Rossovino da Maurizio: pesce a Monteverde

Chi a Roma abita a Monteverde (avrete iniziato a sospettare che gravitiamo in questa zona!) ha tanto verde a disposizione e tanto cielo pure, ma anche due problemini: l’assenza di cinema e la scarsità di ristoranti in cui poter mangiare pesce bene e a prezzi sensati.

La prima questione tuttora mi dispera, mentre alla seconda – daje e daje, tenta che ti ritenta – abbiamo trovato una insperata e graditissima soluzione.

Rossovino da Maurizio è in via Jenner, strada di negozi e passeggio; non c’è qui chi non lo conosca. La sottoscritta compresa.

Ma si sa, spesso quello che cerchiamo ce l’abbiamo sotto il naso e non lo vediamo. Nel caso specifico (cosa non ti fa la mente umana!) credo che sia proprio il fatto di averlo sempre visto lì, granitico, come un albero secolare o una specie protetta, a non avermelo mai fatto prendere in considerazione.

Poi però, quando lo abbiamo provato, ce ne siamo innamorati.

Se si esce dalla logica per cui val la pena mangiare solo in posti ricercati o rinomati o di moda o unici nel loro genere, si capisce come l’appellativo di ristorante di quartiere non sia riduttivo; piuttosto, è un titolo con il quale il quartiere, appunto, “elegge” quel ristorante a proprio rappresentante e lo fa con una selezione attenta – magari inconsapevole – che porta infine quel posto a essere quello in cui senza nemmeno doversi accordare si va per il “pranzo della domenica” o per il compleanno del nonno, e dove trovi, variamente assortiti, il signore da solo, i turisti del b&b accanto e le due amiche ottantenni.

Ecco, Rossovino da Maurizio è meritatamente ristorante di quartiere, nel senso bello che ho finalmente compreso.

La scelta è varia: mari e monti, insomma. E pizza, anche! Nelle numerose volte in cui, dopo esserci decisi a entrare, siamo stati loro ospiti, ci siamo tenuti sui mari e di quelli parliamo. Grandissima scelta di pescato del giorno, a prezzi fortemente al di sotto di quello di un trilogy di Bulgari, su cui invece si attestano gli altri ristoranti che abbiamo sperimentato in zona e non solo.

tartare di tonno

Grandissima scelta, dicevo: orata, spigola e san pietro per i tradizionalisti; diverse altre opzioni, ogni volta differenti a seconda della disponibilità del giorno, per i curiosi: ad esempio, una delle ultime volte, su proposta di Alessio, il nostro “cameriere di fiducia”, abbiamo preso un pagro, cucinato in cartoccio con dei meravigliosi funghi porcini arrivati il giorno stesso. Una delizia.

Lui sapeva che quel giorno il pagro fatto in quel modo era quel che ci avrebbe reso felici. E naturalmente non ha sbagliato.

porcini

Ci vede arrivare da lontano, Alessio, come avesse dei sensori, e ogni volta ci porta dove vogliamo. Due giorni fa, al momento della scelta della portata principale, gli spiaceva che – a causa dei miei mille problemi alimentari – dovessi rinunciare a una preparazione che non avevo ancora assaggiato e bissare quella di una delle altre volte (perché lui RICORDA cosa hai preso le altre volte) e senza che glielo chiedessi si è informato presso lo chef se fosse possibile una variante, con esito positivo. E io commossa.

Le preparazioni sono classiche, ma per farle bene bisogna essere bravi bravi, poche storie, e avere ottima materia prima.

Per i vini, non ne troverete di “non convenzionali”, tuttavia disporrete di una inusualmente ricca scelta di buone – alcune ottime – bottiglie da 375ml, graditissima alternativa al quartino quando si ha voglia di bere poco e insieme di provare qualche etichetta. Noi ci siamo affezionati al Bric Amel, ma conto che sapremo provare altro.

Il titolare passa tra i tavoli, disinvoltamente verificando che sia tutto sotto controllo, e scambia chiacchiere e battute con i clienti che vede ben disposti, e di noi ha capito subito che di parlare, confrontarci e anche scherzare abbiamo una gran voglia. È esperto, come ogni artigiano che conosce il proprio mestiere, ed è l’amore per il mestiere a guidarlo.

delizia al limone zuppa inglese crostata

Il pasticciere, a riconferma della dimensione artigianal-familiare del posto, è suo fratello e forgia una crostata con (tanta!) marmellata di kumquat che è da tornarci apposta. Anche la marmellata è locale e, ve lo assicuro da maniaca delle marmellate, eccezionale.

In un’occasione, nell’ordine: ne ho mangiato una porzione, me ne sono fatta incartare un’altra per la colazione del giorno dopo e ho chiesto se qualche volta posso ordinarla “a portar via”: ora ditemi se non crea dipendenza!

Il Pier, che pure non è un appassionato della voce “dessert”, è andato in visibilio con ogni dolce provato, e in particolare ha ritenuto la loro zuppa inglese la migliore mai assaggiata. Addirittura paragonabile, nella sua perfezione e nella sua eleganza, ai dolci di una rinomata pasticceria di zona, che tutta Roma, e non solo, conosce.

Per chiudere, amici, Rossovino da Maurizio è un posto dove è bello stare e da cui dispiace andar via: è entrato a pieno titolo nei miei e nei nostri posti del cuore, e non vediamo l’ora di tornarci con voi.

Roma integrale – Pizza al centro

ATTENZIONE!!! Puristi della cucina e della ristorazione, questo post per voi è IL DEMONIO… fuggite!

Alcune premesse, necessarie.

La prima: soprattutto a me, che ho vari problemi di tipo alimentare e che al ristorante faccio lo slalom tra una riga e l’altra del menu, con un occhio che al volo individua l’unico antipasto vale-compatibile mentre l’altro già si lancia sui secondi (i primi devo evitarli) e intercetta quello che potrebbe andare una volta chiarito un dubbio col cameriere e contemporaneamente ipotizza un piano B, e poi sommergo di domande il cameriere per, infine, chiedere esasperata delle varianti per uscirne anche stavolta, dicevo, soprattutto a me che ho vari problemi ecc ecc, fa piacere segnalare non solo posti poco conosciuti e che ci hanno colpito particolarmente, ma anche quelli in cui trovare un menu che possa soddisfare esigenze specifiche, anche se non necessariamente rappresentano l’eccellenza.

La seconda: non è vero che il centro di Roma è quel posto che si caratterizza per la sola presenza di trappole per turisti. D’accordo, bisogna scegliere con mooooolta cura e anche essere disposti al compromesso, ve lo concedo, ma se si allentano i paletti e si riducono le pretese ci si può persino sorprendere.

Ci è capitato così di sperimentare, spinti dall’orario e dalla fame, un posto (Origano, Largo dei Chiavari 84) in grado di far contenti i turisti e riservare un’inattesa scoperta per chi come me adora la pizza napoletana ma non può mai mangiarla, perché deve evitare le farine bianche: la pizza napoletana integrale.

Il menù esposto ai passanti con tanto di foto delle pietanze scoraggia, e altrettanto la posizione iperturistica, tra Sant’Andrea della Valle e Campo de’ Fiori, ma questa occasione non potevo perderla. Alla domanda se la pizza fosse del tutto integrale (ti spacciano per integrale qualsiasi prodotto sia integrale al 5%), la ragazza interpellata ha subito precisato che “no, c’è una parte di farina bianca”, per poi informarsi e riferirci che la percentuale di farina bianca era del 25%. Amici, mai vista una cosa del genere in nessuna pizzeria romana.

Incredula, mi sono seduta all’istante, e il mio egli è stato contento di cedere, sapendo della mia inenarrabile felicità.

Consigliabile evitare il prosciutto cotto e scansare un po’ di “mozzarella”, che – come spesso capita a Roma – anche qui è quella entità aliena di solito definita “formaggio per pizza”, ma l’impasto è ottimo e i condimenti generosi.

calzone integrale dentro, margherita fuori, Origano, Roma

pizza integrale ortolana, Origano, Roma

Il servizio, affidato a giovani ragazzi (intendansi comprendenti le ragazze, please), è cordiale, sorridente e attento. E’ un posto in cui – se si ha il giusto spirito – si sta bene, sentendosi simpaticamente turisti nella propria città. A volte anche questo diverte e alleggerisce; la frequentazione è la più varia, ma viva la diversità, i colori, gli accenti, le bizzarrie!

Insomma, anche basta con questo stare sempre imbalsamati con la faccia da intenditori intransigenti frequentando solo i posti blasonati – pena l’indignazione, il disgusto, l’isolamento sociale.

Proviamo qualche volta a prenderci meno sul serio, se no si diventa pesanti e – molto peggio! – si rischia di non trovare mai e poi mai una cavolo di pizza napoletana integrale.

Scoprire San Francesco a Ripa

Il bello è più bello se non te lo aspetti.

Non abito lontano da lì e – voglio dire – girare per Roma giriamo, eppure non l’avevo mai notata. A mia discolpa, Vostro Onore, preciso che la chiesa in questione è un po’ defilata; d’altra parte chi conosce i francescani sa che non amano dare troppo nell’occhio, operano con umiltà, senza ostentare.

Tant’è, è stato inoltrandoci nella zona ad est di Viale Trastevere, più o meno all’altezza del Ministero dell’Istruzione, che ho scoperto l’esistenza della chiesa di San Francesco a Ripa.

Anche una volta che ce l’hai davanti pensi ad una chiesa modesta che, con tutte le ricchezze di cui le chiese di Roma traboccano, è tra quelle che possono essere saltate. La facciata, di un barocco inaspettatamente lineare ed essenziale, conferma questa prima impressione.

Eppure Pier sapeva – non chiedetemi perché – che mi sarebbe piaciuta.

L’abbiamo visitata ben prima che nascesse il nostro amato blog, sicché vi parlo più di sensazioni che di ricordi precisi e ben fissati nella mente. Tuttavia, siccome noi qui vogliamo condividere con voi il bello e il buono che sperimentiamo, perché magari vi venga voglia di sperimentarlo a vostra volta, questo posto non posso non citarlo.

Subito ad accoglierci, nella prima cappella a sinistra, una non molto nota (credo) “Nascita della Vergine” di Simon Vouet, caravaggista che di Caravaggio conserva qui la forza dei contrasti, la semplicità delle figure e la quotidianità della scena (il rimando al Maestro è anche nella presenza della figura di spalle, che c’ha da fa’, mica può preoccuparsi delle buone maniere).

Tuttavia Vouet ha il coraggio di non scimmiottare Caravaggio e opta per un ingentilimento dei movimenti, degli sguardi e della composizione, la cui circolarità, data dalla disposizione delle figure (tutte protettivamente curve verso Sant’Anna) e dalla direzione dei gesti, dà una poco caravaggesca “morbidezza” all’insieme.

Proseguendo lungo la navata sinistra, nascosto in una stretta e nascosta cappella, del tutto inatteso incontrate il gioiello della chiesa: l’“Estasi della Beata Ludovica Albertoni” del Bernini.

Evidente il rimando all’Estasi di Santa Teresa D’Avila, sempre di Bernini, ma di un Bernini di più di 25 anni più giovane e collocata nella ben più centrale chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Lo scenario in cui è “esposta” Santa Teresa è molto più ampio e sontuoso, nonché teatrale, coi committenti scolpiti in logge laterali a commentare si direbbe con gusto e fare quasi voyeuristico.

La Beata Ludovica Albertoni è invece posta in uno spazio molto più “angusto” e privato, decisamente distante dall’osservatore; tuttavia, con un gioco prospettico delle pareti, che dall’ingresso della cappella fino alla scultura vanno a stringersi, Bernini fa sì che lo sguardo sia catalizzato dalla scultura come se fosse a due passi da noi.

Le gambe piegate, o meglio raccolte in modo scomposto e attraversate dal meraviglioso drappeggio della veste, la posizione delle mani, lo sguardo, gli occhi semichiusi, la bocca leggermente aperta difficilmente ci farebbero pensare al momento del trapasso, se non ci fossero i cherubini sospesi su di lei ad attenderla.

Con gli occhi e il cuore già grati di tanta bellezza, per puro caso abbiamo visto un cancelletto – purtroppo chiuso – che immetteva in una stanza spoglia, caratterizzata da pareti con nicchie vuote, geometrie austere a creare uno spazio metafisico, in cui è il vuoto a parlare. Non ci ha stupito – e insieme ci ha meravigliato enormemente – che si trattasse della cappella che custodisce le spoglie di Giorgio De Chirico.

Insomma, perché proprio lì? E’ interessante leggere su siti molto più informati di questo il motivo della loro collocazione in una defilata chiesa trasteverina dedicata a San Francesco.

Che visita stupefacente, pazzesca, abbagliante!

Attenti, amici, vi vedo che a Trastevere ci passate (e pure spesso!) per una carbonara: mi raccomando, San Francesco a Ripa vi aspetta!

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!

Friccico Mangia&bevi, Roma – Un’osteria ai Colli Portuensi?

(visita di riferimento: febbraio 2022)

La domanda nel titolo ha un senso. Se conoscete la zona sapete perché e quindi dovrete pur convenire. Se non la conoscete chiedete a quelli del primo gruppo. Insomma, atmosfera un po’ così, che si stacca dal quartiere Monteverde -di cui è il confine Ovest- e in più segmenti preferisce agganciarsi al contiguo Casaletto. Insomma, per farla breve fidatevi, il blog che state leggendo ha un titolo intransigente che parla chiaro.

Esistono osterie ai colli portuensi, zona di Roma che per atmosfera non le richiama alla mente? Leggete qui...

Serena e Simone (sala e cucina) sanno fare ristorazione; sono, per diversi aspetti, complementari, ma quando sei lì è tutto coerente, fila tutto, l’ambiente è curato ma senza spingere sui formalismi, ci si sente accolti e si percepisce subito che… oh, vedete voi, ognuno percepisce quel che crede. Andate e percepite, mica posso dire tutto io…

Il menu parla lingue diverse: è locale per scelta delle materie prime (non si va al risparmio e la bocca lo sente), mentre le preparazioni guardano spesso il Piemonte: per i dettagli come al solito c’è Google e via dicendo, ma segnaliamo sicuramente il tonno di coniglio, il vitello tonnato (che gli anni ottanta hanno reso ingiustamente odiato da tanti e che invece, fatto bene, è un signor piatto), le tartare -che vengono proposte in diversi modi-. C’è tanto con cui divertirsi uscendo un po’ dal seminato romano, quantomeno di zona, tra ragù d’anatra, fagiano, carpacci, terrine… Diciamo che potrete anche uscire, volendo, dal classico metodo di scelta primo-secondo e giocare.

Buoni i dolci, ma non chiedete a me che sono uno poco appassionato al tema specifico.

Sulla carta dei vini avevamo scritto quanto segue, perché essendo noi gente serissima fa facciamo le cose a modino:

si può azzardare un po’ di più per renderla divertente quanto la cucina (si beve bene, ma con questa bellezza sulle materie prime starebbe bene qualche bottiglia un po’ fuori standard, per dare carattere e personalità anche a chi accompagna il cibo).

Ecco: non più. La carta è diventata divertente, perché Serena ci sa fare assai, dicevamo (ne parlammo anche, ma avrà ovviamente deciso di suo e non ci attribuiamo meriti, perché siamo gente anche di gran modestia).

Come sapete, qui di fare recensioni fighe ci importa poco, ché c’è gente in giro fatta apposta per scriverle meglio. Qui ci importa il racconto di esperienze e persone belle, e mangiare qui diventa dopo pochi minuti di conoscenza stare bene, affidando l’appetito a persone attente, scrupolose ma prive di pesantezze. Simone ha una mano assolutamente felice nel centrare il piatto su sapori primari che lascino emergere la qualità della spesa fatta; Serena conosce i suoi clienti, direi uno per uno, e sa cosa e come proporre, molto padrona di casa e con una cura chirurgica nell’approccio con le diverse tipologie di avventore.

Bravi!

Ah, già, il conto. Ci sta, prezzi del tutto in linea con la qualità e comunque non alti. C’è il menu sul loro sito web, andate pure.

Se invece volete andare proprio da loro, che come esperienza è meglio che guardare un sito web, andate qui.

Bottega Tredici: parentesi magica in pieno centro

Il 4 gennaio prendeva una piega cupa, mentre un po’ alla volta, visitando la mostra di Klimt qui a Roma (“Klimt. La Secessione e l’Italia“), mi rendevo conto che forse ero partita con un tantinello di aspettative di troppo.

I sottotitoli sono la più grande fregatura delle mostre. Ti fermi al nome che fa notizia e che nel caso specifico adori, e trascuri quel che segue e che in realtà svela cosa principalmente troverai.

La fregatura delle fregature poi è trovarsi in una mostra molto bella e molto ben allestita e non goderne appieno perché ci si aspettava altro.

Tant’è, io e la sorellina abbiamo concluso la visita in SOLE tre ore, con la nostra consueta propensione all’esperienza immersiva.

Ma dicevo, il 4 gennaio prendeva una piega cupa. A riportare la luce ci ha pensato un piccolo luogo incantato, che si fa chiamare “Bottega Tredici” e si trova in via dei Falegnami. La prima magia è nel fatto che, pur trovandosi a due passi dalla trafficata via Arenula e all’ingresso del Ghetto, sia in un punto sorprendentemente silenzioso e di pochissimo passaggio e passeggio. Una spiegazione razionale c’è: chi è a via Arenula vuol dirigersi a Campo de’ Fiori o allungarsi verso Largo Argentina e poi al Pantheon, mentre chi è diretto al Ghetto prende molto più probabilmente via di Santa Maria del Pianto. Sia come sia, quando ti siedi ed entri nell’atmosfera del posto, capisci di trovarti al binario 9 e 3/4 del centro di Roma.

Chiediamo di sederci fuori e prontamente il ragazzo che da quel momento ci servirà accende per noi la stufa a fungo. Ecco, il ragazzo in questione è giovanissimo, professionale ma mai affettato, gentile di una gentilezza elegante e naturale, sicuramente sempre sorridente anche con tanto di mascherina.

Sguardo di intesa con sorella: mille punti il posto, mille punti il cameriere… ci abbiamo preso alla grande.

Nella sua incommensurabilmente giovane ed elegante professionalità, il nostro si informa sin da subito di eventuali intolleranze o allergie, e poco dopo ci offre due meravigliose entrée cucite su misura per ognuna di noi.

Seguono le nostre scelte: due antipasti e due secondi, tutto delizioso.

Menzione d’onore al rispetto dei carciofi, che per me sono cibo sacro e che loro trattano con semplicità e sapienza insieme, preservandone il sapore in modo commovente.

Come secondi prendiamo ricciola con spuma di finocchi e aspic di insalata di finocchi e arance e anatra (non ricordo il taglio, chiedo venia!) con salsa ai frutti di bosco, salsa al Cointreau e indivia arrostita.

Piatti eleganti e delicati, ottimi accostamenti e cotture superbe.

Il menu è tutto interessante e assolutamente non pensato per i turisti che, lungi dall’essere dei mostri bicefali o creature in altro modo oscene, pur non volendo però portano spesso i ristoratori della zona a proporre quel che si ritiene che loro si aspettino. Sembra uno scioglilingua tipo la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio di Apollo, avete ragione.

Ma non è così al binario 9 e 3/4: non scioglilingua, solo formule magiche.

DOC Cruderia EnoBistrot

(ultima visita: 13/2/2022)

Domenica a passeggiare, Porta Portese si avvia a chiusura e in zona c’è un movimento tutto sommato allegro e piacevolmente confuso. Fermarsi in zona a mangiare presenta qualche insidia, ma anche diversi posti che il tempo ha consolidato per qualità. Ne proviamo uno a noi ignoto. Questo.

Non si può dire che, guardandosi intorno, l’apparenza di quei cinquanta metri di strada lo valorizzi, ma questo locale fa il possibile per uscirne e proporre un angolino differente. Insomma, basta vincere gli esogeni indugi e le cose belle succedono. Vale pure per un sacco di altre cose, no?

All’esterno si sono organizzati per garantire un po’ di coperti e meno rumore possibile dal vicino semaforo. Il risultato è solo un minimo di rumore al passaggio del tram; siccome quest’ultimo suono è per me un sottofondo piacevole (a volumi da sottofondo, come qui) siamo di fronte a un pregio. Per voi persone più sane di mente sarà comunque una cosa di nessun disturbo.

Il menu sta in due pagine scritte in grande: carne cruda, pinsa, due insalatone, bruschette e taglieri. Offerta secondo me corretta e in armonia con un posto di dimensioni contenute. Carta dei vini senza sussulti ma pure senza banalità. Quattro vini al calice. Va bene così, poi con la confidenza romperemo le scatole su qualche scelta divertente in più, ma sono aperti da cinque mesi e la cosa va vista e capita nel tempo anche da dentro, oltre che a chiacchiere da qui.

C’è attenzione e cura per le materie prime e i condimenti. La carne viene dalla macelleria Feroci, l’olio utilizzato è un Sabina DOP e mi pare ci fosse anche un siciliano.

I “cubotti” di filetto hanno sapore e consistenza molto piacevolmente “raw” in parecchi sensi. Con sale, olio e pepe tutti a parte si direziona il piatto secondo gusti, ma il carattere c’è già così a nudo. La pinsa mantiene la croccantezza in superificie ma al morso le 72 ore di lievitazione (non) si fanno sentire, con una digeribilità che certifico scrivendo a quattro ore da lei come se non l’avessi mangiata, bei ricordi a parte.

Quando anche due verdure per una “variazione di insalata” richiesta sono presentate e condite in modo non superficiale ti senti contento e ti senti in un posto che forse un po’ ti somiglia, e in fondo spesso questa è una delle sensazioni belle per cui stai bene in un ristorante, mangiando cose “non di casa” e “fuori” ma avendo a che fare con persone e modi in cui in qualche modo ti riconosci.

Tiramisù tra i più puliti mai mangiati, finalmente con poco zucchero.

Conto del tutto in linea con la qualità. Bravi e buona fortuna!

Ah, già: eccoli qui.

Luppolo Station

(visita di riferimento: un giorno di un mese del 2019, prima che il mondo cambiasse un po’)

Viale Trastevere, a Roma, è un lungo susseguirsi di palazzi che a partire bene dal fiume scende a sud fino alla stazione perdendo per strada pezzi di piacevolezza gradualmente. Quando sei prossimo al traguardo e, in vista della stazione, rinunci a cercare ulteriormente invano squarci serali da guardare… ecco che sulla destra, nella parallela, vicinissima e visibile via Parini, arriva Luppolo Station, birreria nata a quanto si sa dall’esperienza con Luppolo 12 a San Lorenzo, altro quartiere dove si beve molto e non sempre benissimo.

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Qui l’ambiente è certo metropolitano ma né per forza chiassoso né per forza “romano”, parola che è spesso corretto usare senza entusiasmi. Una bella sala con tavoli, banco delle spine e spazio per camminare e, qualche gradino più giù, un’altra sala più ridotta ma non minima, con un ambiente più salottiero.
Hamburger di chianina cotti bene, cioè non ben cotti, primi piatti invitanti e secondi creativi di carne o pesce fanno bello un menu meravigliosamente corto e curato, con abbinamenti di birra suggeriti per ogni piatto e con un livello qualitativo che, per scelte, preparazione e presentazione può riguardare ristoranti non banali.

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Ah, già. Le birre.
Un grande “tabellone ferroviario” riporta le birre in mescita con tipologia, gradi, produttore e prezzo. Scegliere tra una dozzina di titoli può essere dura, quindi ecco che lo staff, competente e gentile, consiglia e fa assaggiare. Inutile elencare cosa ci sia: trovate molta qualità e birre che variano nel tempo. Insomma ci si torna per forza…

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Rapporto qualità/prezzo sicuramente valido, con qualche porzione piccola e qualche altra abbondante. Per l’aperitivo o per il pranzo ci sono spesso formule interessanti.
Vincete il timore anti-reverenziale per quel tratto di strada e andate senza indugio. C’è da star bene e godersi davvero una buonissima serata.

Stanno qui.

Si comincia, dàtece retta!

Si comincia da casa. Dalla propria, dove si è, dove si sta.

Roma.

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Oggi è stata passeggiare in centro senza altri obiettivi che un paio di regali, ma è bastata a far trovare bellezza perfino a me, non il più raffinato dei coglitori di cose da saper cogliere.

C’è in questa città uno splendore inconsapevole, una gloria portata come un qualunque zaino. Attraversarla è un film interminabile senza il montaggio, con un’infinità di registi improvvisati a girare esclusivamente la loro scena, lasciando il girato lì in terra. A turisti e distratti sembrerà una dimenticanza, un lavoro mollato a metà; più passa il tempo e più invece mi par di capire che per molti romani funziona così, funziona che lasci lì e magari tanto poi ritrovi, altrimenti pazienza, ci racconteremo che non era poi così importante.

Uno si venderebbe volentieri questa roba per approccio zen, ma è solo sciatteria.

A Roma manca l’aggregazione, mica i punti di aggregazione. La lagna su questo deve finire, e se non finisce è sciocca: abbiamo decine, centinaia di punti di aggregazione, sociali, istituzionali, privati, pubblici, aperti, di nicchia, popolani. Siamo oltretutto gente che da sempre per aggregarsi si è accontentata di prerequisiti minimali, peraltro facendone un vanto: la fraschetta, il bicchiere bevuto assieme, la trattoria, la strada sotto casa prima ancora delle universali piazze, ché a noi già Agorà fa troppo parolone, e poi con la pigrizia media che ci popola cosa arrivi a fare fino in piazza?

Le solitudini che attraversano i marciapiedi sono non numerabili.

Qualcuno sorride, perché c’è ancora chi lo fa, perché qualcuno vuol continuare a farlo a vita, perché qualcuno ci si aggrappa a risalire come fosse l’ultimo dei sorrisi, o il sorriso che ti aggancia ai successivi come una corda da stringere per non precipitare.

Qualche coppia litiga, e pure qui i romani sanno spaziare poco, perché il grosso riguarda disaccordi mainstream su trasposizioni cine-letterarie: le più gettonate sono “non comprate quel cappotto” e “suocere che invitano troppo”, ma non mancano i più variegati sequel di “sorvegliato speciale” con stoccate sullo sguardo in più verso l’indubbiamente attrattivo sedere transitato poco prima e le raffazzonate risposte, che -come ognun sa- quando negano sono false praticamente nella totalità dei casi.


Qui va aperta una necessaria parentesi. I culi si guardano, funziona così e non ha implicazioni. Al più si può avere l’accortezza che solo una coda dell’occhio discreta e accennata può avere, ma l’occhiata è endemica, prescinde, è avulsa, non intacca il presente né il futuro della coppia, non perché detto culo non sia in grado di intaccarla ma perché il maschio quando butta l’occhio non sta di fatto pensando ad altro che a quel curvo presente, non essendo capace di pensare due cose assieme se una è quella, l’unica in grado di occupargli i due slot mentali disponibili. Tranquille, andate benissimo come siete, oppure non andate bene come siete ma non per via di quel sedere. Quand’anche andaste benissimo, oltre che bene, tenete poi conto che avere un Van Gogh in casa non impedisce la partecipata visione di esposizioni pittoriche, mostre, rassegne temporanee, anzi la incoraggia visto che palesemente il Van Gogh in casa denota e certifica la competenza e la capacità critica dell’appassionato. Facciamocene tutti una ragione.


Qualcuno cammina in gruppo, con amici, in quattro o più, anche in un po’ di più; propriamente in comitiva ormai è cosa rara. Ho ricordi da teenager che vedono Via del Corso invasa da comitive, da agglomerati compatti che entrano ed escono dai fast food come un sol uomo ma a pacchi, a ventate, a onde. Adesso è diverso e so che non è solo questione di mia vecchiaia; i gruppi sono più ridotti, c’è forse meno qualcosa e meno qualcos’altro e tutti quei discorsi che questo blog non farà se non di striscio. Perché saprebbe farlo male e perché farà altro.

Perché qui si torna a me, che incontro gente e strada davanti, che nelle solitudini mie o d’altri navigo, che nelle compagnie vivo continuamente, da solo e con loro, che attraverso il cibo, il vino, la birra, la musica, la fotografia incrocio le storie degli altri e la mia, perché mi fa stare bene e magari per raccontarle qui a chi ne vorrà.

Vi dirò di buone cose assaggiate, di posti da vivere e persone da ascoltare; vi manderò una foto, vi racconterò la storia di qualcosa che è positivo e fa bene. Le cose da scartare, quelle un po’ così, quelle da stroncare… non so, non credo che ne parlerò più di poco. Mi interessa sempre meno la polemica e sempre più una qualità di cui poter godere. Al resto gradirei non dare spazio.

Ah, probabilmente il post più pesante di tutti sarà questo.

Alle prossime!

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E io, tra di voi, …“, direbbe qui Charles, con ogni probabilità.

Non sono più lui, ora sono lei. La “lei di lui”, non in senso di possesso, anche se essere pensata come un Van Gogh non è poi male. In realtà mi sento più un Klimt che amava di molto Dostoevskij e ha tirato fuori una Nuda Veritas meno rossa, sì positiva ma più problematica.

Roma, dice lui. D’altra parte l’idea di questo blog nasce appunto da lui, di cui ‘a capitale vanta i natali. Io mi sono intrufolata in un secondo momento, ma in tempo utile per essere presente sin dal primo post. Via via che me ne parlava, questa sua idea è diventata “nostra”: la immaginavamo nascere e crescere come una creaturina da accudire. D’altra parte perché, dopo essersi entusiasmati – addirittura emozionati – per un vino, un ristorante, una passeggiata, non rendere partecipi della nostra esperienza anche persone in cerca di cose belle? Lui, il mio egli, il mio Steve McCurry, lo definisco da sempre “animale sociale”, ed esserne contagiata è una meraviglia. Sta per suonare l’allarme “romanticherie”, ma non c’è rischio, su questo aspetto ancora non riesce a intaccarmi!

Ci sentirete parlare di cibo, vino, passeggiate, film, fotografia, pittura, libri, Molise e un po’ alla volta scoprirete cosa ci accomuna e su cosa invece ognuno ha interessi più marcati; chi è più rompiscatole in un modo e chi in un altro; se e quanto sappiamo mediare tra noi.

Di certo c’è che speriamo che questo spazio di condivisione amplifichi il nostro benessere, diventando una sorta di diario aperto a chi vorrà leggerlo, e insieme diventi per voi una gradevole lettura e la fonte di qualche dritta, all’insegna del nostro motto: “Dàteme retta!” !