Bill Meyers – Images

Dovesse venir fuori una rubrica sugli album da isola deserta, quindi fino al tuo arrivo inutilmente dotata di elettricità, lo scrivente sarebbe in bilico tra questo e altri due o tre capolavori e a quel punto pazienza, porterebbe un maglione in meno e alé, ci stanno tutti.

Prologo

Chi cacchio sia Bill Meyers è una domanda che può sopraggiungere con una probabilità abbastanza elevata. Succede però che poi uno ascolta ad esempio l’intro di archi di Papa don’t preach della più famosa Ciccone della storia musicale e… sì, roba sua, come per parecchie altre cose belline tra pop, colonne sonore e produzioni varie.

La copertina è questa. La specificazione è dovuta, perché i vinile-addicted, i cercatori di CD rari e via elencando troveranno questo album, quando lo troveranno, in almeno quattro copertine diverse, di cui una uguale qìa questa ma con font più chiaro e più brutto

Succede spesso, però, che quando sei un grande musicista, arrangiatore, conoscitore profondo delle meccaniche su cui si fonda un brano, vuoi divertirti con una cosa tutta tua. Bill Meyers qui (1986) ha scelto di farlo alla grandissima, alla enorme, con un progetto con dentro tanti elementi che già presi singolarmente renderebbero difficile un progetto: alla base un ensemble che all’epoca poteva rientrare nel perimetro della fusion, musicisti di altissimo livello (cercate l’elenco dettagliato in rete, tanta tanta roba), una sezione archi, poi ottoni, legni, synth, pianoforte, l’incrocio di generi musicali distanti tra loro per carattere, timbri e secoli, tutto registrato live in studio su due piste.

Il risultato di tutta questa mostruosa ingegneria è mezz’ora di miracolo musicale carica di creatività, caleidoscopica, con uno spettro sonoro gigantesco e pochissimi difetti.

La tracklist

Si parte con AM, proprio una sveglia che suona già nel traffico con l’arrivo dei clacson, un inizio da cittadini e un’impostazione molto USA, che tutto sommato abiterà l’album un po’ ovunque. Orchestrazione poderosa, drumming nettissimo e frontale, assolo di piano che ti si porta appresso ovunque tu sia, potenza e pulizia da vendere.

PM. Si torna a casa, si rallenta in un jazz intimo con piano elettrico riverberato, chorus a manetta sulla chitarra e un formidabile Ernie Watts al sax. Fusion di livello molto alto, elegante e sospesa, che cede solo negli ultimi tre accordi al rilassamento completo.

Voyager comincia con un organo stellare in un tema efficacissimo che si fa raggiungere da diversi strumenti a fiato e, con qualche americanata di troppo, entra in un passaggio di synth che inventa un crescendo di tensione armonica con un passaggio fichissimo, che dall’improvviso pianoforte apre su un ritmo tosto e dritto dritto verso il suo stesso raddoppio, col basso che va di slap lungo un solo di chitarra teso e diagonale, fino ad arrivare su variazioni orchestrali interrotte da quattro interventi micidiali di batteria dell’allora giovanissimo Vinnie Colaiuta che spalancano a piena orchestra il ritorno ai temi affrontati nel brano. Spettacolare.

Heartland parte di intro sintetica per poi introdurre al piano un tema che viene ripreso in diverse ambientazioni di arrangiamento successive ed entra in un quattro quarti diretto diretto, che si interrompe con un ponte d’archi pronti a diventare protagonisti nel ritorno ritmico, su cui un italiano difficilmente non dirà “rondò veneziano!”. Alcuni passaggi da lì al finale sembrano proprio testimoniare che Meyers voleva giocare con tutti i suoni a disposizione e farli interagire nel trionfo finale.

Time warp si propone con due parti distinte in cui si viaggia per l’appunto nel tempo, presentando uno specifico tema di partenza che viene usato prima in veste jazz con orchestrazione classicheggiante e sax soprano molto raffinato in un solo bellissimo, e poi con l’elettronica su cui, tra piani elettrici e basso sintetizzato, viene costruita una seconda sezione nervosa e serrata.

Pastorale chiude col protagonismo del pianoforte che introduce una melodia di grande cantabilità e diventa ariosa volata d’orchestra, coi synth a colorare alcuni passaggi, arrangiamenti d’archi a suddividere i contesti e di nuovo il pianoforte splendido attore principale che, salendo di densità, porta sulla ripresa con la chitarra elettrica e il ritorno al tema con l’insieme musicale al completo, partecipe di un finale degno del capolavoro assoluto che questo album è, chiuso da tre accordi di piano in solitaria.

Vado a concludere, via…

Lo ascolto frequentemente dalla sua uscita, cosa di cui all’epoca venni a conoscenza (come di molte altre uscite) grazie a Richard Benson ed al suo Ottava Nota, programma fondamentale di una piccola emittente romana e di cui molti italiani conoscono solo la versione cinematografica, Jukebox all’idrogeno, con cui Carlo Verdone ha voluto rendere omaggio ad una grande trasmissione nel film Maledetto il giorno che t’ho incontrato.

Credo sia un album che non mi stancherà mai. Credo anche che, a parte qualche suono un po’ datato che magari tornerà di moda, sia un lavoro con scelte timbriche non troppo legate al suo tempo.

Registrato in modo splendido, con grandissima pulizia e sapienza e col mastering curato da Bernie Grundman. Personalmente l’ho usato spesso come riferimento per testare componenti hi-fi.

Dateme indubbiamente retta. È bellissimo.

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!

Existo Osteria molisana – Isernia

(ultima visita: varie lungo il 2021, ma ci si torna presto)

Isernia esiste come la regione che le sta intorno, la questione sembra ormai consolidata, ma la nascita di questo posto speciale è avvenuta in un periodo nel quale l’esistenza del Molise era un concetto passato da battuta a claim turistico (ovviamente senza che all’epoca le istituzioni abbiano fatto nulla per sfruttarlo, ma proseguiamo); da qui il nome, che rivendica dignità e territorialità con determinazione ma anche giocando.

Secondo me se entrate qui con questo spirito vi divertite anche di più, oltre a mangiare e bere bene. In sala, Luigia Pascale ha dato una caratterizzazione precisa ai tre ambienti che, tutti in fila, compongono un locale strutturato “così com’era” nell’ossatura, col risultato di sentirsi accolti e di entrare in un’atmosfera specifica, piuttosto chiara ma non obbligata, peraltro resa da subito sciolta anche da Carlo Pagano, sommelier con competenze notevolissime che sa rendere leggere (qui bisogna lèggere leggère!) al racconto di quanto offerto in bottiglia e al calice.

I tavoli all’interno sono belli e spaziosi, si sta bene, ma se è stagione c’è la piazzetta di fronte all’ingresso, totalmente pedonale come ogni vicolo in centro, che è una piccola meraviglia a sé.

C’è da divertirsi, dicevamo, perché le idee di Carlo e Luigia incontrano la mano di Marx Di Nella in cucina che lavora sulle materie prime con rispetto ma anche con qualche azzardo, sicché di fatto qui possono trovare soddisfazione sia gli OSATORI sia quelli che gradiscono piatti più dritti. Si parte spesso dalla tradizione dell’Italia centrale, ma col gusto talvolta un po’ sfrontato di farne un trampolino per qualche tuffo. Quindi, per intenderci: tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi l’ortodossia in cucina: pane, olio, ingredienti e conoscenza sanno guardare per terra dove i piedi son piantati, mentre tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi le tecniche nuove perché senza un sous vide in carta lasci indignato il ristorante al suo destino e piuttosto ti nutri di foglie al primo albero: couture, variazioni sul tema, remix e gastrofeaturing li trovi e hai anche di che parlarne coi titolari, che hanno simpatia e passione.

Il vino. Qui si gioca davvero, e si può giocare leggero, pesante, convenzionale, naturale, strano, normale, sconosciuto e famoso. Sussurrato suggerimento dello scrivente: potreste proporre a Carlo di scegliere per voi un calice adatto per ogni piatto che ordinate. Il viaggio così diventa esplorazione, anche perché si guadagnano l’emozione della sorpresa, una bottiglia inattesa, un punto di vista diverso dal vostro. Non perché ne abbiate di sbagliati, che c’entra, mamma mia quanto siete permalosi. Sembrate me…

Il menù: perché mai? Ve lo andate a leggere, il menù! Siam mica qui a fare gli elenchi, noi gente di livello, e poi ci sono i piatti del giorno che, incredibile, cambiano, rendendo non solo inutile quel che starei per dire, ma sfizioso scegliere magari da lì. Diciamo che, in funzione delle disponibilità, potreste trovarvi a voler mangiare pesce mentre eravate entrati con l’idea di carne, o viceversa, o siete vegetariani e sul momento non mi viene una cosetta brillante da dirvi ma insomma sarete contenti anche in quel caso, tranquilli.

Spesa: ottimo rapporto qualità-prezzo per il Molise, lacrime copiose di commozione se venite da Roma, Milano e affini.

Sì, ok, direte, ma un difetto? Cavolo, nemmeno un difetto?

Mah, dài, facciamo i cattivi e diciamone due, tanto a noi questo posto piace un sacco ma proprio un sacco lo stesso: uno è anche discutibile; potreste trovare qualche piatto un po’ un azzardo per accostamenti o tecniche di preparazione. È un posto in cui non ci si tira indietro quando c’è da provare un’idea nuova, e se vorrete stare al gioco lo spazio ci sarà e non potrete manco chiamarlo difetto. Il secondo no, ho deciso che è oggettivo: non mi piacciono le cover lounge dei brani pop in sottofondo 🙂

Fateci sapere quando andate, ché magari siamo lì pure noi!

A Isernia, le colazioni che non ti aspetti

A Isernia, se in un aperitivo presenti un salamino Beretta o un formaggio Asiago, il silenzio sospende l’allegro consesso, l’imbarazzo pervade l’aria e gli sguardi si fanno di biasimo. Per la verità, nemmeno mi è mai capitato e anche solo immaginare la reazione di mio padre mi fa tremare i polsi.

Le cose però vanno dette tutte. Dal momento che a Isernia – cittadina dai ritmi meravigliosamente lenti – quasi sempre si fa colazione a casa, su questo diverso fronte non si è altrettanto esigenti e spesso l’offerta dei bar per una colazione fuori casa porta – ahimé – il marchio di Tre Marie o di Bistefani.

[Prima che si crei l’equivoco: parlo dei bar, NON DELLE PASTICCERIE!]

E no, cornetti surgelati, non mi avrete mai. Così, approfitto delle mie frequenti pause deca per studiare la situazione cornetti nei bar in cui mi fermo e voglio ora condividere con voi due scoperte mooooolto interessanti e fuori dai classici giri “del capoluogo pentro”, come si dice nei nostri tg.

La prima è quella del bar L’Antenato, situato un po’ fuori mano (sempre in termini di distanze isernine, eh): si trova nell’ampio spiazzo davanti alla rotonda che è a pochi passi dal Museo Paleolitico (altra visita che consiglio, ma è off topics!), e presenta quindi il primo grande pregio di disporre di un ricco parcheggio, dove un romano può, con rara emozione, divertirsi a scegliere dove posteggiare il suo bolide.

Alle prime visite, nelle quali abbiamo già apprezzato la bontà dei cappuccini, il servizio sorridente e una meravigliosa tranquillità, lo studio visivo dei cornetti della qui presente rompiscatole nazionale rivelava la qualità del lievitato. Un giorno, decìsami all’assaggio, ho trovato conferma di quanto la vista preannunciava: ottima qualità degli ingredienti e grande sapienza nella lavorazione. Il bar si rifornisce presso un forno di Pesche, di cui non conosco il nome; in un’occasione ho però incontrato proprio lì nel bar il titolare e ho ritrovato nelle sue parole l’entusiasmo che quel cornetto portava tra una sfoglia e l’altra.

L’altro posto che ha saputo davvero stupirmi è stato Klès Five, in pieno centro storico. Lo conoscevo come uno dei diversi locali della movida isernina, sicché non l’ho mai frequentato.

Una mattina però ci siamo fermati, il mio egli per un aperitivo, io per uno dei miei deca, a uno dei suoi tavolini in pieno e rinfrancante sole.

Del tutto inatteso, col mio caffè arriva mezzo cornetto, omaggio del ragazzo che abbiamo poi saputo essere diventato da poco il nuovo gestore del locale. Al primo sguardo e con la serietà che momenti come questi richiedono dico al Pier: ” ‘sto cornetto è serio”. Assaggio come il più attento dei sommelier e aggiungo: “Pier, qua ci sta il burro, non la margarina, ed è lavorato alla perfezione”.

Entriamo per pagare e, commossa, vedo che lo scatolone dei cornetti porta la firma dei Fornai Ricci, di Montaquila, produttore noto per il suo premiato panettone.

Con un altro off topics, aggiungo che, per l’aperitivo del mio egli, il giovane neotitolare ci ha proposto un ottimo Dubl di Feudi, che – insomma – in un mondo di bar che ti offrono il “prosecchino” è una gran bella cosa.

M’arraccumanne, dàteme retta!

Friccico Mangia&bevi, Roma – Un’osteria ai Colli Portuensi?

(visita di riferimento: febbraio 2022)

La domanda nel titolo ha un senso. Se conoscete la zona sapete perché e quindi dovrete pur convenire. Se non la conoscete chiedete a quelli del primo gruppo. Insomma, atmosfera un po’ così, che si stacca dal quartiere Monteverde -di cui è il confine Ovest- e in più segmenti preferisce agganciarsi al contiguo Casaletto. Insomma, per farla breve fidatevi, il blog che state leggendo ha un titolo intransigente che parla chiaro.

Esistono osterie ai colli portuensi, zona di Roma che per atmosfera non le richiama alla mente? Leggete qui...

Serena e Simone (sala e cucina) sanno fare ristorazione; sono, per diversi aspetti, complementari, ma quando sei lì è tutto coerente, fila tutto, l’ambiente è curato ma senza spingere sui formalismi, ci si sente accolti e si percepisce subito che… oh, vedete voi, ognuno percepisce quel che crede. Andate e percepite, mica posso dire tutto io…

Il menu parla lingue diverse: è locale per scelta delle materie prime (non si va al risparmio e la bocca lo sente), mentre le preparazioni guardano spesso il Piemonte: per i dettagli come al solito c’è Google e via dicendo, ma segnaliamo sicuramente il tonno di coniglio, il vitello tonnato (che gli anni ottanta hanno reso ingiustamente odiato da tanti e che invece, fatto bene, è un signor piatto), le tartare -che vengono proposte in diversi modi-. C’è tanto con cui divertirsi uscendo un po’ dal seminato romano, quantomeno di zona, tra ragù d’anatra, fagiano, carpacci, terrine… Diciamo che potrete anche uscire, volendo, dal classico metodo di scelta primo-secondo e giocare.

Buoni i dolci, ma non chiedete a me che sono uno poco appassionato al tema specifico.

Sulla carta dei vini avevamo scritto quanto segue, perché essendo noi gente serissima fa facciamo le cose a modino:

si può azzardare un po’ di più per renderla divertente quanto la cucina (si beve bene, ma con questa bellezza sulle materie prime starebbe bene qualche bottiglia un po’ fuori standard, per dare carattere e personalità anche a chi accompagna il cibo).

Ecco: non più. La carta è diventata divertente, perché Serena ci sa fare assai, dicevamo (ne parlammo anche, ma avrà ovviamente deciso di suo e non ci attribuiamo meriti, perché siamo gente anche di gran modestia).

Come sapete, qui di fare recensioni fighe ci importa poco, ché c’è gente in giro fatta apposta per scriverle meglio. Qui ci importa il racconto di esperienze e persone belle, e mangiare qui diventa dopo pochi minuti di conoscenza stare bene, affidando l’appetito a persone attente, scrupolose ma prive di pesantezze. Simone ha una mano assolutamente felice nel centrare il piatto su sapori primari che lascino emergere la qualità della spesa fatta; Serena conosce i suoi clienti, direi uno per uno, e sa cosa e come proporre, molto padrona di casa e con una cura chirurgica nell’approccio con le diverse tipologie di avventore.

Bravi!

Ah, già, il conto. Ci sta, prezzi del tutto in linea con la qualità e comunque non alti. C’è il menu sul loro sito web, andate pure.

Se invece volete andare proprio da loro, che come esperienza è meglio che guardare un sito web, andate qui.

“Ariaferma”, e dell’incurabile (mia) tendenza all’enciclopedismo

Avevo impostato questo “articolo” in modo un po’ troppo da critico cinematografico. Il film in questione contiene talmente tanto che raccontare ogni aspetto, ogni sfumatura (quelli che ho colto, naturalmente), rischia di fare un po’ troppo “Morandini”, tra l’altro senza che io ne abbia alcun titolo.

È anche vero che ci terrei ad appuntare tutto quello che ho in testa, fosse anche solo per me, ma stanotte mi sono svegliata col terrore che sarebbe risultato pesante, e anche che non è bello svelare tutto, né che chi mi legge sia condizionato nella visione del film da quello che io ci ho trovato.

E insomma, eccomi a cercare di “tratteggiare”, più che di raccontare; metterò da parte anche le questioni relative alla fotografia, di cui sono poco esperta ma che persino io mi accorgo dare un mirabile contributo di contenuto, oltre che estetico. Risolvo in poche parole anche la parte recitativa: Toni Servillo e Silvio Orlando eccezionali, senza i quali probabilmente il film non sarebbe la perla meravigliosa che è.

Ah già, vorrete almeno sapere di cosa stiamo parlando: “Ariaferma”, film del 2021 di Leonardo Di Costanzo, che narra di una specifica realtà, quella carceraria, ma che insieme vuole e sa essere universale.

Parla di tutte le nostre vite: di come le viviamo pietrificati nei ruoli che le convenzioni sociali ci assegnano e di quanto sia impossibile alla grandissima parte di noi vedere un’altra possibilità. Ci identifichiamo ognuno nel proprio personaggio, seguendo il solco di chi quel ruolo lo ha ricoperto prima di noi e quasi recitando una parte obbligata, di modo che la vita si trasforma in un gioco che – se siamo sfortunati – ci ha assegnato di essere malati o soggiogati o violenti e abbiamo davanti a noi – o meglio, contro – i curatori o gli aguzzini o le guardie, che ben esercitano la loro azione prevaricatrice. Due squadre l’una contro l’altra, i cui membri sanno essere solidali nella contrapposizione alla squadra avversaria, mentre singolarmente presi sono ugualmente irrisolti o ugualmente soli: tornando alla realtà carceraria del film, neanche l’ora d’aria è un momento di scambio e socializzazione, poiché non è che una “formalità”, una regola prevista dal gioco di cui si è pedine eterodirette. Quel cortile è un’estensione della cella, altrettanto soffocante.

Il ruolo della guardia non è meno irreggimentato: prevede di essere torvi, violenti, schiacciati dalla disciplina che si ha il dovere di far rispettare.

La felicità non esiste, in questo meccanismo che si nutre di sé; oppure esiste, ma la si può raggiungere solo se si ha la consapevolezza per interromperlo, quel meccanismo, mettendo un bastone nei suoi terribili ingranaggi.

Ed ecco che ad un certo punto in Ariaferma il personaggio chiave del film, l’agente Gargiulo, chiamato a gestire una situazione particolarmente critica, vede il bivio invisibile agli altri, la strada alternativa, quella mai battuta, tangente al circolo vizioso e che poi continua dritto, in una direzione su cui lui scommette alla cieca, assumendosene ogni responsabilità.

L’inatteso porta con sé stupore, paura, dissenso da parte degli altri. Dare fiducia ai detenuti, a partire dal più pericoloso tra loro? Una follia, una mossa non prevista da questi scacchi dalle pedine umane.

Ogni passo porta con sé un rischio enorme, ma la nostra “scheggia impazzita” prosegue in quella direzione; vale la pena rischiare, o comunque la soluzione può essere solo lì, nulla glielo toglie dalla testa, sebbene sia lui il primo a non conoscere le tappe e il punto di arrivo di quel percorso.

Di Costanzo ha l’immensa bravura di farci vivere questa esperienza con la lenta gradualità con cui realmente si svolge, senza strappi temporali o emotivi. Ognuno di quei passi porta con sé un impercettibile cambiamento – di sensibilità, di contesto, di consapevolezza, di relazioni – con la stessa efficace e paziente calma con cui, goccia dopo goccia, si formano le stalattiti.

Tanta gradualità rende il film tutt’altro che lento, come invece si potrebbe immaginare, poiché è accompagnata da un costante aumento della tensione: gli equilibri sono continuamente instabili e superati dal procedere degli eventi.

Il momento culminante della rivoluzione condotta da Gargiulo si compie in una cena, una commovente Ultima Cena profana – ma insieme sacra per il valore che con la sua rappresentazione dà a ogni uomo – che brilla di leggerezza, gioia, fratellanza, condivisione, dignità. Di azzardo, anche, perché in questo “fuori onda” ogni perimetro è cancellato, finalmente anche la gabbia mentale si è aperta.

È con questa scena, in cui tutti sono indistinguibilmente degni, che prende realmente senso quella che apre il film e in cui un gruppo di amici non è altro che questo – uomini senza etichetta, che ridono si divertono condividono – prima di entrare nel carcere e indossare le divise da guardia, che ingabbiano come quelle da carcerato.

La cena si svolge nel momento di massimo isolamento del carcere dalla realtà: appena i collegamenti con l’esterno si riattivano, tutto torna alla cruda normalità, quella dei criceti nella ruota e degli scacchi con pedine a forma di homo sapiens.

Sicché, è vero, la rivoluzione è stata temporanea, ma non è avvenuta invano; la lezione che dà resta indelebile: l’umanità genera umanità, svestirsi dei panni del proprio personaggio fa sì che gli altri facciano altrettanto e ci sentano vicini a loro, aldilà del ruolo che ognuno riveste. Da questo miracoloso contagio (in una delle ultime scene anche la più severa delle guardie sembra arrendersi all’evidenza che c’è un modo umano di fare le cose) nascono solidarietà, vicinanza, empatia e si evidenziano le differenze, le sfumature, le sfaccettature. Anche i dolori, sì, perché abbassare la corazza scopre, ma condividendoli si è meno soli.

Ecco perché, dicevo, questo film è universale: ognuno di noi ha la sua gabbia; la felicità è da qualche parte, fuori dalla nostra cella. Per dirla con Dalla, Maria vive nella casa in riva al mare, a portata dei nostri occhi ma oltre le nostre sbarre.

Diamo retta a Di Lorenzo e buttiamole giù, ora, tutti.

Bottega Tredici: parentesi magica in pieno centro

Il 4 gennaio prendeva una piega cupa, mentre un po’ alla volta, visitando la mostra di Klimt qui a Roma (“Klimt. La Secessione e l’Italia“), mi rendevo conto che forse ero partita con un tantinello di aspettative di troppo.

I sottotitoli sono la più grande fregatura delle mostre. Ti fermi al nome che fa notizia e che nel caso specifico adori, e trascuri quel che segue e che in realtà svela cosa principalmente troverai.

La fregatura delle fregature poi è trovarsi in una mostra molto bella e molto ben allestita e non goderne appieno perché ci si aspettava altro.

Tant’è, io e la sorellina abbiamo concluso la visita in SOLE tre ore, con la nostra consueta propensione all’esperienza immersiva.

Ma dicevo, il 4 gennaio prendeva una piega cupa. A riportare la luce ci ha pensato un piccolo luogo incantato, che si fa chiamare “Bottega Tredici” e si trova in via dei Falegnami. La prima magia è nel fatto che, pur trovandosi a due passi dalla trafficata via Arenula e all’ingresso del Ghetto, sia in un punto sorprendentemente silenzioso e di pochissimo passaggio e passeggio. Una spiegazione razionale c’è: chi è a via Arenula vuol dirigersi a Campo de’ Fiori o allungarsi verso Largo Argentina e poi al Pantheon, mentre chi è diretto al Ghetto prende molto più probabilmente via di Santa Maria del Pianto. Sia come sia, quando ti siedi ed entri nell’atmosfera del posto, capisci di trovarti al binario 9 e 3/4 del centro di Roma.

Chiediamo di sederci fuori e prontamente il ragazzo che da quel momento ci servirà accende per noi la stufa a fungo. Ecco, il ragazzo in questione è giovanissimo, professionale ma mai affettato, gentile di una gentilezza elegante e naturale, sicuramente sempre sorridente anche con tanto di mascherina.

Sguardo di intesa con sorella: mille punti il posto, mille punti il cameriere… ci abbiamo preso alla grande.

Nella sua incommensurabilmente giovane ed elegante professionalità, il nostro si informa sin da subito di eventuali intolleranze o allergie, e poco dopo ci offre due meravigliose entrée cucite su misura per ognuna di noi.

Seguono le nostre scelte: due antipasti e due secondi, tutto delizioso.

Menzione d’onore al rispetto dei carciofi, che per me sono cibo sacro e che loro trattano con semplicità e sapienza insieme, preservandone il sapore in modo commovente.

Come secondi prendiamo ricciola con spuma di finocchi e aspic di insalata di finocchi e arance e anatra (non ricordo il taglio, chiedo venia!) con salsa ai frutti di bosco, salsa al Cointreau e indivia arrostita.

Piatti eleganti e delicati, ottimi accostamenti e cotture superbe.

Il menu è tutto interessante e assolutamente non pensato per i turisti che, lungi dall’essere dei mostri bicefali o creature in altro modo oscene, pur non volendo però portano spesso i ristoratori della zona a proporre quel che si ritiene che loro si aspettino. Sembra uno scioglilingua tipo la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio di Apollo, avete ragione.

Ma non è così al binario 9 e 3/4: non scioglilingua, solo formule magiche.

DOC Cruderia EnoBistrot

(ultima visita: 13/2/2022)

Domenica a passeggiare, Porta Portese si avvia a chiusura e in zona c’è un movimento tutto sommato allegro e piacevolmente confuso. Fermarsi in zona a mangiare presenta qualche insidia, ma anche diversi posti che il tempo ha consolidato per qualità. Ne proviamo uno a noi ignoto. Questo.

Non si può dire che, guardandosi intorno, l’apparenza di quei cinquanta metri di strada lo valorizzi, ma questo locale fa il possibile per uscirne e proporre un angolino differente. Insomma, basta vincere gli esogeni indugi e le cose belle succedono. Vale pure per un sacco di altre cose, no?

All’esterno si sono organizzati per garantire un po’ di coperti e meno rumore possibile dal vicino semaforo. Il risultato è solo un minimo di rumore al passaggio del tram; siccome quest’ultimo suono è per me un sottofondo piacevole (a volumi da sottofondo, come qui) siamo di fronte a un pregio. Per voi persone più sane di mente sarà comunque una cosa di nessun disturbo.

Il menu sta in due pagine scritte in grande: carne cruda, pinsa, due insalatone, bruschette e taglieri. Offerta secondo me corretta e in armonia con un posto di dimensioni contenute. Carta dei vini senza sussulti ma pure senza banalità. Quattro vini al calice. Va bene così, poi con la confidenza romperemo le scatole su qualche scelta divertente in più, ma sono aperti da cinque mesi e la cosa va vista e capita nel tempo anche da dentro, oltre che a chiacchiere da qui.

C’è attenzione e cura per le materie prime e i condimenti. La carne viene dalla macelleria Feroci, l’olio utilizzato è un Sabina DOP e mi pare ci fosse anche un siciliano.

I “cubotti” di filetto hanno sapore e consistenza molto piacevolmente “raw” in parecchi sensi. Con sale, olio e pepe tutti a parte si direziona il piatto secondo gusti, ma il carattere c’è già così a nudo. La pinsa mantiene la croccantezza in superificie ma al morso le 72 ore di lievitazione (non) si fanno sentire, con una digeribilità che certifico scrivendo a quattro ore da lei come se non l’avessi mangiata, bei ricordi a parte.

Quando anche due verdure per una “variazione di insalata” richiesta sono presentate e condite in modo non superficiale ti senti contento e ti senti in un posto che forse un po’ ti somiglia, e in fondo spesso questa è una delle sensazioni belle per cui stai bene in un ristorante, mangiando cose “non di casa” e “fuori” ma avendo a che fare con persone e modi in cui in qualche modo ti riconosci.

Tiramisù tra i più puliti mai mangiati, finalmente con poco zucchero.

Conto del tutto in linea con la qualità. Bravi e buona fortuna!

Ah, già: eccoli qui.

“The Beatles: Get Back”: la grande bellezza

I trailer, si sa, esagerano. Quello di The Beatles: Get Back no.

Anzi, guardatelo a visione del film avvenuta e vi metterà un’adrenalina pazzesca, perché solo voi che l’avrete già visto saprete che è proprio così: pazzesco come lo dipingono in quei 4 minuti.

Le 8 ore del film-documentario sono entrate nella mia vita a gamba tesa, lasciandomi dentro delle onde in movimento continuo, a risuonare con i miei pensieri; non sono una musicista e neppure una fan accanitissima dei quattro (oddio, ora un po’ sì!), eppure Get Back ti scuote, chiunque tu sia.

Gli elementi senza i quali l’eccezionalità del contenuto non sarebbe bastato a dare tanta emozione sono la nitidezza delle immagini e la loro “fulgida rotondità” (non saprei come dire altrimenti). I volti, gli sguardi, le pieghe, i colori, i riflessi, sono così ben definiti che in un attimo mi sono ritrovata tra i Beatles, incredula di averli intorno a me e chiedendomi come possa il mondo essere convinto che due di loro siano morti e gli altri due molto invecchiati, se la verità vera che tanto realismo dimostra è che hanno tutti sui 27 anni e godono di ottima salute, nonostante i triliardi di sigarette che fumano tutto il tempo.

La storia scorre e ogni attimo sai che stai per scoprire qualcosa che non conosci. No, non lo conosci, perché ogni scena è inedita e vera e tu hai vinto l’incommensurabile lotteria di potervi assistere in diretta, in presenza, lì, mentre si svolge e il resto del mondo ne è all’oscuro.

Questo senso di ubriacatura ti accompagna tutto il tempo, mentre scopri che un concerto pazzesco tenuto senza autorizzazioni su un tetto londinese non è il momento finale di un progetto architettato nei minimi dettagli dai musicisti e da chi li segue e produce, bensì il risultato di tre settimane caotiche e disordinate… talmente tanto che, sebbene il finale storico mi fosse noto, ho avuto per tutto il tempo la preoccupazione che non ce l’avrebbero mai potuta fare, andando avanti di quel passo.

I quattro hanno pochi giorni a disposizione per tirare fuori una dozzina di canzoni nuove. Una full immersion durante la quale sono prima chiusi in uno spazio ampio e quasi asettico, arredato da poche sedie e dai loro strumenti, in cui non possono fare altro che essere sé (“Abbiamo solo noi stessi”, dicono ad un certo punto), per poi passare nello studio di registrazione.

Il calendario scorre veloce ma loro procedono lentamente, senza patemi e – stupore – senza metodo. Dall’alto del mio scranno vorrei mettere loro fretta, ma devo limitarmi ad assistere e a fare un po’ alla volta la loro conoscenza.

Paul è carismatico, fascinoso, risoluto, ambizioso. Se lo avessi conosciuto, a quell’età, me ne sarei follemente innamorata, non ricambiata. È anche il più preciso, il più strutturato, il più “progettuale”.

È ingannando la noia, in attesa dell’arrivo degli altri, che una mattina accenna scomposto quella che diventerà Get Back, mentre tu vivi commosso la bellezza del momento creativo e la sua incredibile casualità ed estemporaneità. Dopo poco arriva George, che si mette accanto a lui, incuriosito, dando qualche ulteriore spunto, con la stessa leggerezza di chi ti dà una mano a finire il cruciverba.

E poi Paul è il genio. Scoprire come nasce il BLANG! BLANG! di “Maxwell’s Silver Hammer” è qualcosa di impagabile.

John invece è distratto, svogliato, ritardatario. Un incrocio tra il troll e l’intelligente che non si applica. A volte quasi mi innervosisce; gli altri sgobbano e lui… bah.

Ringo è l’imperscrutabile Buddha, l’uomo che – pur parlando poco o niente – tutto osserva e tutto sa; dalla sua postazione sembra fare da collante e tenere la pace nel gruppo. Siamo diventati amici, io e Ringo.

George è quello che capisco meno; è di tutti forse il più problematico, il più irrisolto, o semplicemente il più complesso.

Li osservo mentre fumano, ridono, mangiano, fumano, cantano, fumano, sbadigliano, bevono, si divertono, si sfaldano e si riuniscono ed è vita vera, bella, mentre i giornali scrivono cose senza senso su di loro, che ci scherzano su, nei pochi momenti di pausa in cui non si rilassano suonando brani di ogni tipo.

Sul timore che il tetto del palazzo – il famoso rooftop – possa non reggere il peso loro e degli strumenti invece non scherzano; e anche stupirsi di questo momento così pratico, da organizzazione della sagra di paese, è stato emozionante. Così come partecipare al coinvolgimento, ad un certo punto, di Billy Preston: gioioso, musicale, sorridente (e ovviamente bravissimo!).

Poi arrivano sul rooftop e, dopo prove mai definitive né perfezionate, piene di accenni e sbavature, durante le quali non hanno preso un appunto che sia uno, vanno alla grande. Si trasformano in quelli che anche gli altri, quelli del mondo lì fuori, conoscono. Il dietro le quinte finisce e tu sei parte del pubblico, ma anche di chi quel concerto un po’ l’ha costruito con loro, in un modo magico, che ha formule a parte delle quali comunque non ti è stato dato di accedere.

Questo film ha, ed è, talmente tanto che osservazioni razionali e ragionate ce ne sarebbero da fare all’infinito; eppure, se proseguissi, continuerei a dirvi quello che ho fisso negli occhi, ancora: gli sguardi, la spontaneità, i tramezzini, capelli lunghi da lavare, la bellezza candida e intelligente di Lidia, quella meraviglia di sua figlia e i giochi semplici e ingenui di Ringo con lei.

Quell’immenso fuori onda che era la vita vera dei Beatles.

The Tender Bar (George Clooney, 2021)

Amazon da un po’ ha preso a fare sul serio anche coi film; Clooney ha cominciato da tempo, quantomeno come regista (ma è difficile trovarlo scadente anche in film… omonimi).

Ora, “premesso che non sono un esperto di cinema” (ma tanto non sono esperto di un sacco di roba… e voi mica sarete qui perché cercate gli esperti, no?), a me pare che il nostro stia procedendo con grande coerenza stilistica e stia anche consolidando già una cifra specifica, un modo di raccontare asciutto, nitido, che non cerca il picco ma la continuità, non strappa ma anzi lega, fino quasi a voler rasentare la normalità, narrando in toni e sequenze che hanno fluidità e molta misura.

In qualche modo sembra che, con molte delle sue scelte da regista e da produttore (ma in parte anche di attore), Clooney sia impegnato a disegnare una sorta di mappa identitaria del novecento USA, inanellando storie che mettono assieme percorsi personali e contesti sociali di una patria con cui Clooney sembra procedere in pace, senza la necessità di autocelebrazioni o condanne (usando al più una apprezzabile sobrietà quando accade).

Direte “ok, ma il film? Questo The Tender Bar com’è?”.

Vabbe’, per queste cose ci sono le recensioni di quelli bravi. Qui si parla d’altro, si parla intorno. Se volete partite come al solito da qui e via, ne saprete di più. Tra l’altro alcune cose che possono sembrare o proprio essere buchi di trama, mancati approfondimenti o altro ancora non ho modo di valutarli appieno, perché non ho letto il libro da cui il film trae sostanza e quindi non posso dire in quale manico sia il difetto.

Una nota di colore, è il caso di dire: il teal and orange è bello, ok, ne abbiamo preso tutti atto, compresi quelli che non sanno di averlo fatto, però non è che il mondo sia proprio bicolore, eh? Proviamo a uscirne un pochino?

Bello, magari non quel mezzo capolavoro di Monuments Men, ma bello.