Bill Meyers – Images

Dovesse venir fuori una rubrica sugli album da isola deserta, quindi fino al tuo arrivo inutilmente dotata di elettricità, lo scrivente sarebbe in bilico tra questo e altri due o tre capolavori e a quel punto pazienza, porterebbe un maglione in meno e alé, ci stanno tutti.

Prologo

Chi cacchio sia Bill Meyers è una domanda che può sopraggiungere con una probabilità abbastanza elevata. Succede però che poi uno ascolta ad esempio l’intro di archi di Papa don’t preach della più famosa Ciccone della storia musicale e… sì, roba sua, come per parecchie altre cose belline tra pop, colonne sonore e produzioni varie.

La copertina è questa. La specificazione è dovuta, perché i vinile-addicted, i cercatori di CD rari e via elencando troveranno questo album, quando lo troveranno, in almeno quattro copertine diverse, di cui una uguale qìa questa ma con font più chiaro e più brutto

Succede spesso, però, che quando sei un grande musicista, arrangiatore, conoscitore profondo delle meccaniche su cui si fonda un brano, vuoi divertirti con una cosa tutta tua. Bill Meyers qui (1986) ha scelto di farlo alla grandissima, alla enorme, con un progetto con dentro tanti elementi che già presi singolarmente renderebbero difficile un progetto: alla base un ensemble che all’epoca poteva rientrare nel perimetro della fusion, musicisti di altissimo livello (cercate l’elenco dettagliato in rete, tanta tanta roba), una sezione archi, poi ottoni, legni, synth, pianoforte, l’incrocio di generi musicali distanti tra loro per carattere, timbri e secoli, tutto registrato live in studio su due piste.

Il risultato di tutta questa mostruosa ingegneria è mezz’ora di miracolo musicale carica di creatività, caleidoscopica, con uno spettro sonoro gigantesco e pochissimi difetti.

La tracklist

Si parte con AM, proprio una sveglia che suona già nel traffico con l’arrivo dei clacson, un inizio da cittadini e un’impostazione molto USA, che tutto sommato abiterà l’album un po’ ovunque. Orchestrazione poderosa, drumming nettissimo e frontale, assolo di piano che ti si porta appresso ovunque tu sia, potenza e pulizia da vendere.

PM. Si torna a casa, si rallenta in un jazz intimo con piano elettrico riverberato, chorus a manetta sulla chitarra e un formidabile Ernie Watts al sax. Fusion di livello molto alto, elegante e sospesa, che cede solo negli ultimi tre accordi al rilassamento completo.

Voyager comincia con un organo stellare in un tema efficacissimo che si fa raggiungere da diversi strumenti a fiato e, con qualche americanata di troppo, entra in un passaggio di synth che inventa un crescendo di tensione armonica con un passaggio fichissimo, che dall’improvviso pianoforte apre su un ritmo tosto e dritto dritto verso il suo stesso raddoppio, col basso che va di slap lungo un solo di chitarra teso e diagonale, fino ad arrivare su variazioni orchestrali interrotte da quattro interventi micidiali di batteria dell’allora giovanissimo Vinnie Colaiuta che spalancano a piena orchestra il ritorno ai temi affrontati nel brano. Spettacolare.

Heartland parte di intro sintetica per poi introdurre al piano un tema che viene ripreso in diverse ambientazioni di arrangiamento successive ed entra in un quattro quarti diretto diretto, che si interrompe con un ponte d’archi pronti a diventare protagonisti nel ritorno ritmico, su cui un italiano difficilmente non dirà “rondò veneziano!”. Alcuni passaggi da lì al finale sembrano proprio testimoniare che Meyers voleva giocare con tutti i suoni a disposizione e farli interagire nel trionfo finale.

Time warp si propone con due parti distinte in cui si viaggia per l’appunto nel tempo, presentando uno specifico tema di partenza che viene usato prima in veste jazz con orchestrazione classicheggiante e sax soprano molto raffinato in un solo bellissimo, e poi con l’elettronica su cui, tra piani elettrici e basso sintetizzato, viene costruita una seconda sezione nervosa e serrata.

Pastorale chiude col protagonismo del pianoforte che introduce una melodia di grande cantabilità e diventa ariosa volata d’orchestra, coi synth a colorare alcuni passaggi, arrangiamenti d’archi a suddividere i contesti e di nuovo il pianoforte splendido attore principale che, salendo di densità, porta sulla ripresa con la chitarra elettrica e il ritorno al tema con l’insieme musicale al completo, partecipe di un finale degno del capolavoro assoluto che questo album è, chiuso da tre accordi di piano in solitaria.

Vado a concludere, via…

Lo ascolto frequentemente dalla sua uscita, cosa di cui all’epoca venni a conoscenza (come di molte altre uscite) grazie a Richard Benson ed al suo Ottava Nota, programma fondamentale di una piccola emittente romana e di cui molti italiani conoscono solo la versione cinematografica, Jukebox all’idrogeno, con cui Carlo Verdone ha voluto rendere omaggio ad una grande trasmissione nel film Maledetto il giorno che t’ho incontrato.

Credo sia un album che non mi stancherà mai. Credo anche che, a parte qualche suono un po’ datato che magari tornerà di moda, sia un lavoro con scelte timbriche non troppo legate al suo tempo.

Registrato in modo splendido, con grandissima pulizia e sapienza e col mastering curato da Bernie Grundman. Personalmente l’ho usato spesso come riferimento per testare componenti hi-fi.

Dateme indubbiamente retta. È bellissimo.

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!

Existo Osteria molisana – Isernia

(ultima visita: varie lungo il 2021, ma ci si torna presto)

Isernia esiste come la regione che le sta intorno, la questione sembra ormai consolidata, ma la nascita di questo posto speciale è avvenuta in un periodo nel quale l’esistenza del Molise era un concetto passato da battuta a claim turistico (ovviamente senza che all’epoca le istituzioni abbiano fatto nulla per sfruttarlo, ma proseguiamo); da qui il nome, che rivendica dignità e territorialità con determinazione ma anche giocando.

Secondo me se entrate qui con questo spirito vi divertite anche di più, oltre a mangiare e bere bene. In sala, Luigia Pascale ha dato una caratterizzazione precisa ai tre ambienti che, tutti in fila, compongono un locale strutturato “così com’era” nell’ossatura, col risultato di sentirsi accolti e di entrare in un’atmosfera specifica, piuttosto chiara ma non obbligata, peraltro resa da subito sciolta anche da Carlo Pagano, sommelier con competenze notevolissime che sa rendere leggere (qui bisogna lèggere leggère!) al racconto di quanto offerto in bottiglia e al calice.

I tavoli all’interno sono belli e spaziosi, si sta bene, ma se è stagione c’è la piazzetta di fronte all’ingresso, totalmente pedonale come ogni vicolo in centro, che è una piccola meraviglia a sé.

C’è da divertirsi, dicevamo, perché le idee di Carlo e Luigia incontrano la mano di Marx Di Nella in cucina che lavora sulle materie prime con rispetto ma anche con qualche azzardo, sicché di fatto qui possono trovare soddisfazione sia gli OSATORI sia quelli che gradiscono piatti più dritti. Si parte spesso dalla tradizione dell’Italia centrale, ma col gusto talvolta un po’ sfrontato di farne un trampolino per qualche tuffo. Quindi, per intenderci: tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi l’ortodossia in cucina: pane, olio, ingredienti e conoscenza sanno guardare per terra dove i piedi son piantati, mentre tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi le tecniche nuove perché senza un sous vide in carta lasci indignato il ristorante al suo destino e piuttosto ti nutri di foglie al primo albero: couture, variazioni sul tema, remix e gastrofeaturing li trovi e hai anche di che parlarne coi titolari, che hanno simpatia e passione.

Il vino. Qui si gioca davvero, e si può giocare leggero, pesante, convenzionale, naturale, strano, normale, sconosciuto e famoso. Sussurrato suggerimento dello scrivente: potreste proporre a Carlo di scegliere per voi un calice adatto per ogni piatto che ordinate. Il viaggio così diventa esplorazione, anche perché si guadagnano l’emozione della sorpresa, una bottiglia inattesa, un punto di vista diverso dal vostro. Non perché ne abbiate di sbagliati, che c’entra, mamma mia quanto siete permalosi. Sembrate me…

Il menù: perché mai? Ve lo andate a leggere, il menù! Siam mica qui a fare gli elenchi, noi gente di livello, e poi ci sono i piatti del giorno che, incredibile, cambiano, rendendo non solo inutile quel che starei per dire, ma sfizioso scegliere magari da lì. Diciamo che, in funzione delle disponibilità, potreste trovarvi a voler mangiare pesce mentre eravate entrati con l’idea di carne, o viceversa, o siete vegetariani e sul momento non mi viene una cosetta brillante da dirvi ma insomma sarete contenti anche in quel caso, tranquilli.

Spesa: ottimo rapporto qualità-prezzo per il Molise, lacrime copiose di commozione se venite da Roma, Milano e affini.

Sì, ok, direte, ma un difetto? Cavolo, nemmeno un difetto?

Mah, dài, facciamo i cattivi e diciamone due, tanto a noi questo posto piace un sacco ma proprio un sacco lo stesso: uno è anche discutibile; potreste trovare qualche piatto un po’ un azzardo per accostamenti o tecniche di preparazione. È un posto in cui non ci si tira indietro quando c’è da provare un’idea nuova, e se vorrete stare al gioco lo spazio ci sarà e non potrete manco chiamarlo difetto. Il secondo no, ho deciso che è oggettivo: non mi piacciono le cover lounge dei brani pop in sottofondo 🙂

Fateci sapere quando andate, ché magari siamo lì pure noi!