crescita. Innanzitutto quella dell’infanzia, nella quale – bambina nel corpo di un adulto – fa i capricci, buttando i piatti per terra per sfidare l’adulto-adulto, cammina in modo incerto, se la fa addosso, parla in modo poco comprensibile. Tutto questo circondata da uomini di scienza, Godwin e il suo assistente, che ne osservano in modo asettico l’evoluzione, annotandone le caratteristiche e senza indirizzare Bella con i “questo non si dice, questo non si fa, dì grazie al signore, saluta”. Bella-Eva non distingue il bene dal male, non ha mangiato la mela dell’albero della conoscenza, nessuno le indica paletti o forme da osservare. Bella è puro istinto.
Nell’adolescenza il puro istinto prende la forma della deliziata e sfrenata scoperta dell’eros e della sua pratica, intanto da sola, e poi con chi, più avanti, le regalerà “furiosi sobbalzi”. La sua totale sospensione di giudizio, o meglio assenza di giudizio, ci fa osservare il miracolo di cosa si può essere, fare, diventare, senza condizionamenti: i furiosi sobbalzi non hanno nulla di scandaloso, il piacere che danno ha lo stesso candore del pain au chocolat, che pure più avanti Bella adorerà… solo che è mooooolto più forte!
In realtà un condizionamento, uno solo ma enorme, c’è: Godwin non vuole che Bella vada oltre le pareti della grande casa in cui vivono; il motivo, nascosto, è che qualcuno potrebbe riconoscere la donna che lei era nella sua vita precedente. Quando però ottiene quel che vuole e vede (sia pure con le dovute precauzioni adottate da Godwin) gli alberi, i prati, le strade con donne e uomini di cui nemmeno ipotizzava l’esistenza, Bella viene travolta dalla fame di conoscenza e decide di partire per scoprire il mondo. Mica scappa: lei non deve chiedere il permesso, semplicemente comunica che partirà. Non c’è da preoccuparsi, no, tornerà. Ma ora ha questa urgenza.
Ed è qui che si passa dal bianco e nero (con scene in fisheye che producono un effetto tra il voyeuristico e il claustrofobico) ai colori accesi, saturi, di vita che esplode. Qui e per tutta la durata del film, regia, sceneggiatura, scenografie e fotografia si fondono creando un contesto visionario e un ritmo travolgente.
Ormai Bella è adulta e d’improvviso ci rendiamo conto che non ci siamo accorti di come, di quando abbia migliorato tanto la camminata, la postura, il modo di parlare, che è sempre “bizzarro” ma quasi forbito. Emma Stone è brava in modo impressionante nel non farci avvertire soluzioni di continuità, così come è brava (pare una contraddizione) a cambiare tantissimo. La scena del ballo è impagabile, magistrale.
È vero, è un’adulta, ma un’adulta giovane che ha ancora tanto da imparare: un’esperienza dopo l’altra (come la conoscenza del dolore o l’esperimento di vivere senza agi, così come tanta lettura), Bella forma il suo sistema di valori, profondamente razionale, ed è sulla base di quello che valuta cosa è bene e cosa è male; sperimenta, sperimenta, sperimenta, seguendo le orme del “padre” Godwin, affinando l’ingegno e la sensibilità e trovando sempre la soluzione.
E alla fine la soluzione è proprio lei, Bella, determinata e autodeterminata.
San Salvo è l’ultimo mare d’Abruzzo a sud, subito prima che cominci il (breve) tratto molisano a precedere la Puglia. Vi è andata bene: poi l’Italia finisce e questa introduzione vi si chiude così.
Detta introduzione serviva poi a cosa?
Non disturbatevi, rispondiamo noi: è per dire che qui si arriva con tempistiche decorose da tutto il centro Italia, oppure soltanto più aleatorie venendo dall’alto Molise, nel qual caso la statale Trignina -col suo frizzante susseguirsi spaziale e temporale di piccoli, grandi, lunghi lavori- sa riservare sorprese. Ne sanno qualcosa al ristorante stesso, viste le varie telefonate di aggiornamento con cui cercavamo di rassicurarli via via sul nostro arrivo involontariamente tardivo.
Ci siamo fatti aspettare un po’, insomma, ma alla fine hanno saputo e potuto gestire il nostro molto annunciato ritardo, sicché tutto è filato liscio nonostante noi.
Il mondo degli stellati è probabilmente (lo si sostiene da più parti) in mutazione. Crisi varie, stipendi di noi clienti che in moltissimi casi non viaggiano veloci quanto i prezzi, forbici sociali che si allargano un po’ e altro ancora formano un complesso di questioni per cui sarà forse opportuno andare sempre più alla sostanza, tenendo magari fermi aspetti chiave del servizio ma spostando il baricentro verso materia prima, piatto, efficacia. Alcuni ristoranti di questa categoria sono già stabilmente su questi equilibri da tempo; sul passato del Metrô non sappiamo dire perché per noi è stato un debutto, ma l’offerta al momento della visita (giugno 2023) è centrata per forme e contenuti.
Il menù che abbiamo scelto è stato quello in foto.
Nella sua presentazione, ma anche in tutto il resto del pranzo, l’atmosfera è stata certamente adeguata alla situazione ma via via piacevolmente meno formale, come secondo lo scrivente ha senso che accada nell’incontro tra un modo di fare ristorazione e alcune tipologie di cliente. Sta al mestiere dello staff di sala capire chi si ha di fronte e regolare il livello; con noi sono stati perfetti. ndr: Per quanto ci riguarda questo del tipo di servizio è uno dei punti chiave che, nel benessere fortunato di un pranzo in un ristorante di fascia alta, fa il grosso della differenza tra mangiare bene e il suo upgrade, stare bene.
Ora, di fronte ad un menù che accompagna un’esperienza, personalmente trovo non solo fuori posto ma perfino un po’ stucchevole indugiare nelle descrizioni di singole portate. E’ pure una scusa per coprire il mio non essere un critico gastronomico, ma detta meno altezzosa è la constatazione di piatti davvero efficacissimi, su cui la differenza di valutazioni sta nei gusti personali.
La sequenza scelta dallo chef ha mostrato senso e logica durante il pranzo, con tempi di servizio clamorosamente precisi. Confido nel fatto che ci fossero quel giorno pochi tavoli da servire, anche per colpa del nostro ritardo come detto sopra, perché col pieno mi pare sostanzialmente impossibile qualcosa di così chirurgico.
Volendo invece descrivere nell’insieme l’approccio di cucina che si ha di fronte, la sensazione è quella di un luogo in cui la scelta della materia prima è molto curata, l’utilizzo nelle preparazioni sembra dare indicazioni piuttosto chiare: l’estro resta a servizio del piatto senza sconfinare in un esercizio creativo. Sono scelte di campo, a mio avviso, e direi che andare più di fantasia o più di controllo non porti per forza a pranzi fantastici o deludenti; si tratta però di strade stilistiche che certamente definiscono i contorni di un’esperienza, sicché mi pare sensato dirvi dov’è che si stia qui.
In questo caso il viaggio si fa tutto sommato senza esoterismo, con interventi senz’altro anche fuori standard ma misuratissimi e sobri. Il menu che avete letto sopra, comunque, evidenzia che ci si diverte lo stesso!
L’ingrediente principale mantiene il ruolo anche nel gusto, ancorando i piatti al loro centro. Questa solidità di fondo, unita ad un servizio preciso ma non barocco, lascia le portate come protagoniste.
Per gli abbinamenti coi vini si viaggia ovviamente bene e con una certa serenità anche rispetto ai prezzi per chi non voglia esagerare. Magari qualche azzardo in più sarebbe anche gradito, ma ha una sua apprezzabile coerenza questo mantenere i piedi per terra.
Ad ogni buon conto gli azzardi enoici ci sono e sono anche di livello, come vedrete tra qualche foto.
Il conto ha molto senso rispetto a come si è mangiato, all’ampia sequenza, alla gradevolezza del servizio, all’evidente attenzione posta su ogni momento del pranzo e alla sensazione complessiva, assolutamente positiva, che si tiene dentro uscendo.
Bel posto (d’estate direi ulteriormente bello mangiando nel piccolo giardino), persone con cui è piacevolissimo conversare e un viaggio gastronomico appagante e pieno.
Amici, come sapete abbiamo una WEBZINE (qualcuno nell’era moderna doveva pur tornare a scriverlo) a cui vogliamo molto bene per vari motivi: si tratta di Music on TNT. Qui dentro scriviamo anche noi e l’avrete notato per qualche link nei mesi adietro.
Ora è il turno di Cecilia Sanchietti, batterista e compositrice che ha dato i natali al suo quinto album Colours.
In un gradevole sabato pomeriggio settembrino i vostri eroi del bello e del buono han partecipato ad un evento che può definirsi unico senza la preocupazione di spararla grossa.
Intro – L’orto botanico, Roma, il vigneto Italia
La premessa per contestualizzare l’evento è una parte rilevante dell’evento stesso e porta con sé parecchie cose su cui riflettere.
Il vigneto Italia è un’idea di Luca Maroni, personalità tra le più note nel mondo del vino italiano (a lui si devono le guide “Annuario dei migliori vini italiani“, per esempio, ma anche molte attività che spaziano dalla filosofia produttiva all’analisi sensoriale fino alla divulgazione per diverse tipologie di pubblico). Con la collaborazione dell’Università La Sapienza di Roma, nel 2018 un angolo in disuso del fantastico Orto botanico di Roma, meta sulla cui sottovalutazione andrebbe scritto un libro, è stato scelto per far nascere un unicum in termini di biodiversità: 155 varietà di uve a racchiudere tutta l’Italia in poche centinaia di metri quadri, racchiusi a loro volta tra un tratto di mura aureliane e Trastevere.
Parentesi: Con le vigne circondate da muretti a secco i francesi han tirato fuori la suggestione dei Clos. Andrebbe capito cos’altro serva -oltre ad esistere- all’Italia, o anche solo a Roma, per promuovere qualità e valore quando ad esempio si ha uno straordinario vigneto in centro con “muretti” (aureliani) un filino più vecchiotti. Chiusa parentesi.
Insomma, qualcosa di unico si dice che lo abbiamo spesso a portata di mano senza farci troppo caso; che questo a Roma sia dimostrabile in vario modo è ulteriormente chiarito dal vigneto Italia.
Le viti sono gestite secondo scelte che guardano alla biodinamica; non sappiamo a quali livelli arrivino le pratiche in vigna e probabilmente non si è al cospetto di estremismo da “naturali”, ma insomma siamo oltre il biologico. Direi che qui va bene così, un po’ perché di fatto si tratta di una sorta di museo vivo più che di vigneto appositamente destinato a produrre bottiglie da vendere, un po’ perché tutto intorno non è che si stia proprio a contatto con la più pura delle arie e quindi non complicare ulteriormente le cose mi pare una bella scelta. Naturalmente, negli anni difficili, difficile con questa impostazione è anche far vino, tant’è vero che quest’anno la peronospora qui ha di fatto annullato la produzione. Lo scorso anno invece con l’uva prodotta si è arrivati a 600 bottiglie da mezzo litro, 300 di rosso e 300 di bianco.
Il vino
Eccoci qui, assaggiatori di questo bianco e questo rosso. Diciamo che già al racconto introduttivo capiamo di dover avvicinarci alla degustazione resettando un tot di film mentali che consuetamente partono assaggiando: qui parlare di monovitigno, blend, uvaggi, percentuali, territorio è mancare del tutto il focus, che sta altrove fin dalle fondamenta: 79 vitigni per il bianco, 76 per il rosso, in entrambi i casi includendo tutte le regioni italiane. Per quanto mi riguarda mai bevuto nulla di simile quantomeno per composizione.
Com’è andata?
Fossi stato coinvolto in un indovinello senza conoscere alcunché del vino, per il bianco avrei intuito un sauvignon con un accenno di malvasia, per il rosso una sorta di incontro tra aglianico e barbera con un legno non invasivo ma presente a tenere assieme il tutto. Entrambi con quell’aria un po’ ruffiana che danno intenzionalmente i vini prodotti per restituire piacevolezza ed equilibrio formale, magari a fronte di qualche perdita di personalità. Per quanto mi riguarda, quindi, due vini assolutamente gradevoli, certamente corretti, a cui (qui avrei indovinato ma non avrei mai immaginato il motivo, cioè più di settanta uve in un sorso) manca un po’ la caratterizzazione, la peculiarità che ti fa ricordare una bevuta rispetto ad altre.
Intorno al vino – dal calice al futuro
Un evento del genere, per il pomeriggio in sé e per il progetto di anni che gli sta attorno, rende chiaramente il mio assaggio ancor più irrilevante del solito. I temi, infatti, qui sono davvero tanti e si presentano tutti assieme in un attimo.
Guardiamo anche solo il prodotto finale: si sta dimostrando che, nel centro quasi esatto di una tra le metropoli più rilevanti al mondo, si può fare un ottimo vino, condurre una vigna, farlo con metodi sostenibili.
Da lì però si parte e non si sa dove si possa arrivare.
Roma ha un suo vino. Naturalmente parliamo di un esperimento, di un vino-evento, di un’installazione vivente, perciò il fulcro non lo terrei sul chilometro zero, perché qualche considerazione d’altro tipo viene da sé senza sforzi e non riguarda solo queste due bottiglie stra-ordinarie. Una città che ospiti una degustazione del genere, tra musiche romanesche e venticello, tra agronomi che raccontano il lavoro e passeggiate, tra la ricerca scientifica e una clamorosa galleria d’arte antica affacciata su quella ricerca, è una colossale matrioska di meraviglie consecutive, una valigia dell’attore con mille maschere, un caleidoscopio di cultura, arte, divertimento e curiosità senza pari.
Da troppo vicino certe cose non si vedono bene, si sa. Allora guardiamo dall’alto: un chilometro quadrato -nel centro dei desideri di ogni viaggiatore- contenente un fiume, un colle verdeggiante, la movida, una cucina da godere, piante da tutti i continenti, secoli di pittura eccezionale, una villa che toglie il fiato, una monumentale fontana con un panorama che incanta, chiese e chiostri imperdibili… e ora due vini.
Non esiste nulla di simile al mondo; c’è da far impazzire chiunque cerchi altro da sé.
Qui c’è un futuro da inventare, a vederla in positivo, perché altrimenti, con occhio un po’ critico, proprio all’ingresso di questo miracolo di giardino che ospitava il miracolo dell’evento, turisti ben informati su Roma e su quel che avrebbero voluto vedere in città erano lì a chiedersi se valesse la pena entrare, cosa ci fosse poi di così particolare in un luogo che, sul piano della comunicazione turistica ma anche al cospetto dei suoi concittadini, non sa presentarsi a dovere -e figuriamoci se sappia presentare l’evento, ben organizzato da Senseventi di Francesca Romana Maroni in una due giorni arricchita di banchi d’assaggio, artigianato di qualità, visite guidate e appuntamenti nel parco-.
Il punto, insomma, non mi pare di nicchia né ozioso, né da vincolare all’evento in sé, che però del punto è un rappresentante perfetto. Per chi l’ha visto e per chi non c’era, diceva il poeta.
Per chi l’ha visto
Qui all’orto botanico, in questo pomeriggio è arrivato, entrando senza indugi, chi segue il mondo del vino, chi per caso aveva programmato proprio per quel giorno un bel momento coi figli da far camminare nel verde, chi conosce ed ama quel posto a cui dedica un saluto periodico. Quel che è accaduto, però, per chi l’ha cercato e per chi se lo è fortunosamente trovato, è una sorta di piccola grande celebrazione laica della storia e del futuro di una città che, nelle solitissime mille contraddizioni di cui ama dotarsi da sempre, sembra poter nutrire di bellezza infinite generazioni umane.
Per chi non c’era
Chi non è entrato, con tutta probabilità perché non ne sapeva nulla, ha perso qualcosa di assolutamente unico che, per esser goduto, richiedeva dieci euro, quelli che la metà dei passanti ha speso qualche decina di metri dopo per bere con esiti un po’ diversi per gusto e olfatto. Nulla in (de)merito si può attribuire a un’organizzazione che anzi, lo ribadiamo, ha promosso l’evento con professionalità ed efficacemente; il tema è istituzionale e in molti sensi politico, e riguarda la direzione che si vuol dare al futuro: a quello del turismo urbano, a quello dei cittadini, a quello della città e… al futuro in sé.
Evento splendido. Complimenti a Luca Maroni, narratore non banale e capace di ottenere ascolto da una platea certamente eterogenea, e all’organizzazione.
Saremo qui brevi: abbiamo visto un concerto davvero notevole di un musicista che… che… ma scusate, sarà mica che non conoscete Jeff Berlin?
Ok, ora lo sapete.
Insomma, vediamo di dar seguito a quanto detto e quindi di esser brevi: c’è una webzine che è nostra amica, ma amica amica, eh? Tant’è vero che uno di noi ci scrive sopra dal 1999… Quando internet era scritto a mano dal monitor di pazienti monaci laici… ok, non staremo a dilungarci su questi aspetti proprio in un articolo che abbiamo introdotto come breve.
A stringere: nella webzine amica amica amica nostra si parla di musica. Nello specifico si parla del concerto che Jeff Berlin ha tenuto a Roma, all’auditorium Parco della musica. Ecco: vi suggeriamo caldamente di leggere com’è andata, soprattutto perché è andata parecchio bene!
Clicca qui per non vincere alcun premio. Garantito. Però cliccando scoprirete un bel posto per conoscere qualche nuovo o vecchio artista in un modo magari diverso dal vostro. Vale sempre la pena, no?
Ah, la webzine amica amica amica nostra si chiama Music on TNT!
Bracciano è un borgo di quelli a cui si addice il classico “da visitare”, con vicoli, scalette, piccoli negozi e una vista sul lago che lascia ricordi nitidi perfino rinunciando ai selfie. A camminare, si sa, viene fame, ma capita pure gente come noi che viene qui apposta per mangiare in un posto da conoscere e quindi, già che c’è, cammina pure.
Nel centro del centro c’è una piccola bottega, vista da fuori, che dentro è un’esperienza di cibo e incontri. Ci viene spontaneo come certe erbacce dire che Sara -a cucinare- e Giovanna -ai tavoli- sono uno dei motivi per cui venire qui.
Si entra. Il locale è piccolo ma accoglie perché è stato evidentemente concepito per farlo: i pochissimi tavoli vanno in profondità per una striscia di qualche metro sulla sinistra, un bancone con sgabelli li separa -intenzionalmente poco- dalla parte destra, che è tutta cucina. Non è soltanto ascoltare i suoni del lavoro di preparazione, ma anche poter chiacchierare con la cuoca (“non sono chef, faccio la cuoca”) dei piatti, dell’idea che c’è dietro, di quel che nasce sul momento discutendone magari di qua con Giovanna che estende a Sara quando l’argomento si fa coinvolgente.
Entrambe sanno essere discrete col tavolo che in qualche modo suggerisce di farlo, ma il loro entusiasmo non va confuso semplicemente coi casi in cui si scrivono nelle recensioni cose come “servizio informale”: è qualcosa di intrinsecamente diverso, è d’anima, c’è il gusto di scambiarsi impressioni e parole perché una giornata “necessariamente” a contatto con gli altri passata così è più piena e ricca. Allora ecco che ci si trova a parlare di ingredienti, sapori, esperienze, cotture, assaggi non per far convivio tecnico (ambito in cui peraltro lo scrivente non sarebbe all’altezza) ma per amore di terra, lavoro e gusto, per godersi la bellezza di un momento condiviso che riguarda il mangiare e bere.
Direi che i piatti in dettaglio non ve li raccontiamo. Il menù è corto e variabile, la filosofia e gli intenti che stanno alla base di questo posto prima ancora delle fondamenta del suo palazzo sono cura per una materia prima cercata con determinazione ma non obbligata dalla ricetta ad essere questo o quello. Le erbacce nel nome sono… erbe, spontanee, selvatiche, dall’orto, trovate da un produttore vicino, scoperte da poco, trasformate attraverso il loro utilizzo per farne ripieni, contorni, abbinamenti, salse e quant’altro la loro sostanza inviti a creare.
I risultati sono splendidi. Nelle preparazioni c’è sicuramente attenzione e tecnica, nonché un gusto estetico su forme, colori e abbinamento materiale col piatto di servizio, ma nessuna delle diverse portate arrivate al tavolo da quattro ha avuto con sé una qualche pur minima prosopopea, solennità, velleità formale nella presentazione a voce o nell’impiattamento. È, questo, un equilibrio parecchio delicato, perché la rispondenza tra le intenzioni di cucina e di proposta e la resa in tavola è fatta di mille fattori e qui succede soltanto che la passione per un mestiere non semplice finisce dritta sul piatto, condivisa senza aggiungere, senza condimenti o parole ridondanti.
Le carni sono di allevamenti vicini, così vicini che si conosce bene non solo il produttore ma pure l’animale diventato cibo. È una catena in cui ogni anello viene rispettato il più possibile.
Durante il pranzo può capitare di scorgere Sara che, dalla cucina, lavorando cerca di captare sensazioni e commenti ai piatti. Se c’è modo e tempo è lei stessa a fare quattro passi (numericamente forse dieci) per venire al tavolo a chiedere opinioni e confrontarsi coi clienti. Personalmente l’ho ascoltata a confrontarsi con grande umiltà ed empatia anche con un cliente della categoria “questo piatto è un po’ strano perché a me piace come l’ho mangiato a <segue luogo esotico a sufficienza da evocare verità assolute>”. Questi sono gli stress test che mi fanno riconoscere le persone di valore, attraverso lo stile con cui sanno stare al mondo.
Giovanna racconta con sorridente rigore i piatti e il motivo per cui son fatti come son fatti. La scelta del vino con lei è un altro momento divertente, a dimostrare che la professionalità e la competenza non devono essere per forza roba pesante e che con le cose belle è bello giocare.
Si va via contenti e con la voglia di tornare presto, si spende una cifra giustissima per quel che si mangia e per come lo si mangia. Il vino ha ricarichi sensati.
Un plus per chi capiti di passaggio e magari senza il tempo o la voglia di sedersi al tavolo: vari piatti vengono anche offerti a portar via, e se siete in zona non c’è nessuna ragione per cui possiate perdervi per esempio la focaccia alle erbe. Proprio nessuna.
Ci sono serate che sono inneschi, ripartenze, passaggi. Complici gli amici più saggi di me, eccomi spettatore di un evento ricorrennte per tutti e per ciascuno unico, un compleanno. La festeggiata è Mariella Nava, autrice, pianista e interprete di cui non occorre qui raccontare il grande valore. I suoi “birthday concert” (non credo che li chiamerebbe così…) sono sere attese e vissute da chi la ama con gioia, trasporto ed entusiasmo riservati solitamente ad artisti più appariscenti o proprio agli amici, quelli storici che abbiamo; l’atmosfera che si è creata -e che immagino felicemente simile nelle feste precedenti- è in sé un ulteriore motivo per esserci e volerci tornare.
Il luogo della festa è un piacevolissimo live club ma anche una piccola ambasciata calabra del cibo a Roma, accogliente e gustosa per simpatia dello staff e… menu: L’asino che vola.
Che bellezza.
Mariella è su un lato del palco, che da destra a sinistra vede lei, la tastiera, Sasà Calabrese al basso elettrico, Salvatore Cauteruccio all’a’accordion e Roberto Guarino alla chitarra acustica. A voler fare il critico musicale una prima bella cosa da dire è che insieme compongono un risultato efficace, compatto, ben suonante nonostante io fossi in una curiosa posizione come alcune foto chiariscono.
Resterei per un attimo ancora sugli aspetti più squisitamente musicali perché questo concerto e questa musicista lo meritano: sono un fessacchiotto, perché da trent’anni circa ogni volta che sento un suo brano ne resto colpito, talvolta affascinato, altre volte emozionato ed altre ancora interessato tecnicamente… e poi mi ritrovo a non aver mai approfondito come mi avrebbe fatto bene fare. Certe sere però sono ripartenze, si diceva, e quindi si fa sempre in tempo, no? Fessacchiotto ma con l’orizzonte davanti, mica robetta.
Dicevo, restando sui contenuti, che a rendere questo concerto vivo e vitale ci sono canzoni -molte ovviamente note a tutti- che arrivano regalando subito la percezione di una sincerità che le guida. Hanno dentro un gusto di scoperta a cercare e trovare dove si può la parola in più, quella magari successiva alla prima ispirazione, che ti fa entrare da una porta non nascosta ma laterale e prendere aria quando sei dentro. C’è tanta tanta tensione verso la melodia e il desiderio di farla viaggiare con le parole urlando dove serve, sorvolando gli accordi dove un ritornello può sembrare vento e farti quasi aprire le braccia mentre lo canti anche tu. E’ una miscela magica che funziona anche per motivi solidi e poco magici (o molto, ma tangibili) come il mestiere di scrivere, l’intenzione costruttiva di giocare con le armonie a portarsele su e giù per sollevare emozioni. Cosa che dal vivo riesce a Mariella in modo davvero diretto, con una voce vicina, calda e attaccata a quel che dice, con un pubblico a conoscerla e festeggiarla in due ore e mezza piene di sorrisi. Lei si sente forse quasi a casa, racconta, scherza, fa scivolare il tempo lungo il piacere di godersi canzoni messe su con cura.
C’è la torta, ci sono gli ospiti ad alternarsi, si tocca la sensazione che tutti, sul palco e sotto, vogliano stare bene prima ancora che ad un concerto. Di live belli o molto belli ne ho visti a dozzine, ma respirare un’aria così buona non è semplice, per cui, mentre ringrazio ancora gli amici saggi che hanno restituito a nuova bella musica un fessacchiotto, ringrazio pure Mariella Nava, che mi ha offerto verità, pienezza, carattere e una fetta di ottima torta.
Che bellezza, dicevo sopra. Adesso pure qui sotto.
Amici che ci leggete un po’ da dove vi pare, siamo stati per voi, per noi, per tutti ad ascoltare uno tra i più famosi trombettisti nazionali (diciamo nei primi tre per fama, dà) all’auditorium Parco della msica di Roma, per un live che era anche la presentazione di un album dedicato a Stevie Wonder, essere superiore che qui pacatamente definiamo senza girarci attorno uno dei più grandi geni della musica popolare.
Sul palco Bosso, come sempre sorridente e comunicativo col pubblico pur nel suo modo tranquillo e misurato, era in versione quartetto + ospite, con Julian Oliver Mazzariello al piano acustico ed elettrico, Jacopo Ferrazza al basso acustico ed elettrico e Nicola Angelucci alla batteria acustica e… no, niente, solo acustica. In più momenti l’ospite di cui sopra ha apportato un contributo notevolissimo in termini di musicalità, ricchezza e colore, e la cosa non stupisce visto che si è trattato di Nico Gori, che al sax e al clarinetto ha dato ancora una volta la prova che, quando dallo strumento si fa uscire musica comunicativa, l’artista può far dimenticare perfino che nel frattempo ha fatto cose tecnicamente rilevantissime, può riuscire a far diluviare applausi per la sua musica e non perché sia un fuoriclasse, nonostante lo sia. Si tratta di una qualità rara ma, forse proprio per questo, fisicamente percepibile quando si manifesta, sempre attraverso le note.
In un’ora e mezza di set le emozioni ovviamente con Stevie Wonder a guidare e questa lineup a suonare non sono mancate; il gruppo ha saputo rendergli omaggio con rispetto anche quando ha scelto di allontanarsi un po’ dal ricordo specchiato dell’originale. Le trasposizioni jazz dalla cosiddetta musica leggera han prodotto sicuramente molta bellezza ma anche un elevato numero di mostriciattoli, perché alterare una materia notissima al pubblico significa camminare sul filo del rasoio e averne consapevolezza è parte del mestiere di “musico”. Qui il livello non lasciava dubbi, ma aver ascoltato la conferma è stato bello.
Qualche perplessità riguarda questioni che in realtà partono paradossalmente proprio dal trovarsi ad ascoltare un bel quartetto che suona compatto e molto piacevolmente: La premessa infatti è assolutamente positiva: Bosso è un fiume di note ma non perde mai la bellezza del timbro, nitido e privo di spigoli se non quando intenzionalmente vuol mordere: Mazzariello ha leggerezza e dinamiche, la sezione ritmica funziona venendo penalizzata solo da un’acustica poco efficace che mette in secondissimo piano il basso e avvicina sonicamente i colpi sul rullante a quelli contro un bidone riverberato. Il punto però non è stato questo inconveniente: il punto è che, un po’ troppo spesso, sia Bosso sia Mazzariello partono da belle idee ma tendono a scivolare in consuetudini, in giochi di scale o frasi ripetute, in pattern melodici su variazioni armoniche, scelte che in qualche caso spostano l’equilibrio dei molti momenti di assolo (non troppi; molti) verso l’esercizio di stile, che -per esser chiari- è pur sempre eseguito a livelli alti, ma rischia di varcare il confine oltre il quale si può diventare leziosi. La cosa, ripeto, dispiace proprio perché il gruppo suona bene insieme, la musica è compositivamente quel che sappiamo e viene trattata con cura… insomma, è una sbavatura che arriva proprio per differenza con quanto il resto fili liscio. In questo senso, come si diceva sopra, Nico Gori aggiunge esattamente qualcosa in direzione opposta, con una intenzione melodica forte al punto da sovrastare le migliaia di quelle stesse note suonate fluide, morbide, con una cifra che per certi aspetti è affine proprio a quella di Bosso, con cui l’incontro ci appare certamente felice.
Si esce contenti, per un live che -al netto delle perplessità esposte- conferma la bravura e il successo meritato di Bosso e di un quartetto che sa stare insieme. Non è certo la prima volta che lo scrivente ascolta il nostro dal vivo, ma la voglia di rivederlo presto ed ascoltare nuova musica resta pulita e certa andando via. Il jazz non è morto come qualcuno dice (magari non se la passa benissimo, ma è questione comune a moltissima altra musica e non ne parleremo qui) e le facce sorridenti in uscita erano davvero tantissime.
La seguiamo da tempo perché è brava, davvero brava, e segue un percorso autentico e personale, quando avrebbe carattere, fascino, presenza e voce per mangiarsi palco e pubblico anche a fare un più redditizio pop d’alta classifica.
Bravissima. Lasciamo che a parlarne di più sia il blog nostro amico GoModa:
Che si fa in un bel ponte primaverile partendo da Roma?
Si va a Livorno, per esempio!
Due ore e mezzo di treno anche da Ostiense, con parcheggio comodo a metri dai binari, e via, una robina facile per conoscere una città poco turistica (dati 2025), piuttosto identitaria e che non ti mette l’ansia da prestazione del viaggiatore perfetto, tipo ECCO ORA IN DUE GIORNI DEVO VEDERE ASSOLUTAMENTE QUESTE TREDICI COSE O SONO MORTO: ha le sue cose da fare e vedere, i suoi spazi, … Ti fa dire fra te e te: Tranquillo, te la godi e torni. Così l’abbiamo immaginata, così è andata. Vediamo come.
Due parole sulla città
Qui sotto mettiamo giusto i fondamentali per inquadrare la geografia della città:
– se arrivate col treno siete a est del centro; via Carducci dritti dritti, finite in piazza della Repubblica, enorme e curiosamente vuota, e da lì è centro, una sorta di quasi-pentagono delimitato da fossi (i canali) e mare
– a tagliare a metà il centro c’è via Grande, che proprio da piazza della Repubblica arriva est -> ovest al porto
– la parte nord del centro è il quartiere Venezia, voluto dai Medici come un sistema di canali a raggiungere botteghe (che hanno comportato l’arrivo di merci, mercanti, famiglie, religioni e culture da ogni dove, a far di Livorno un regno anche attuale della laicità)
– la parte su del centro ha il mercato di piazza Cavallotti, all’aperto, e il Mercato Centrale, coperto, che è una meraviglia
Vi raccontiamo Livorno per come l’abbiam vissuta e girata noi, come al solito senza fronzoli verbali, pretese di esaustività, top five e must-see vari.
Giorno 1 – partenza e giustamente pure arrivo
Capitarci il primo Maggio è parecchio simpatico, proprio in senso etimologico. C’è un “cuore comunitario” che, quando si parla di questioni come cacciucco, imprecazioni diciamo colorite, partecipazione sociale e “boia dé”, mette assieme molti livornesi in una cosa sola. A Fortezza Nuova, di fatto una sorta di isola verde circondata dai fossi del centro (i canali d’acqua, si diceva sopra), il primo Maggio significa aggregazione, musica, mangiare tutti insieme. Tra le bancarelle, le coperte sui prati, le panche accanto coi tavoli, i cani a spasso coi padroni e le birre allegre, noi estranei ci divertiamo e ci stupiamo piacevolmente nel vedere come il live dei Licantropi, IL gruppo popolare di Livorno, sia un coro collettivo sui testi, buffi ed estremamente local, che ti fanno sentire pienamente dentro questa città. In proposito si tengano a mente i fondamentali: il gatto fa miao, il pisano fa “gao”.
Il cacciucco, piatto scelto per il primo pranzo in questa città, è un divertimento d’altra natura ma con un sapore per certi versi simile, specie mangiandolo in posti frequentati dai residenti. In merito c’è una bella notizia: poiché, come dicevamo sopra, il turismo è molto contenuto, si sta benissimo mangiando ovunque, tra le chiacchiere di chi abita questo posto e atmosfere che sono autentiche e, in senso assolutamente positivo, ingenue nella loro tranquilla quotidianità. Tenete presente che prenotare nei posti più noti e/o validi resta consigliatissimo, in alcuni casi indispensabile e comunque una scelta positiva perché d’aiuto ai ristoratori.
Il nostro cacciucco, buonissimo, lo abbiamo mangiato da “La vecchia Livorno“, che ci è piaciuto assai anche per atmosfera, servizio e prezzi.
Nel pomeriggio si passeggia un tot: il giorno festivo qui significa negozi perlopiù chiusi e quindi un po’ meno movimento sulla via principale, sicché si gironzola un po’ per la Venezia, il piccolo quartiere che… ah, già, l’abbiamo detto più su (un caffè buono lo fanno all’angolo tra via Strozzi e via della Venezia). Carino, animato la sera dai tanti ristoranti e locali aperti lungo i fossi e rimasto autentico, come del resto tutta la città.
Per stanchezza si mangia a casa, ordinando la pizza da Spicchio di Luna, che fa anche un ottimo impasto integrale. Approfittando proviamo anche la loro torta di ceci, argomento che a Livorno ha una sua specifica sacralità. Ci portano anche il pane che istituzionalmente accompagna la torta di ceci, costituendo con lei il 5e5. Tutto molto buono.
Giorno 2 – Pisa ma anche cena livornese simpatica
A un quarto d’ora di treno c’è Pisa. Di treni per Pisa ne hai a bizzeffe. Ne segue agilmente che pure Aristotele una gitarella da Livorno l’avrebbe fatta.
Quel che si può raccontare sulla rivalità secolare tra pisani e livornesi durerebbe dozzine di righe, sicché evitiamo, ricordandovi però che se volete sondarne le origini trovare in rete di tutto, mentre se volete assaporarne l’attualità dovete leggere un mensile che vi indichiamo un po’ più sotto.
Pisa soffre da tempo di turismo gestito un po’ “meh”. La faccenda salta agli occhi facilmente vedendo che su tre vie del centro viaggia il 90% abbondante dei turisti. Il contraltare è il vantaggio di lasciare, ai curiosi, spazi, chiese, vicoli, trattorie ed atmosfere decisamente gradevoli anche a cento metri da quel costante flusso.
Capite bene come non abbia alcun senso raccontarvi proprio qui lo scoop di una torre che sta in piedi un po’ curiosamente, di una cattedrale notevole eccetera. Anche in questo caso quindi usciamo dal mainstream globale e torniamo in quello nostro, non mancando però di farvi notare che, guardacaso, quando ci siamo stati noi di Dateme Rettala Torre di Pisa era dritta.
A pranzo abbiamo scelto direi benissimo. La trattoria in cui abbiamo già voglia di tornare è stata Sant’Omobono, in pieno centro ma appena laterale, quindi frequentabile (ma prenotate!).
Si torna, si riposa un po’ per i chilometri fatti e si riparte per il centro, inizialmente superandolo di slancio in bus per arrivare a vedere la Terrazza Mascagni, grande e piacevolissimo affaccio panoramico sul mare appena più a sud.
Voleva essere un aperitivo quello che è subito stato promosso a cena, per quantità e goduriosità, da Signor Nico, proprio sulla rotonda del porto a chiudere via Grande. Le sue schiacciate sono uno dei motivi per cui passare da queste parti, fantasiose e divertenti, e se avete un normale appetito cenate con una di queste.
Giorno 3 – Il centro
Colazione al bar tabacchi, per immergersi appieno in una città che si mostra autentica pressoché ovunque, ad oggi, e che quindi non costringe a rifugiarsi continuamente in angoli di verità, come invece accade ormai in tante capitali del turismo. Poi passeggiata centrale, fatta di vetrine, cani (un sacco di gente ha il cane, a Livorno). Per assaporare tutto il centro, però, una mattinata non è mattinata senza il mercato di piazza Cavallotti, rumoroso, vitalissimo (perlomeno di sabato) e ricco di tutto, con l’area più classica di frutta e verdura, i chioschi per pane o carne e una zona di vestiti ed altro. Lì accanto c’è Gagarin, tempio del 5e5 fin troppo frequentato e quindi non visitato causa lunga coda, e c’è il Mercato Centrale -o delle vettovaglie- in tutta la sua imponenza (e bellezza!): banchi di frutta, verdura, carne o pesce, tanti chioschi per il pane, negozietti e un po’ di ristorazione, tutto dentro un’architettura fatta per accogliere ma pure per farsi guardare, con un’allure parigina simpaticamente affiancata a invocazioni che altrove qualcuno definirebbe blasfeme, ma che qui, via, son vissute come un poffarbacco.
Si pranza qui dentro, Alle vettovaglie. Bella scelta di proposte con prodotti di qualità e ambiente ovviamente… di mercato. Si beve bene, oltretutto, con proposte perlopiù di produttori piccoli che il titolare cerca in giro con cura e amore.
Nel pomeriggio il meteo non ha aiutato, sicché il resto delle scoperte è stato un po’ condizionato ma, come dicono quelli seri, abbiamo trasformato il veleno in medicina e quindi, con lunga camminata suddivisa in tappe indoor più o meno forzate dalla pioggia, abbiamo
finito il giro esterno intorno a Fortezza Nuova incrociando pure “corsi di gozzo” e imponendoci il passaggio NECESSARIO davanti alla sede storica del Vernacoliere, mensile che a Livorno è un po’ più sacro delle religioni
raggiunto il Mercato Americano, che nel tempo si è ridotto per dimensioni, ma che ha ancora un suo perché se piace un certo genere di abbigliamento
percorso dentro-fuori-sopra-sotto la Fortezza Vecchia
gironzolato un po’ per il porto e le sue ramificazioni (diciamo che una sistematina d’insieme potrebbe giovare)
guardato, nell’area del cantiere navale, un po’ di vetrine (la pioggia era nella sua fase insistente) e una rassegna temporanea di libri nel molto godibile centro commerciale Porta a Mare, efficace esempio di rifunzionalizzazione che non “sbatte” col contesto ed è molto piacevolmente camminabile senza compressioni claustrofobiche da mall metropolitano
A cena siamo tornati alle Vettovaglie perché siamo stati bene in quell’atmosfera e perché abbiam voluto vivere anche la versione serale del mercato, a banchi chiusi ma con un live set di chitarre e voce ad accompagnare assaggi e bicchieri.
Chiudiamo in gloria con un ponce ben fatto al baretto supertipico lungo la strada verso casa, dove il titolare cinese gestisce alla grandissima un avventore un po’ molesto e due signori locali danno di fatto una mano a tenere il tutto sotto controllo, spostando le loro chiacchiere con birra all’esterno mentre controllano da fuori. Eccezionali ed efficaci, perché il tipo non trova agganci alle sue mezze provocazioni un po’ goffe e torna di fatto innocuo a costo zero.
Piaciuto tutto?
Sì. Livorno è una città molto gradevole, senza sussulti imponenti se cercate un effetto wow nelle vostre gite, ma con una bella fruibilità di spazi e occasioni. Quando ci siam capitati noi il Museo Fattori, che a naso va visitato per più ragioni, era in ristrutturazione, quindi del museo non abbiam parlato mica per ignoranza crassa, eh?
Quanto al dormire usciamo un attimo dal contesto: prenotare per una vacanza è diventato -anche a Livorno, ma appunto diremmo pressoché ovunque- tema da famiglie non dico agiate, ma insomma certamente libere dal dover fare i conti con la fine del mese. Su questo c’è qualcosa di strutturale che non torna, ma il tema è enormemente più grande e complesso di questo articolo.
Ultima annotazione felice: questa città è uno dei capoluoghi nazionali della gentilezza. Chiunque abbia scambiato parole con noi ci ha lasciato un’impressione positiva, a prescindere dal fatto che fosse un commerciante, uno interpellato per un’informazione o altro. A sensazione sembra si tratti di un modo d’essere diffuso e spontaneo.