Si comincia, dàtece retta!

Si comincia da casa. Dalla propria, dove si è, dove si sta.

Roma.

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Oggi è stata passeggiare in centro senza altri obiettivi che un paio di regali, ma è bastata a far trovare bellezza perfino a me, non il più raffinato dei coglitori di cose da saper cogliere.

C’è in questa città uno splendore inconsapevole, una gloria portata come un qualunque zaino. Attraversarla è un film interminabile senza il montaggio, con un’infinità di registi improvvisati a girare esclusivamente la loro scena, lasciando il girato lì in terra. A turisti e distratti sembrerà una dimenticanza, un lavoro mollato a metà; più passa il tempo e più invece mi par di capire che per molti romani funziona così, funziona che lasci lì e magari tanto poi ritrovi, altrimenti pazienza, ci racconteremo che non era poi così importante.

Uno si venderebbe volentieri questa roba per approccio zen, ma è solo sciatteria.

A Roma manca l’aggregazione, mica i punti di aggregazione. La lagna su questo deve finire, e se non finisce è sciocca: abbiamo decine, centinaia di punti di aggregazione, sociali, istituzionali, privati, pubblici, aperti, di nicchia, popolani. Siamo oltretutto gente che da sempre per aggregarsi si è accontentata di prerequisiti minimali, peraltro facendone un vanto: la fraschetta, il bicchiere bevuto assieme, la trattoria, la strada sotto casa prima ancora delle universali piazze, ché a noi già Agorà fa troppo parolone, e poi con la pigrizia media che ci popola cosa arrivi a fare fino in piazza?

Le solitudini che attraversano i marciapiedi sono non numerabili.

Qualcuno sorride, perché c’è ancora chi lo fa, perché qualcuno vuol continuare a farlo a vita, perché qualcuno ci si aggrappa a risalire come fosse l’ultimo dei sorrisi, o il sorriso che ti aggancia ai successivi come una corda da stringere per non precipitare.

Qualche coppia litiga, e pure qui i romani sanno spaziare poco, perché il grosso riguarda disaccordi mainstream su trasposizioni cine-letterarie: le più gettonate sono “non comprate quel cappotto” e “suocere che invitano troppo”, ma non mancano i più variegati sequel di “sorvegliato speciale” con stoccate sullo sguardo in più verso l’indubbiamente attrattivo sedere transitato poco prima e le raffazzonate risposte, che -come ognun sa- quando negano sono false praticamente nella totalità dei casi.


Qui va aperta una necessaria parentesi. I culi si guardano, funziona così e non ha implicazioni. Al più si può avere l’accortezza che solo una coda dell’occhio discreta e accennata può avere, ma l’occhiata è endemica, prescinde, è avulsa, non intacca il presente né il futuro della coppia, non perché detto culo non sia in grado di intaccarla ma perché il maschio quando butta l’occhio non sta di fatto pensando ad altro che a quel curvo presente, non essendo capace di pensare due cose assieme se una è quella, l’unica in grado di occupargli i due slot mentali disponibili. Tranquille, andate benissimo come siete, oppure non andate bene come siete ma non per via di quel sedere. Quand’anche andaste benissimo, oltre che bene, tenete poi conto che avere un Van Gogh in casa non impedisce la partecipata visione di esposizioni pittoriche, mostre, rassegne temporanee, anzi la incoraggia visto che palesemente il Van Gogh in casa denota e certifica la competenza e la capacità critica dell’appassionato. Facciamocene tutti una ragione.


Qualcuno cammina in gruppo, con amici, in quattro o più, anche in un po’ di più; propriamente in comitiva ormai è cosa rara. Ho ricordi da teenager che vedono Via del Corso invasa da comitive, da agglomerati compatti che entrano ed escono dai fast food come un sol uomo ma a pacchi, a ventate, a onde. Adesso è diverso e so che non è solo questione di mia vecchiaia; i gruppi sono più ridotti, c’è forse meno qualcosa e meno qualcos’altro e tutti quei discorsi che questo blog non farà se non di striscio. Perché saprebbe farlo male e perché farà altro.

Perché qui si torna a me, che incontro gente e strada davanti, che nelle solitudini mie o d’altri navigo, che nelle compagnie vivo continuamente, da solo e con loro, che attraverso il cibo, il vino, la birra, la musica, la fotografia incrocio le storie degli altri e la mia, perché mi fa stare bene e magari per raccontarle qui a chi ne vorrà.

Vi dirò di buone cose assaggiate, di posti da vivere e persone da ascoltare; vi manderò una foto, vi racconterò la storia di qualcosa che è positivo e fa bene. Le cose da scartare, quelle un po’ così, quelle da stroncare… non so, non credo che ne parlerò più di poco. Mi interessa sempre meno la polemica e sempre più una qualità di cui poter godere. Al resto gradirei non dare spazio.

Ah, probabilmente il post più pesante di tutti sarà questo.

Alle prossime!

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E io, tra di voi, …“, direbbe qui Charles, con ogni probabilità.

Non sono più lui, ora sono lei. La “lei di lui”, non in senso di possesso, anche se essere pensata come un Van Gogh non è poi male. In realtà mi sento più un Klimt che amava di molto Dostoevskij e ha tirato fuori una Nuda Veritas meno rossa, sì positiva ma più problematica.

Roma, dice lui. D’altra parte l’idea di questo blog nasce appunto da lui, di cui ‘a capitale vanta i natali. Io mi sono intrufolata in un secondo momento, ma in tempo utile per essere presente sin dal primo post. Via via che me ne parlava, questa sua idea è diventata “nostra”: la immaginavamo nascere e crescere come una creaturina da accudire. D’altra parte perché, dopo essersi entusiasmati – addirittura emozionati – per un vino, un ristorante, una passeggiata, non rendere partecipi della nostra esperienza anche persone in cerca di cose belle? Lui, il mio egli, il mio Steve McCurry, lo definisco da sempre “animale sociale”, ed esserne contagiata è una meraviglia. Sta per suonare l’allarme “romanticherie”, ma non c’è rischio, su questo aspetto ancora non riesce a intaccarmi!

Ci sentirete parlare di cibo, vino, passeggiate, film, fotografia, pittura, libri, Molise e un po’ alla volta scoprirete cosa ci accomuna e su cosa invece ognuno ha interessi più marcati; chi è più rompiscatole in un modo e chi in un altro; se e quanto sappiamo mediare tra noi.

Di certo c’è che speriamo che questo spazio di condivisione amplifichi il nostro benessere, diventando una sorta di diario aperto a chi vorrà leggerlo, e insieme diventi per voi una gradevole lettura e la fonte di qualche dritta, all’insegna del nostro motto: “Dàteme retta!” !