Tratturì – Transumanza Gastronomica, Avellino

(ultima visita: luglio 2022)

Per chi si diverta a considerare la cena fuori un’esperienza, intesa perlomeno come vivere qualcosa che non puoi riprodurre uguale uguale a casa, ci sono ristoranti che valgono la visita a prescindere. A prescindere dalle righe che leggerai nel menu, dai nomi presente tra i vini, dal tavolo che potresti trovare più o meno sistemato come lo volevi.

Tratturì – Transumanza Gastronomica” è uno di questi posti qui.

Avellino, mi si dice in zona, è città che al suo interno non offre molto per chi voglia andare un po’ al di sopra del togliersi la fame; magari per una buonissima pizza o piatti di tradizione ben fatti c’è questo, quello e quell’altro, ma sono pochi i casi in cui si provi con un’offerta di tipo diverso. Gerardo Urciuoli invece ci prova. Ha fatto esperienza presso un noto ristorante di alto livello della provincia e qui ha deciso di portare altro, puntando fin dal nome sul territorio e sulla materia, prima.

i funghi

Proprio dal nome del ristorante ha senso partire per capire come si stia a mangiare qui: se volete si può pure scrivere la parola gourmet, anche se con Transumanza c’entra pochino; mi basta che ci intendiamo però sull’approccio, che è ricerca, terra, stagione, offerta del mercato, tutto quanto messo in primissimo piano ed a servizio di ciò che viene dopo, e che non è secondario ma sicuramente funzionale alle premesse.

la guancia

Le due sale contigue sono molto accoglienti e sanno di coerenza con la cucina, che noi abbiamo gustato nel giardino posto accanto all’ingresso. Servizio attento, ampia carta dei vini con ricarichi su cui, come in quasi tutti i ristoranti, per i prezzi più bassi ci sarebbe qualcosa da dire ben più che per i livelli alti (ma è un discorso palloso e qui lo saltiamo), tavoli comodi come le sedute… insomma, formalmente funziona proprio tutto e quindi non lo minimizziamo, ma la parte protagonista riguarda a mio avviso proprio l’esperienza umana, le chiacchiere con chef e sommelier, l’atmosfera che non ha nulla di costruito, l’informale non come mossa di marketing ma perché proprio ha senso rispetto alla proposta.

Le recensioni serie prevedono prima o poi un punto in cui il grande critico si ingarella a trovare l’imperfezione, la portata fatta malino, il picogrammo di sale in più o in meno.

Fingendo d’esser altrettanto serio ma senza ingarellarsi, lo scrivente non vuol affermare che l’imperfezione in questa cena non sia esistita, ma chiarire un punto, peculiare. L’imperfezione, in un luogo come questo, è parte del patto che si fa con lo chef, a cui per esempio nella serata specifica io ho chiesto di portare quel che decideva lui. Volevo conoscere la sua cucina, non mettere i miei gusti al primo posto. Lui si è sentito di provare anche cose non in menù, che avevano senso quel giorno con la disponibilità in cucina, e me l’ha detto. Ha fatto piatti da menù e piccoli esperimenti, ovviamente non casuali ma nemmeno serializzati da un passato che non avevano. Andava bene così, era quel che ci eravamo detti, è venuto a chiedermi, a parlare, a confrontarsi con me che tra l’altro, come dire, nel mondo della ristorazione non rappresento altro che un qualunque cliente.

Questo modo di intendere la ristorazione e la professione mi è piaciuto moltissimo.

le rape

Complicato usare il conto per raccontare quanto si spenda, perché sono andato sostanzialmente fuori menù per quasi tutta la serata. Posso dire che il rapporto qualità prezzo è, volendo sintetizzare, abbastanza commovente.

l'anguilla coi friggitelli

Mi è chiaro, amici ascoltatori extrairpini: non passerete per Avellino esattamente ogni mercoledì alle 20, ok. Io però per una cena così farei pure discrete deviazioni lungo un viaggio, ecco.

Ah, giusto: li trovate qui

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!