“The Beatles: Get Back”: la grande bellezza

I trailer, si sa, esagerano. Quello di The Beatles: Get Back no.

Anzi, guardatelo a visione del film avvenuta e vi metterà un’adrenalina pazzesca, perché solo voi che l’avrete già visto saprete che è proprio così: pazzesco come lo dipingono in quei 4 minuti.

Le 8 ore del film-documentario sono entrate nella mia vita a gamba tesa, lasciandomi dentro delle onde in movimento continuo, a risuonare con i miei pensieri; non sono una musicista e neppure una fan accanitissima dei quattro (oddio, ora un po’ sì!), eppure Get Back ti scuote, chiunque tu sia.

Gli elementi senza i quali l’eccezionalità del contenuto non sarebbe bastato a dare tanta emozione sono la nitidezza delle immagini e la loro “fulgida rotondità” (non saprei come dire altrimenti). I volti, gli sguardi, le pieghe, i colori, i riflessi, sono così ben definiti che in un attimo mi sono ritrovata tra i Beatles, incredula di averli intorno a me e chiedendomi come possa il mondo essere convinto che due di loro siano morti e gli altri due molto invecchiati, se la verità vera che tanto realismo dimostra è che hanno tutti sui 27 anni e godono di ottima salute, nonostante i triliardi di sigarette che fumano tutto il tempo.

La storia scorre e ogni attimo sai che stai per scoprire qualcosa che non conosci. No, non lo conosci, perché ogni scena è inedita e vera e tu hai vinto l’incommensurabile lotteria di potervi assistere in diretta, in presenza, lì, mentre si svolge e il resto del mondo ne è all’oscuro.

Questo senso di ubriacatura ti accompagna tutto il tempo, mentre scopri che un concerto pazzesco tenuto senza autorizzazioni su un tetto londinese non è il momento finale di un progetto architettato nei minimi dettagli dai musicisti e da chi li segue e produce, bensì il risultato di tre settimane caotiche e disordinate… talmente tanto che, sebbene il finale storico mi fosse noto, ho avuto per tutto il tempo la preoccupazione che non ce l’avrebbero mai potuta fare, andando avanti di quel passo.

I quattro hanno pochi giorni a disposizione per tirare fuori una dozzina di canzoni nuove. Una full immersion durante la quale sono prima chiusi in uno spazio ampio e quasi asettico, arredato da poche sedie e dai loro strumenti, in cui non possono fare altro che essere sé (“Abbiamo solo noi stessi”, dicono ad un certo punto), per poi passare nello studio di registrazione.

Il calendario scorre veloce ma loro procedono lentamente, senza patemi e – stupore – senza metodo. Dall’alto del mio scranno vorrei mettere loro fretta, ma devo limitarmi ad assistere e a fare un po’ alla volta la loro conoscenza.

Paul è carismatico, fascinoso, risoluto, ambizioso. Se lo avessi conosciuto, a quell’età, me ne sarei follemente innamorata, non ricambiata. È anche il più preciso, il più strutturato, il più “progettuale”.

È ingannando la noia, in attesa dell’arrivo degli altri, che una mattina accenna scomposto quella che diventerà Get Back, mentre tu vivi commosso la bellezza del momento creativo e la sua incredibile casualità ed estemporaneità. Dopo poco arriva George, che si mette accanto a lui, incuriosito, dando qualche ulteriore spunto, con la stessa leggerezza di chi ti dà una mano a finire il cruciverba.

E poi Paul è il genio. Scoprire come nasce il BLANG! BLANG! di “Maxwell’s Silver Hammer” è qualcosa di impagabile.

John invece è distratto, svogliato, ritardatario. Un incrocio tra il troll e l’intelligente che non si applica. A volte quasi mi innervosisce; gli altri sgobbano e lui… bah.

Ringo è l’imperscrutabile Buddha, l’uomo che – pur parlando poco o niente – tutto osserva e tutto sa; dalla sua postazione sembra fare da collante e tenere la pace nel gruppo. Siamo diventati amici, io e Ringo.

George è quello che capisco meno; è di tutti forse il più problematico, il più irrisolto, o semplicemente il più complesso.

Li osservo mentre fumano, ridono, mangiano, fumano, cantano, fumano, sbadigliano, bevono, si divertono, si sfaldano e si riuniscono ed è vita vera, bella, mentre i giornali scrivono cose senza senso su di loro, che ci scherzano su, nei pochi momenti di pausa in cui non si rilassano suonando brani di ogni tipo.

Sul timore che il tetto del palazzo – il famoso rooftop – possa non reggere il peso loro e degli strumenti invece non scherzano; e anche stupirsi di questo momento così pratico, da organizzazione della sagra di paese, è stato emozionante. Così come partecipare al coinvolgimento, ad un certo punto, di Billy Preston: gioioso, musicale, sorridente (e ovviamente bravissimo!).

Poi arrivano sul rooftop e, dopo prove mai definitive né perfezionate, piene di accenni e sbavature, durante le quali non hanno preso un appunto che sia uno, vanno alla grande. Si trasformano in quelli che anche gli altri, quelli del mondo lì fuori, conoscono. Il dietro le quinte finisce e tu sei parte del pubblico, ma anche di chi quel concerto un po’ l’ha costruito con loro, in un modo magico, che ha formule a parte delle quali comunque non ti è stato dato di accedere.

Questo film ha, ed è, talmente tanto che osservazioni razionali e ragionate ce ne sarebbero da fare all’infinito; eppure, se proseguissi, continuerei a dirvi quello che ho fisso negli occhi, ancora: gli sguardi, la spontaneità, i tramezzini, capelli lunghi da lavare, la bellezza candida e intelligente di Lidia, quella meraviglia di sua figlia e i giochi semplici e ingenui di Ringo con lei.

Quell’immenso fuori onda che era la vita vera dei Beatles.

The Tender Bar (George Clooney, 2021)

Amazon da un po’ ha preso a fare sul serio anche coi film; Clooney ha cominciato da tempo, quantomeno come regista (ma è difficile trovarlo scadente anche in film… omonimi).

Ora, “premesso che non sono un esperto di cinema” (ma tanto non sono esperto di un sacco di roba… e voi mica sarete qui perché cercate gli esperti, no?), a me pare che il nostro stia procedendo con grande coerenza stilistica e stia anche consolidando già una cifra specifica, un modo di raccontare asciutto, nitido, che non cerca il picco ma la continuità, non strappa ma anzi lega, fino quasi a voler rasentare la normalità, narrando in toni e sequenze che hanno fluidità e molta misura.

In qualche modo sembra che, con molte delle sue scelte da regista e da produttore (ma in parte anche di attore), Clooney sia impegnato a disegnare una sorta di mappa identitaria del novecento USA, inanellando storie che mettono assieme percorsi personali e contesti sociali di una patria con cui Clooney sembra procedere in pace, senza la necessità di autocelebrazioni o condanne (usando al più una apprezzabile sobrietà quando accade).

Direte “ok, ma il film? Questo The Tender Bar com’è?”.

Vabbe’, per queste cose ci sono le recensioni di quelli bravi. Qui si parla d’altro, si parla intorno. Se volete partite come al solito da qui e via, ne saprete di più. Tra l’altro alcune cose che possono sembrare o proprio essere buchi di trama, mancati approfondimenti o altro ancora non ho modo di valutarli appieno, perché non ho letto il libro da cui il film trae sostanza e quindi non posso dire in quale manico sia il difetto.

Una nota di colore, è il caso di dire: il teal and orange è bello, ok, ne abbiamo preso tutti atto, compresi quelli che non sanno di averlo fatto, però non è che il mondo sia proprio bicolore, eh? Proviamo a uscirne un pochino?

Bello, magari non quel mezzo capolavoro di Monuments Men, ma bello.

L’Osteria di Monteverde

(visita di riferimento: 08/01/2022)

E insomma, a Roma si mangia bene?

Eh, dipende.

Si mangia male?

Eh, dipende.

Però qualche certezza teniamocela stretta: con un po’ di cura nella ricerca, a Roma si può mangiare bene -e stare bene, che è un pezzo dei motivi per cui si rimane contenti dell’esperienza-. Spesso, poi, cercare nel proprio quartiere permette di scoprire realtà per loro natura “locali” e poco strillate, talvolta nuove e altre volte consolidate e… ok, basta, torniamo a cose personali.

Venire a provare la cucina e le idee di Roberto Campitelli significa predisporsi a provare un salto che dalla tradizione porta un pezzetto più avanti, dove succede che ti sorprendi, ti emozioni, provi a vedere com’è il mondo a un passo da te ma nella direzione che magari non avevi ancora preso. Poi mica è detto che ti piaccia per forza, ché in queste pagine non garantiamo felicità assoluta e perenne -non ci riesce nessuno, figuriamoci noi-, ma l’accostamento più azzardato ti farà venire voglia, se sei almeno un curioso con la schwa, di provare in ogni caso il secondo boccone, per capire meglio.

Qui non si prende a pretesto la cucina “de ‘na vòrta” per girarle intorno, ed è questa una delle parti che mi piacciono di più: il piatto resta frontale, la porzione è quella sana, il sapore ti si presenta senza bussare, l’estetica è solo il saluto di arrivo. I giochi di contrasto esistono, ma forse più spesso Roberto si diverte con le assonanze, lasciando magari i contrappunti a qualche consistenza o temperatura.

Insomma, stare qui con loro è un po’ una festa del mangiare (ma si beve bene, anche, e lo sfuso è molto piacevole): i primi che comprendono sempre un paio di classicissimi per gli amici che non vogliono osare, il quinto quarto in diverse connotazioni, il pesce che va dal crudo a cotture meravigliosamente perfette passando per il pescato del giorno, verdure che fanno compagnia ai piatti non rimanendo mai nel ruolo del contorno, carni “de còre”, antipasti e dolci che, imitando i vegetali, non si accontentano di essere i “prima” e “dopo” del pasto, ma stanno alla pari col resto.

Il menu riesce ad essere non letteralmente corto, ma chiarisce che in cucina ci si diverte sul serio e tiene anche a specificare tra le righe: ok a qualche rassicurante carboidrato, ma un po’ di voglia di spingersi oltre serve. Forse la prima volta, per i più timorosi, si tratterà di uscire un metro fuori dalle consuetudini, ma capitateci di nuovo e via via magari scoprirete che la comfort zone non la decidono i perimetri ma le emozioni.

Il conto ha perfettamente senso, centratissimo in sé e con un rapporto q/p che ti fa andar via sorridendo ed è tra le cose che ti fanno anche tornare.

Ah, puoi ritrovarti il cervello tra i dolci, ma ho due buone notizie:
– è gustoso, gradevolissimo e non fuori posto
– non è il tuo (l’avevo scritta ambigua, ho dovuto chiarire)

Ecco i dettagli qui.

Formaggeria da Francesco, qualità di cuore a Roma

Francesco è la formaggeria di piazza Epiro a Roma, è un banco di cose buonissime gestito da lui e dalla sua bella famiglia di donne luminose.

Siamo gente fortunata, che può non solo mangiare quando vuole, ma anche scegliere di farlo bene; che può scegliere cosa mangiare, come e quanto. Insomma abbiamo da occuparci solo della qualità. A Roma, però, per anni c’è stata una forbice, nel mondo dell’enogastronomia: sei del popolo o del popolino e quindi mercato, supermercati e via dicendo, prendi le offerte o quel che c’è e, semplicemente, mangiare; in alternativa sei fighetto, al confine con lo snobismo (confine a volte varcato ampiamente) e hai i tuoi posti, che fieramente frequenti nel tuo quartiere perché fa tanto chilometrizero, o altrove, perché “quella cosa si prende solo da quello”. E spendi, comunque tanto. A volte giustamente, a volte meno.

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Francesco ha fatto incontrare due mondi nemici; Francesco unisce; Francesco ha rimesso il mercato al centro del gourmet. O viceversa, che ce frega.

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Qui trovi l’anima popolare di Roma, non da cartolina ma vera, da toccare, e trovi anche una qualità che parte in alto e sale, pagando prezzi giusti che, alla base, stanno lì a dirti che non hai bisogno di risparmiare in giro per offerte, quando con poco o nulla di più puoi mangiare meglio.
Nel frattempo dài il meritato guadagno ad una famiglia, a persone di cui conosci un po’ della vita, le giornate e i sorrisi. È anche per questo che stiamo al mondo contenti, no?

Con certi clienti, poi…

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Trovate la formaggeria qui.

Luppolo Station

(visita di riferimento: un giorno di un mese del 2019, prima che il mondo cambiasse un po’)

Viale Trastevere, a Roma, è un lungo susseguirsi di palazzi che a partire bene dal fiume scende a sud fino alla stazione perdendo per strada pezzi di piacevolezza gradualmente. Quando sei prossimo al traguardo e, in vista della stazione, rinunci a cercare ulteriormente invano squarci serali da guardare… ecco che sulla destra, nella parallela, vicinissima e visibile via Parini, arriva Luppolo Station, birreria nata a quanto si sa dall’esperienza con Luppolo 12 a San Lorenzo, altro quartiere dove si beve molto e non sempre benissimo.

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Qui l’ambiente è certo metropolitano ma né per forza chiassoso né per forza “romano”, parola che è spesso corretto usare senza entusiasmi. Una bella sala con tavoli, banco delle spine e spazio per camminare e, qualche gradino più giù, un’altra sala più ridotta ma non minima, con un ambiente più salottiero.
Hamburger di chianina cotti bene, cioè non ben cotti, primi piatti invitanti e secondi creativi di carne o pesce fanno bello un menu meravigliosamente corto e curato, con abbinamenti di birra suggeriti per ogni piatto e con un livello qualitativo che, per scelte, preparazione e presentazione può riguardare ristoranti non banali.

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Ah, già. Le birre.
Un grande “tabellone ferroviario” riporta le birre in mescita con tipologia, gradi, produttore e prezzo. Scegliere tra una dozzina di titoli può essere dura, quindi ecco che lo staff, competente e gentile, consiglia e fa assaggiare. Inutile elencare cosa ci sia: trovate molta qualità e birre che variano nel tempo. Insomma ci si torna per forza…

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Rapporto qualità/prezzo sicuramente valido, con qualche porzione piccola e qualche altra abbondante. Per l’aperitivo o per il pranzo ci sono spesso formule interessanti.
Vincete il timore anti-reverenziale per quel tratto di strada e andate senza indugio. C’è da star bene e godersi davvero una buonissima serata.

Stanno qui.

Si comincia, dàtece retta!

Si comincia da casa. Dalla propria, dove si è, dove si sta.

Roma.

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Oggi è stata passeggiare in centro senza altri obiettivi che un paio di regali, ma è bastata a far trovare bellezza perfino a me, non il più raffinato dei coglitori di cose da saper cogliere.

C’è in questa città uno splendore inconsapevole, una gloria portata come un qualunque zaino. Attraversarla è un film interminabile senza il montaggio, con un’infinità di registi improvvisati a girare esclusivamente la loro scena, lasciando il girato lì in terra. A turisti e distratti sembrerà una dimenticanza, un lavoro mollato a metà; più passa il tempo e più invece mi par di capire che per molti romani funziona così, funziona che lasci lì e magari tanto poi ritrovi, altrimenti pazienza, ci racconteremo che non era poi così importante.

Uno si venderebbe volentieri questa roba per approccio zen, ma è solo sciatteria.

A Roma manca l’aggregazione, mica i punti di aggregazione. La lagna su questo deve finire, e se non finisce è sciocca: abbiamo decine, centinaia di punti di aggregazione, sociali, istituzionali, privati, pubblici, aperti, di nicchia, popolani. Siamo oltretutto gente che da sempre per aggregarsi si è accontentata di prerequisiti minimali, peraltro facendone un vanto: la fraschetta, il bicchiere bevuto assieme, la trattoria, la strada sotto casa prima ancora delle universali piazze, ché a noi già Agorà fa troppo parolone, e poi con la pigrizia media che ci popola cosa arrivi a fare fino in piazza?

Le solitudini che attraversano i marciapiedi sono non numerabili.

Qualcuno sorride, perché c’è ancora chi lo fa, perché qualcuno vuol continuare a farlo a vita, perché qualcuno ci si aggrappa a risalire come fosse l’ultimo dei sorrisi, o il sorriso che ti aggancia ai successivi come una corda da stringere per non precipitare.

Qualche coppia litiga, e pure qui i romani sanno spaziare poco, perché il grosso riguarda disaccordi mainstream su trasposizioni cine-letterarie: le più gettonate sono “non comprate quel cappotto” e “suocere che invitano troppo”, ma non mancano i più variegati sequel di “sorvegliato speciale” con stoccate sullo sguardo in più verso l’indubbiamente attrattivo sedere transitato poco prima e le raffazzonate risposte, che -come ognun sa- quando negano sono false praticamente nella totalità dei casi.


Qui va aperta una necessaria parentesi. I culi si guardano, funziona così e non ha implicazioni. Al più si può avere l’accortezza che solo una coda dell’occhio discreta e accennata può avere, ma l’occhiata è endemica, prescinde, è avulsa, non intacca il presente né il futuro della coppia, non perché detto culo non sia in grado di intaccarla ma perché il maschio quando butta l’occhio non sta di fatto pensando ad altro che a quel curvo presente, non essendo capace di pensare due cose assieme se una è quella, l’unica in grado di occupargli i due slot mentali disponibili. Tranquille, andate benissimo come siete, oppure non andate bene come siete ma non per via di quel sedere. Quand’anche andaste benissimo, oltre che bene, tenete poi conto che avere un Van Gogh in casa non impedisce la partecipata visione di esposizioni pittoriche, mostre, rassegne temporanee, anzi la incoraggia visto che palesemente il Van Gogh in casa denota e certifica la competenza e la capacità critica dell’appassionato. Facciamocene tutti una ragione.


Qualcuno cammina in gruppo, con amici, in quattro o più, anche in un po’ di più; propriamente in comitiva ormai è cosa rara. Ho ricordi da teenager che vedono Via del Corso invasa da comitive, da agglomerati compatti che entrano ed escono dai fast food come un sol uomo ma a pacchi, a ventate, a onde. Adesso è diverso e so che non è solo questione di mia vecchiaia; i gruppi sono più ridotti, c’è forse meno qualcosa e meno qualcos’altro e tutti quei discorsi che questo blog non farà se non di striscio. Perché saprebbe farlo male e perché farà altro.

Perché qui si torna a me, che incontro gente e strada davanti, che nelle solitudini mie o d’altri navigo, che nelle compagnie vivo continuamente, da solo e con loro, che attraverso il cibo, il vino, la birra, la musica, la fotografia incrocio le storie degli altri e la mia, perché mi fa stare bene e magari per raccontarle qui a chi ne vorrà.

Vi dirò di buone cose assaggiate, di posti da vivere e persone da ascoltare; vi manderò una foto, vi racconterò la storia di qualcosa che è positivo e fa bene. Le cose da scartare, quelle un po’ così, quelle da stroncare… non so, non credo che ne parlerò più di poco. Mi interessa sempre meno la polemica e sempre più una qualità di cui poter godere. Al resto gradirei non dare spazio.

Ah, probabilmente il post più pesante di tutti sarà questo.

Alle prossime!

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E io, tra di voi, …“, direbbe qui Charles, con ogni probabilità.

Non sono più lui, ora sono lei. La “lei di lui”, non in senso di possesso, anche se essere pensata come un Van Gogh non è poi male. In realtà mi sento più un Klimt che amava di molto Dostoevskij e ha tirato fuori una Nuda Veritas meno rossa, sì positiva ma più problematica.

Roma, dice lui. D’altra parte l’idea di questo blog nasce appunto da lui, di cui ‘a capitale vanta i natali. Io mi sono intrufolata in un secondo momento, ma in tempo utile per essere presente sin dal primo post. Via via che me ne parlava, questa sua idea è diventata “nostra”: la immaginavamo nascere e crescere come una creaturina da accudire. D’altra parte perché, dopo essersi entusiasmati – addirittura emozionati – per un vino, un ristorante, una passeggiata, non rendere partecipi della nostra esperienza anche persone in cerca di cose belle? Lui, il mio egli, il mio Steve McCurry, lo definisco da sempre “animale sociale”, ed esserne contagiata è una meraviglia. Sta per suonare l’allarme “romanticherie”, ma non c’è rischio, su questo aspetto ancora non riesce a intaccarmi!

Ci sentirete parlare di cibo, vino, passeggiate, film, fotografia, pittura, libri, Molise e un po’ alla volta scoprirete cosa ci accomuna e su cosa invece ognuno ha interessi più marcati; chi è più rompiscatole in un modo e chi in un altro; se e quanto sappiamo mediare tra noi.

Di certo c’è che speriamo che questo spazio di condivisione amplifichi il nostro benessere, diventando una sorta di diario aperto a chi vorrà leggerlo, e insieme diventi per voi una gradevole lettura e la fonte di qualche dritta, all’insegna del nostro motto: “Dàteme retta!” !