Roma integrale – Pizza al centro

ATTENZIONE!!! Puristi della cucina e della ristorazione, questo post per voi è IL DEMONIO… fuggite!

UPDATE 12/5/2024

(seguirà poi  una premessa. Succede)

Siamo tornati dopo un paio d’anni.

Varie conferme e qualcosa in più. Chi scrive stavolta non è l’una ma l’altro.

Antipasti: il carpaccio di carciofi è molto fresco, abbondante, gustosissimo perfino per lo scrivente che non lo ha ordinato non avendo il carciofo tra le sue passioni principali, ma lo ha assaggiato e potrebbe essere colui che la prossima volta lo ordinerà. L’ hummus con verdure crude e bruschetta è un’altra di quelle cose che stanno benissimo con la stagione. Prezzi giustissimi già in assoluto, di più se consideriamo la posizione.

Pizze: posto che i paragoni con impasti di farine 00 non hanno senso più di tanto, qui abbiamo assaggiato l’integrale (70%) più vicina ad una “napoletana standard”. Soffice, gustosa e con morsi che ti fanno venir voglia di nuovi morsi.

Una era ortolana (verdure buonissime e cotte “de còre”), l’altra era una funghi e salsiccia a cui è stato chiesto di aggiungere pesto -un mix meno impegnativo e più adeguato al caldo esterno rispetto all’ortolana di cui sopra-. Prezzi anche qui belli.

Bere: vista la qualità di qualunque cosa si sia mangiata qui dentro ci limitiamo a suggerire che si allarghi la disponibilità alla spina anche in ambiti meno noti. Anche sui vini qualche deviazione si può osare visto che il pubblico meritatamente non manca.

Servizio: sorridono tutti sempre. Sorridono pure con la tizia problematica del tavolo accanto che, in un inglese timido,

– spiega in dettaglio perché non possa o voglia mangiare ciascuno dei piatti nel menù

– dopo quei dieci minuti ordina, con l’amica visibilmente consapevole della compagnia, due insalate e un fritto di verdure

-all’arrivo del fritto di verdure spiega in dettaglio perché non possa o voglia mangiare il fritto che lei ha ordinato, con l’amica che palesemente vuole abbandonare il locale e dissimula attaccandosi allo spritz

-all’arrivo dell’insalata con pollo che aveva ordinato chiede, indicando il pollo, “è pollo?”, portando al record mondiale di sorriso impassibile il cameriere con il suo “sì, è proprio il pollo che ha ordinato”, il tutto mentre l’amica nello spritz preferirebbe annegarci immediatamente.

Clima piacevolissimo, una sola lampadina LED vintage a 3000 Kelvin con tutte le altre a 2700 e quindi facciamo che è stata una sostituzione di emergenza e va benissimo perfino a chi scrive (un pesantone sul tema). Alle pareti i quadri della titolare, ex insegnante di arte che dipinge per diletto (il correttore mi suggerisce Filetto e non ho ancora niente di AI installato, per dire il livello).

Vieppiù consigliatissimo.

Ora possiamo passare alle premesse.

Maggio 2022

Alcune premesse, necessarie.

La prima: soprattutto a me, che ho vari problemi di tipo alimentare e che al ristorante faccio lo slalom tra una riga e l’altra del menu, con un occhio che al volo individua l’unico antipasto vale-compatibile mentre l’altro già si lancia sui secondi (i primi devo evitarli) e intercetta quello che potrebbe andare una volta chiarito un dubbio col cameriere e contemporaneamente ipotizza un piano B, e poi sommergo di domande il cameriere per, infine, chiedere esasperata delle varianti per uscirne anche stavolta, dicevo, soprattutto a me che ho vari problemi ecc ecc, fa piacere segnalare non solo posti poco conosciuti e che ci hanno colpito particolarmente, ma anche quelli in cui trovare un menu che possa soddisfare esigenze specifiche, anche se non necessariamente rappresentano l’eccellenza.

La seconda: non è vero che il centro di Roma è quel posto che si caratterizza per la sola presenza di trappole per turisti. D’accordo, bisogna scegliere con mooooolta cura e anche essere disposti al compromesso, ve lo concedo, ma se si allentano i paletti e si riducono le pretese ci si può persino sorprendere.

Ci è capitato così di sperimentare, spinti dall’orario e dalla fame, un posto (Origano, Largo dei Chiavari 84) in grado di far contenti i turisti e riservare un’inattesa scoperta per chi come me adora la pizza napoletana ma non può mai mangiarla, perché deve evitare le farine bianche: la pizza napoletana integrale.

Il menù esposto ai passanti con tanto di foto delle pietanze scoraggia, e altrettanto la posizione iperturistica, tra Sant’Andrea della Valle e Campo de’ Fiori, ma questa occasione non potevo perderla. Alla domanda se la pizza fosse del tutto integrale (ti spacciano per integrale qualsiasi prodotto sia integrale al 5%), la ragazza interpellata ha subito precisato che “no, c’è una parte di farina bianca”, per poi informarsi e riferirci che la percentuale di farina bianca era del 25%. Amici, mai vista una cosa del genere in nessuna pizzeria romana.

Incredula, mi sono seduta all’istante, e il mio egli è stato contento di cedere, sapendo della mia inenarrabile felicità.

Consigliabile evitare il prosciutto cotto e scansare un po’ di “mozzarella”, che – come spesso capita a Roma – anche qui è quella entità aliena di solito definita “formaggio per pizza”, ma l’impasto è ottimo e i condimenti generosi.

calzone integrale dentro, margherita fuori, Origano, Roma

pizza integrale ortolana, Origano, Roma

Il servizio, affidato a giovani ragazzi (intendansi comprendenti le ragazze, please), è cordiale, sorridente e attento. E’ un posto in cui – se si ha il giusto spirito – si sta bene, sentendosi simpaticamente turisti nella propria città. A volte anche questo diverte e alleggerisce; la frequentazione è la più varia, ma viva la diversità, i colori, gli accenti, le bizzarrie!

Insomma, anche basta con questo stare sempre imbalsamati con la faccia da intenditori intransigenti frequentando solo i posti blasonati – pena l’indignazione, il disgusto, l’isolamento sociale.

Proviamo qualche volta a prenderci meno sul serio, se no si diventa pesanti e – molto peggio! – si rischia di non trovare mai e poi mai una cavolo di pizza napoletana integrale.

Origano Campo de: Fiori è qui

Sinosteria, Roma

(ultima visita: Febbraio 2022)

A Roma ristorante cinese significa perlopiù quel che significa nel resto d’Italia -solita lista di piatti al solito basso prezzo fatti nel solito modo-, sicché aumentano, col crescere della qualità che si cerca volendo mangiar fuori, le chiacchierate tra appassionati su dove mangiare cinese MA buono, che detta così suona un po’ cattiva ma che tra romani si capisce, è quel tono un po’ sbruffone che… non andrei oltre circa la romanità e concluderei con “ce lo meritiamo, Alberto Sordi”.

involtini primavera

maiale con verdure piccante

Il bello arriva quando qualche nome nella classifica dei “più qualcosa” esce fuori (il dibattito che ne segue è, come sempre, articolato a piacere), e tra questi, ormai da un po’ di tempo, c’è Sinosteria, posto di qualità condotto dalla famiglia di Jun Ge e che fino a qualche anno fa si chiamava Asian Inn, a testimoniare già da questo cambio una visione di cucina e di “stare dove si è”, con la volontà e l’energia per dare direzioni nuove.

vino siciliano catarratto

Anche stavolta arriviamo a scriverne tutt’altro che per primi, quindi il grosso dei dettagli classici lo trovate già ovunque. Passiamo perciò oltre; è un posto in cui si sta bene perché il livello di confidenza, formalità, conversazione viene sapientemente dosato tavolo per tavolo da Jun che, si vede bene, prende prima le misure del cliente e poi, se si è entrati con curiosità, condivide quel che sa ed è, in proposte, suggerimenti e racconti di sé, concretizzando senza fatiche il senso della parola osteria.

riso bianco

L’amore per l’Abruzzo traspare in diversi momenti da menù, bottiglie in giro per il locale e parole, competenze e storie. C’è stata e direi che ci sarà collaborazione col ristorante Mammaròssa di Avezzano (AQ), altro posto speciale che muove appassionati da diverse città; è divertente e gustoso godersi questi territori condivisi in piatti di tradizione di diverse regioni cinesi che incontrano zafferano di Navelli, aglio rosso di Sulmona, mugnoli di Pettorano sul Gizio e altro.

crema di riso al latte di cocco con pollo zafferano di navelli e zucchine

Questo segnatevelo:

Crema di riso al latte di cocco con pollo, zafferano di Navelli e zucchine

E’ un divertimento ovviamente di gusto ma anche per la possibilità che offre di scambiare passioni ed entusiasmi, perché Jun si è innamorato dell’Abruzzo e te lo dice in mille modi, ricordandoti che fusion non vuol dire per forza che devi sovrapporre un mango e un pezzo di tonno, ma che culture e sorrisi possono incrociarsi per scoprire sorprese.

riso bianco con carne e uova

Abbinare le molte bontà del menù con uno o più vini è cosa che, nelle non molte volte in cui siamo riusciti ad andare, ho affidato al nostro eroe, con risultati sempre interessanti. E’ l’ulteriore divertimento, perché tra carta dei vini e proposte del giorno al calice siamo ad alti livelli non solo per quantità e qualità della proposta, ma anche per la possibilità di azzardare, sconfinare, bere a prescindere dalle mode, dalle diatribe naturale/convenzionale, da quel tipo di esperti che si prende troppo sul serio e non sa giocare.

vino primitivo puglia

Anche qui non vi diciamo nomi, cantine, uve: qualche foto c’è; per il resto troverete tanto, sarà tutto di valore e potrete rincorrere le accoppiate giuste chiacchierandone. Non succede spesso.

orecchie di maiale

Qui è dove vi chiarisco perché “ristorante cinese” sia una definizione restrittiva per Sinosteria:

Fuori menù, quella sera, c’era la trippa.
L’ho chiesta.
Sono tornati al tavolo. Era finita.
C’erano le orecchie di maiale.

Prese.

Insomma: atmosfera rilassata, genitori tra sala e cucina, figlio in giro per il locale a fondere culture, gente che mangia sorridendo, bocca pulita alla fine, con la voglia di tornare presto e di consigliare Sinosteria al successivo dibattito social o live di cui sopra, perché senti che sei stato proprio bene, che hai assaggiato o ascoltato qualcosa che non conoscevi. Mangiare fuori, per davvero.

vino rosso toscano miscelone

Prezzi giustissimi, zona magari non proprio top per passeggiata pre e post o per parcheggiare, ma ben servita dai mezzi pubblici. NON FATE QUELLA FACCIA; mi ha detto mio cugggino che una volta è andato al ristorante coi mezzi pubblici e non è morto.

Dàtece retta, sicuramente, ma qui tanto ve lo dice tutta Roma!

Scoprire San Francesco a Ripa

Il bello è più bello se non te lo aspetti.

Non abito lontano da lì e – voglio dire – girare per Roma giriamo, eppure non l’avevo mai notata. A mia discolpa, Vostro Onore, preciso che la chiesa in questione è un po’ defilata; d’altra parte chi conosce i francescani sa che non amano dare troppo nell’occhio, operano con umiltà, senza ostentare.

Tant’è, è stato inoltrandoci nella zona ad est di Viale Trastevere, più o meno all’altezza del Ministero dell’Istruzione, che ho scoperto l’esistenza della chiesa di San Francesco a Ripa.

Anche una volta che ce l’hai davanti pensi ad una chiesa modesta che, con tutte le ricchezze di cui le chiese di Roma traboccano, è tra quelle che possono essere saltate. La facciata, di un barocco inaspettatamente lineare ed essenziale, conferma questa prima impressione.

Eppure Pier sapeva – non chiedetemi perché – che mi sarebbe piaciuta.

L’abbiamo visitata ben prima che nascesse il nostro amato blog, sicché vi parlo più di sensazioni che di ricordi precisi e ben fissati nella mente. Tuttavia, siccome noi qui vogliamo condividere con voi il bello e il buono che sperimentiamo, perché magari vi venga voglia di sperimentarlo a vostra volta, questo posto non posso non citarlo.

Subito ad accoglierci, nella prima cappella a sinistra, una non molto nota (credo) “Nascita della Vergine” di Simon Vouet, caravaggista che di Caravaggio conserva qui la forza dei contrasti, la semplicità delle figure e la quotidianità della scena (il rimando al Maestro è anche nella presenza della figura di spalle, che c’ha da fa’, mica può preoccuparsi delle buone maniere).

Tuttavia Vouet ha il coraggio di non scimmiottare Caravaggio e opta per un ingentilimento dei movimenti, degli sguardi e della composizione, la cui circolarità, data dalla disposizione delle figure (tutte protettivamente curve verso Sant’Anna) e dalla direzione dei gesti, dà una poco caravaggesca “morbidezza” all’insieme.

Proseguendo lungo la navata sinistra, nascosto in una stretta e nascosta cappella, del tutto inatteso incontrate il gioiello della chiesa: l’“Estasi della Beata Ludovica Albertoni” del Bernini.

Evidente il rimando all’Estasi di Santa Teresa D’Avila, sempre di Bernini, ma di un Bernini di più di 25 anni più giovane e collocata nella ben più centrale chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Lo scenario in cui è “esposta” Santa Teresa è molto più ampio e sontuoso, nonché teatrale, coi committenti scolpiti in logge laterali a commentare si direbbe con gusto e fare quasi voyeuristico.

La Beata Ludovica Albertoni è invece posta in uno spazio molto più “angusto” e privato, decisamente distante dall’osservatore; tuttavia, con un gioco prospettico delle pareti, che dall’ingresso della cappella fino alla scultura vanno a stringersi, Bernini fa sì che lo sguardo sia catalizzato dalla scultura come se fosse a due passi da noi.

Le gambe piegate, o meglio raccolte in modo scomposto e attraversate dal meraviglioso drappeggio della veste, la posizione delle mani, lo sguardo, gli occhi semichiusi, la bocca leggermente aperta difficilmente ci farebbero pensare al momento del trapasso, se non ci fossero i cherubini sospesi su di lei ad attenderla.

Con gli occhi e il cuore già grati di tanta bellezza, per puro caso abbiamo visto un cancelletto – purtroppo chiuso – che immetteva in una stanza spoglia, caratterizzata da pareti con nicchie vuote, geometrie austere a creare uno spazio metafisico, in cui è il vuoto a parlare. Non ci ha stupito – e insieme ci ha meravigliato enormemente – che si trattasse della cappella che custodisce le spoglie di Giorgio De Chirico.

Insomma, perché proprio lì? E’ interessante leggere su siti molto più informati di questo il motivo della loro collocazione in una defilata chiesa trasteverina dedicata a San Francesco.

Che visita stupefacente, pazzesca, abbagliante!

Attenti, amici, vi vedo che a Trastevere ci passate (e pure spesso!) per una carbonara: mi raccomando, San Francesco a Ripa vi aspetta!

Bill Meyers – Images

Dovesse venir fuori una rubrica sugli album da isola deserta, quindi fino al tuo arrivo inutilmente dotata di elettricità, lo scrivente sarebbe in bilico tra questo e altri due o tre capolavori e a quel punto pazienza, porterebbe un maglione in meno e alé, ci stanno tutti.

Prologo

Chi cacchio sia Bill Meyers è una domanda che può sopraggiungere con una probabilità abbastanza elevata. Succede però che poi uno ascolta ad esempio l’intro di archi di Papa don’t preach della più famosa Ciccone della storia musicale e… sì, roba sua, come per parecchie altre cose belline tra pop, colonne sonore e produzioni varie.

La copertina è questa. La specificazione è dovuta, perché i vinile-addicted, i cercatori di CD rari e via elencando troveranno questo album, quando lo troveranno, in almeno quattro copertine diverse, di cui una uguale qìa questa ma con font più chiaro e più brutto

Succede spesso, però, che quando sei un grande musicista, arrangiatore, conoscitore profondo delle meccaniche su cui si fonda un brano, vuoi divertirti con una cosa tutta tua. Bill Meyers qui (1986) ha scelto di farlo alla grandissima, alla enorme, con un progetto con dentro tanti elementi che già presi singolarmente renderebbero difficile un progetto: alla base un ensemble che all’epoca poteva rientrare nel perimetro della fusion, musicisti di altissimo livello (cercate l’elenco dettagliato in rete, tanta tanta roba), una sezione archi, poi ottoni, legni, synth, pianoforte, l’incrocio di generi musicali distanti tra loro per carattere, timbri e secoli, tutto registrato live in studio su due piste.

Il risultato di tutta questa mostruosa ingegneria è mezz’ora di miracolo musicale carica di creatività, caleidoscopica, con uno spettro sonoro gigantesco e pochissimi difetti.

La tracklist

Si parte con AM, proprio una sveglia che suona già nel traffico con l’arrivo dei clacson, un inizio da cittadini e un’impostazione molto USA, che tutto sommato abiterà l’album un po’ ovunque. Orchestrazione poderosa, drumming nettissimo e frontale, assolo di piano che ti si porta appresso ovunque tu sia, potenza e pulizia da vendere.

PM. Si torna a casa, si rallenta in un jazz intimo con piano elettrico riverberato, chorus a manetta sulla chitarra e un formidabile Ernie Watts al sax. Fusion di livello molto alto, elegante e sospesa, che cede solo negli ultimi tre accordi al rilassamento completo.

Voyager comincia con un organo stellare in un tema efficacissimo che si fa raggiungere da diversi strumenti a fiato e, con qualche americanata di troppo, entra in un passaggio di synth che inventa un crescendo di tensione armonica con un passaggio fichissimo, che dall’improvviso pianoforte apre su un ritmo tosto e dritto dritto verso il suo stesso raddoppio, col basso che va di slap lungo un solo di chitarra teso e diagonale, fino ad arrivare su variazioni orchestrali interrotte da quattro interventi micidiali di batteria dell’allora giovanissimo Vinnie Colaiuta che spalancano a piena orchestra il ritorno ai temi affrontati nel brano. Spettacolare.

Heartland parte di intro sintetica per poi introdurre al piano un tema che viene ripreso in diverse ambientazioni di arrangiamento successive ed entra in un quattro quarti diretto diretto, che si interrompe con un ponte d’archi pronti a diventare protagonisti nel ritorno ritmico, su cui un italiano difficilmente non dirà “rondò veneziano!”. Alcuni passaggi da lì al finale sembrano proprio testimoniare che Meyers voleva giocare con tutti i suoni a disposizione e farli interagire nel trionfo finale.

Time warp si propone con due parti distinte in cui si viaggia per l’appunto nel tempo, presentando uno specifico tema di partenza che viene usato prima in veste jazz con orchestrazione classicheggiante e sax soprano molto raffinato in un solo bellissimo, e poi con l’elettronica su cui, tra piani elettrici e basso sintetizzato, viene costruita una seconda sezione nervosa e serrata.

Pastorale chiude col protagonismo del pianoforte che introduce una melodia di grande cantabilità e diventa ariosa volata d’orchestra, coi synth a colorare alcuni passaggi, arrangiamenti d’archi a suddividere i contesti e di nuovo il pianoforte splendido attore principale che, salendo di densità, porta sulla ripresa con la chitarra elettrica e il ritorno al tema con l’insieme musicale al completo, partecipe di un finale degno del capolavoro assoluto che questo album è, chiuso da tre accordi di piano in solitaria.

Vado a concludere, via…

Lo ascolto frequentemente dalla sua uscita, cosa di cui all’epoca venni a conoscenza (come di molte altre uscite) grazie a Richard Benson ed al suo Ottava Nota, programma fondamentale di una piccola emittente romana e di cui molti italiani conoscono solo la versione cinematografica, Jukebox all’idrogeno, con cui Carlo Verdone ha voluto rendere omaggio ad una grande trasmissione nel film Maledetto il giorno che t’ho incontrato.

Credo sia un album che non mi stancherà mai. Credo anche che, a parte qualche suono un po’ datato che magari tornerà di moda, sia un lavoro con scelte timbriche non troppo legate al suo tempo.

Registrato in modo splendido, con grandissima pulizia e sapienza e col mastering curato da Bernie Grundman. Personalmente l’ho usato spesso come riferimento per testare componenti hi-fi.

Dateme indubbiamente retta. È bellissimo.

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!

Existo Osteria molisana – Isernia

(ultima visita: varie lungo il 2021, ma ci si torna presto)

Isernia esiste come la regione che le sta intorno, la questione sembra ormai consolidata, ma la nascita di questo posto speciale è avvenuta in un periodo nel quale l’esistenza del Molise era un concetto passato da battuta a claim turistico (ovviamente senza che all’epoca le istituzioni abbiano fatto nulla per sfruttarlo, ma proseguiamo); da qui il nome, che rivendica dignità e territorialità con determinazione ma anche giocando.

Secondo me se entrate qui con questo spirito vi divertite anche di più, oltre a mangiare e bere bene. In sala, Luigia Pascale ha dato una caratterizzazione precisa ai tre ambienti che, tutti in fila, compongono un locale strutturato “così com’era” nell’ossatura, col risultato di sentirsi accolti e di entrare in un’atmosfera specifica, piuttosto chiara ma non obbligata, peraltro resa da subito sciolta anche da Carlo Pagano, sommelier con competenze notevolissime che sa rendere leggere (qui bisogna lèggere leggère!) al racconto di quanto offerto in bottiglia e al calice.

I tavoli all’interno sono belli e spaziosi, si sta bene, ma se è stagione c’è la piazzetta di fronte all’ingresso, totalmente pedonale come ogni vicolo in centro, che è una piccola meraviglia a sé.

C’è da divertirsi, dicevamo, perché le idee di Carlo e Luigia incontrano la mano di Marx Di Nella in cucina che lavora sulle materie prime con rispetto ma anche con qualche azzardo, sicché di fatto qui possono trovare soddisfazione sia gli OSATORI sia quelli che gradiscono piatti più dritti. Si parte spesso dalla tradizione dell’Italia centrale, ma col gusto talvolta un po’ sfrontato di farne un trampolino per qualche tuffo. Quindi, per intenderci: tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi l’ortodossia in cucina: pane, olio, ingredienti e conoscenza sanno guardare per terra dove i piedi son piantati, mentre tu, proprio tu, sì, tu che stai leggendo e vuoi le tecniche nuove perché senza un sous vide in carta lasci indignato il ristorante al suo destino e piuttosto ti nutri di foglie al primo albero: couture, variazioni sul tema, remix e gastrofeaturing li trovi e hai anche di che parlarne coi titolari, che hanno simpatia e passione.

Il vino. Qui si gioca davvero, e si può giocare leggero, pesante, convenzionale, naturale, strano, normale, sconosciuto e famoso. Sussurrato suggerimento dello scrivente: potreste proporre a Carlo di scegliere per voi un calice adatto per ogni piatto che ordinate. Il viaggio così diventa esplorazione, anche perché si guadagnano l’emozione della sorpresa, una bottiglia inattesa, un punto di vista diverso dal vostro. Non perché ne abbiate di sbagliati, che c’entra, mamma mia quanto siete permalosi. Sembrate me…

Il menù: perché mai? Ve lo andate a leggere, il menù! Siam mica qui a fare gli elenchi, noi gente di livello, e poi ci sono i piatti del giorno che, incredibile, cambiano, rendendo non solo inutile quel che starei per dire, ma sfizioso scegliere magari da lì. Diciamo che, in funzione delle disponibilità, potreste trovarvi a voler mangiare pesce mentre eravate entrati con l’idea di carne, o viceversa, o siete vegetariani e sul momento non mi viene una cosetta brillante da dirvi ma insomma sarete contenti anche in quel caso, tranquilli.

Spesa: ottimo rapporto qualità-prezzo per il Molise, lacrime copiose di commozione se venite da Roma, Milano e affini.

Sì, ok, direte, ma un difetto? Cavolo, nemmeno un difetto?

Mah, dài, facciamo i cattivi e diciamone due, tanto a noi questo posto piace un sacco ma proprio un sacco lo stesso: uno è anche discutibile; potreste trovare qualche piatto un po’ un azzardo per accostamenti o tecniche di preparazione. È un posto in cui non ci si tira indietro quando c’è da provare un’idea nuova, e se vorrete stare al gioco lo spazio ci sarà e non potrete manco chiamarlo difetto. Il secondo no, ho deciso che è oggettivo: non mi piacciono le cover lounge dei brani pop in sottofondo 🙂

Fateci sapere quando andate, ché magari siamo lì pure noi!

A Isernia, le colazioni che non ti aspetti

A Isernia, se in un aperitivo presenti un salamino Beretta o un formaggio Asiago, il silenzio sospende l’allegro consesso, l’imbarazzo pervade l’aria e gli sguardi si fanno di biasimo. Per la verità, nemmeno mi è mai capitato e anche solo immaginare la reazione di mio padre mi fa tremare i polsi.

Le cose però vanno dette tutte. Dal momento che a Isernia – cittadina dai ritmi meravigliosamente lenti – quasi sempre si fa colazione a casa, su questo diverso fronte non si è altrettanto esigenti e spesso l’offerta dei bar per una colazione fuori casa porta – ahimé – il marchio di Tre Marie o di Bistefani.

[Prima che si crei l’equivoco: parlo dei bar, NON DELLE PASTICCERIE!]

E no, cornetti surgelati, non mi avrete mai. Così, approfitto delle mie frequenti pause deca per studiare la situazione cornetti nei bar in cui mi fermo e voglio ora condividere con voi due scoperte mooooolto interessanti e fuori dai classici giri “del capoluogo pentro”, come si dice nei nostri tg.

La prima è quella del bar L’Antenato, situato un po’ fuori mano (sempre in termini di distanze isernine, eh): si trova nell’ampio spiazzo davanti alla rotonda che è a pochi passi dal Museo Paleolitico (altra visita che consiglio, ma è off topics!), e presenta quindi il primo grande pregio di disporre di un ricco parcheggio, dove un romano può, con rara emozione, divertirsi a scegliere dove posteggiare il suo bolide.

Alle prime visite, nelle quali abbiamo già apprezzato la bontà dei cappuccini, il servizio sorridente e una meravigliosa tranquillità, lo studio visivo dei cornetti della qui presente rompiscatole nazionale rivelava la qualità del lievitato. Un giorno, decìsami all’assaggio, ho trovato conferma di quanto la vista preannunciava: ottima qualità degli ingredienti e grande sapienza nella lavorazione. Il bar si rifornisce presso un forno di Pesche, di cui non conosco il nome; in un’occasione ho però incontrato proprio lì nel bar il titolare e ho ritrovato nelle sue parole l’entusiasmo che quel cornetto portava tra una sfoglia e l’altra.

L’altro posto che ha saputo davvero stupirmi è stato Klès Five, in pieno centro storico. Lo conoscevo come uno dei diversi locali della movida isernina, sicché non l’ho mai frequentato.

Una mattina però ci siamo fermati, il mio egli per un aperitivo, io per uno dei miei deca, a uno dei suoi tavolini in pieno e rinfrancante sole.

Del tutto inatteso, col mio caffè arriva mezzo cornetto, omaggio del ragazzo che abbiamo poi saputo essere diventato da poco il nuovo gestore del locale. Al primo sguardo e con la serietà che momenti come questi richiedono dico al Pier: ” ‘sto cornetto è serio”. Assaggio come il più attento dei sommelier e aggiungo: “Pier, qua ci sta il burro, non la margarina, ed è lavorato alla perfezione”.

Entriamo per pagare e, commossa, vedo che lo scatolone dei cornetti porta la firma dei Fornai Ricci, di Montaquila, produttore noto per il suo premiato panettone.

Con un altro off topics, aggiungo che, per l’aperitivo del mio egli, il giovane neotitolare ci ha proposto un ottimo Dubl di Feudi, che – insomma – in un mondo di bar che ti offrono il “prosecchino” è una gran bella cosa.

M’arraccumanne, dàteme retta!

Friccico Mangia&bevi, Roma – Un’osteria ai Colli Portuensi? Un bistrot? Sempre ai Colli Portuensi?

(visita di riferimento: febbraio 2022)

La domanda nel titolo ha un senso. Se conoscete la zona sapete perché e quindi dovrete pur convenire. Se non la conoscete chiedete a quelli del primo gruppo. Insomma, atmosfera un po’ così, che si stacca dal quartiere Monteverde -di cui è il confine Ovest- e in più segmenti preferisce agganciarsi al contiguo Casaletto. Insomma, per farla breve fidatevi, il blog che state leggendo ha un titolo intransigente che parla chiaro.

Esistono osterie ai colli portuensi, zona di Roma che per atmosfera non le richiama alla mente? Leggete qui...

Serena e Simone (sala e cucina) sanno fare ristorazione; sono, per diversi aspetti, complementari, ma quando sei lì è tutto coerente, fila tutto, l’ambiente è curato ma senza spingere sui formalismi, ci si sente accolti e si percepisce subito che… oh, vedete voi, ognuno percepisce quel che crede. Andate e percepite, mica posso dire tutto io…

Il menu parla lingue diverse: è locale per scelta delle materie prime (non si va al risparmio e la bocca lo sente), mentre le preparazioni guardano spesso il Piemonte: per i dettagli come al solito c’è Google e via dicendo, ma segnaliamo sicuramente il tonno di coniglio, il vitello tonnato (che gli anni ottanta hanno reso ingiustamente odiato da tanti e che invece, fatto bene, è un signor piatto), le tartare -che vengono proposte in diversi modi-. C’è tanto con cui divertirsi uscendo un po’ dal seminato romano, quantomeno di zona, tra ragù d’anatra, fagiano, carpacci, terrine… Diciamo che potrete anche uscire, volendo, dal classico metodo di scelta primo-secondo e giocare.

Buoni i dolci, ma non chiedete a me che sono uno poco appassionato al tema specifico.

Sulla carta dei vini avevamo scritto quanto segue, perché essendo noi gente serissima facciamo le cose a modino:

si può azzardare un po’ di più per renderla divertente quanto la cucina (si beve bene, ma con questa bellezza sulle materie prime starebbe bene qualche bottiglia un po’ fuori standard, per dare carattere e personalità anche a chi accompagna il cibo).

Ecco: non più. La carta è diventata divertente, perché Serena ci sa fare assai, dicevamo (ne parlammo anche, ma avrà ovviamente deciso di suo e non ci attribuiamo meriti, perché siamo gente anche di gran modestia).

Come sapete, qui di fare recensioni fighe ci importa poco, ché c’è gente in giro fatta apposta per scriverle meglio. Qui ci importa il racconto di esperienze e persone belle, e mangiare qui diventa dopo pochi minuti di conoscenza stare bene, affidando l’appetito a persone attente, scrupolose ma prive di pesantezze. Simone ha una mano assolutamente felice nel centrare il piatto su sapori primari che lascino emergere la qualità della spesa fatta; Serena conosce i suoi clienti, direi uno per uno, e sa cosa e come proporre, molto padrona di casa e con una cura chirurgica nell’approccio con le diverse tipologie di avventore.

Bravi!

Ah, già, il conto. Ci sta, prezzi del tutto in linea con la qualità e comunque non alti. C’è il menu sul loro sito web, andate pure.

Se invece volete andare proprio da loro, che come esperienza è meglio che guardare un sito web, andate qui.

“Ariaferma”, e dell’incurabile (mia) tendenza all’enciclopedismo

Avevo impostato questo “articolo” in modo un po’ troppo da critico cinematografico. Il film in questione contiene talmente tanto che raccontare ogni aspetto, ogni sfumatura (quelli che ho colto, naturalmente), rischia di fare un po’ troppo “Morandini”, tra l’altro senza che io ne abbia alcun titolo.

È anche vero che ci terrei ad appuntare tutto quello che ho in testa, fosse anche solo per me, ma stanotte mi sono svegliata col terrore che sarebbe risultato pesante, e anche che non è bello svelare tutto, né che chi mi legge sia condizionato nella visione del film da quello che io ci ho trovato.

E insomma, eccomi a cercare di “tratteggiare”, più che di raccontare; metterò da parte anche le questioni relative alla fotografia, di cui sono poco esperta ma che persino io mi accorgo dare un mirabile contributo di contenuto, oltre che estetico. Risolvo in poche parole anche la parte recitativa: Toni Servillo e Silvio Orlando eccezionali, senza i quali probabilmente il film non sarebbe la perla meravigliosa che è.

Ah già, vorrete almeno sapere di cosa stiamo parlando: “Ariaferma”, film del 2021 di Leonardo Di Costanzo, che narra di una specifica realtà, quella carceraria, ma che insieme vuole e sa essere universale.

Parla di tutte le nostre vite: di come le viviamo pietrificati nei ruoli che le convenzioni sociali ci assegnano e di quanto sia impossibile alla grandissima parte di noi vedere un’altra possibilità. Ci identifichiamo ognuno nel proprio personaggio, seguendo il solco di chi quel ruolo lo ha ricoperto prima di noi e quasi recitando una parte obbligata, di modo che la vita si trasforma in un gioco che – se siamo sfortunati – ci ha assegnato di essere malati o soggiogati o violenti e abbiamo davanti a noi – o meglio, contro – i curatori o gli aguzzini o le guardie, che ben esercitano la loro azione prevaricatrice. Due squadre l’una contro l’altra, i cui membri sanno essere solidali nella contrapposizione alla squadra avversaria, mentre singolarmente presi sono ugualmente irrisolti o ugualmente soli: tornando alla realtà carceraria del film, neanche l’ora d’aria è un momento di scambio e socializzazione, poiché non è che una “formalità”, una regola prevista dal gioco di cui si è pedine eterodirette. Quel cortile è un’estensione della cella, altrettanto soffocante.

Il ruolo della guardia non è meno irreggimentato: prevede di essere torvi, violenti, schiacciati dalla disciplina che si ha il dovere di far rispettare.

La felicità non esiste, in questo meccanismo che si nutre di sé; oppure esiste, ma la si può raggiungere solo se si ha la consapevolezza per interromperlo, quel meccanismo, mettendo un bastone nei suoi terribili ingranaggi.

Ed ecco che ad un certo punto in Ariaferma il personaggio chiave del film, l’agente Gargiulo, chiamato a gestire una situazione particolarmente critica, vede il bivio invisibile agli altri, la strada alternativa, quella mai battuta, tangente al circolo vizioso e che poi continua dritto, in una direzione su cui lui scommette alla cieca, assumendosene ogni responsabilità.

L’inatteso porta con sé stupore, paura, dissenso da parte degli altri. Dare fiducia ai detenuti, a partire dal più pericoloso tra loro? Una follia, una mossa non prevista da questi scacchi dalle pedine umane.

Ogni passo porta con sé un rischio enorme, ma la nostra “scheggia impazzita” prosegue in quella direzione; vale la pena rischiare, o comunque la soluzione può essere solo lì, nulla glielo toglie dalla testa, sebbene sia lui il primo a non conoscere le tappe e il punto di arrivo di quel percorso.

Di Costanzo ha l’immensa bravura di farci vivere questa esperienza con la lenta gradualità con cui realmente si svolge, senza strappi temporali o emotivi. Ognuno di quei passi porta con sé un impercettibile cambiamento – di sensibilità, di contesto, di consapevolezza, di relazioni – con la stessa efficace e paziente calma con cui, goccia dopo goccia, si formano le stalattiti.

Tanta gradualità rende il film tutt’altro che lento, come invece si potrebbe immaginare, poiché è accompagnata da un costante aumento della tensione: gli equilibri sono continuamente instabili e superati dal procedere degli eventi.

Il momento culminante della rivoluzione condotta da Gargiulo si compie in una cena, una commovente Ultima Cena profana – ma insieme sacra per il valore che con la sua rappresentazione dà a ogni uomo – che brilla di leggerezza, gioia, fratellanza, condivisione, dignità. Di azzardo, anche, perché in questo “fuori onda” ogni perimetro è cancellato, finalmente anche la gabbia mentale si è aperta.

È con questa scena, in cui tutti sono indistinguibilmente degni, che prende realmente senso quella che apre il film e in cui un gruppo di amici non è altro che questo – uomini senza etichetta, che ridono si divertono condividono – prima di entrare nel carcere e indossare le divise da guardia, che ingabbiano come quelle da carcerato.

La cena si svolge nel momento di massimo isolamento del carcere dalla realtà: appena i collegamenti con l’esterno si riattivano, tutto torna alla cruda normalità, quella dei criceti nella ruota e degli scacchi con pedine a forma di homo sapiens.

Sicché, è vero, la rivoluzione è stata temporanea, ma non è avvenuta invano; la lezione che dà resta indelebile: l’umanità genera umanità, svestirsi dei panni del proprio personaggio fa sì che gli altri facciano altrettanto e ci sentano vicini a loro, aldilà del ruolo che ognuno riveste. Da questo miracoloso contagio (in una delle ultime scene anche la più severa delle guardie sembra arrendersi all’evidenza che c’è un modo umano di fare le cose) nascono solidarietà, vicinanza, empatia e si evidenziano le differenze, le sfumature, le sfaccettature. Anche i dolori, sì, perché abbassare la corazza scopre, ma condividendoli si è meno soli.

Ecco perché, dicevo, questo film è universale: ognuno di noi ha la sua gabbia; la felicità è da qualche parte, fuori dalla nostra cella. Per dirla con Dalla, Maria vive nella casa in riva al mare, a portata dei nostri occhi ma oltre le nostre sbarre.

Diamo retta a Di Lorenzo e buttiamole giù, ora, tutti.

Bottega Tredici: parentesi magica in pieno centro

Il 4 gennaio prendeva una piega cupa, mentre un po’ alla volta, visitando la mostra di Klimt qui a Roma (“Klimt. La Secessione e l’Italia“), mi rendevo conto che forse ero partita con un tantinello di aspettative di troppo.

I sottotitoli sono la più grande fregatura delle mostre. Ti fermi al nome che fa notizia e che nel caso specifico adori, e trascuri quel che segue e che in realtà svela cosa principalmente troverai.

La fregatura delle fregature poi è trovarsi in una mostra molto bella e molto ben allestita e non goderne appieno perché ci si aspettava altro.

Tant’è, io e la sorellina abbiamo concluso la visita in SOLE tre ore, con la nostra consueta propensione all’esperienza immersiva.

Ma dicevo, il 4 gennaio prendeva una piega cupa. A riportare la luce ci ha pensato un piccolo luogo incantato, che si fa chiamare “Bottega Tredici” e si trova in via dei Falegnami. La prima magia è nel fatto che, pur trovandosi a due passi dalla trafficata via Arenula e all’ingresso del Ghetto, sia in un punto sorprendentemente silenzioso e di pochissimo passaggio e passeggio. Una spiegazione razionale c’è: chi è a via Arenula vuol dirigersi a Campo de’ Fiori o allungarsi verso Largo Argentina e poi al Pantheon, mentre chi è diretto al Ghetto prende molto più probabilmente via di Santa Maria del Pianto. Sia come sia, quando ti siedi ed entri nell’atmosfera del posto, capisci di trovarti al binario 9 e 3/4 del centro di Roma.

Chiediamo di sederci fuori e prontamente il ragazzo che da quel momento ci servirà accende per noi la stufa a fungo. Ecco, il ragazzo in questione è giovanissimo, professionale ma mai affettato, gentile di una gentilezza elegante e naturale, sicuramente sempre sorridente anche con tanto di mascherina.

Sguardo di intesa con sorella: mille punti il posto, mille punti il cameriere… ci abbiamo preso alla grande.

Nella sua incommensurabilmente giovane ed elegante professionalità, il nostro si informa sin da subito di eventuali intolleranze o allergie, e poco dopo ci offre due meravigliose entrée cucite su misura per ognuna di noi.

Seguono le nostre scelte: due antipasti e due secondi, tutto delizioso.

Menzione d’onore al rispetto dei carciofi, che per me sono cibo sacro e che loro trattano con semplicità e sapienza insieme, preservandone il sapore in modo commovente.

Come secondi prendiamo ricciola con spuma di finocchi e aspic di insalata di finocchi e arance e anatra (non ricordo il taglio, chiedo venia!) con salsa ai frutti di bosco, salsa al Cointreau e indivia arrostita.

Piatti eleganti e delicati, ottimi accostamenti e cotture superbe.

Il menu è tutto interessante e assolutamente non pensato per i turisti che, lungi dall’essere dei mostri bicefali o creature in altro modo oscene, pur non volendo però portano spesso i ristoratori della zona a proporre quel che si ritiene che loro si aspettino. Sembra uno scioglilingua tipo la palla di pelle di pollo fatta da Apelle figlio di Apollo, avete ragione.

Ma non è così al binario 9 e 3/4: non scioglilingua, solo formule magiche.