Fosco bistrot by Salvano, Diano d’Alba (CN)

(ultima visita: luglio 2022)

Le Langhe sono un’area in cui il modo di porsi non è asservito al turismo (tranne due o tre casi di cui non staremo a parlarvi qui, in un blog che dedichiamo alle cose belle). Ci sono accoglienza, disponibilità e una simpatia sobrie, con una misura anche nei toni che a noi è parsa innata. In cinque giorni abbiamo girato un tot e questo posto ci è piaciuto moltissimo, ma ecco che andiamo a spiegare.

Il territorio, lo sapete sicuramente in tanti, non è vastissimo, quindi il posto è certamente raggiungibile a partire da qualunque paese della zona, ma diciamo che siamo nelle vicinanze di Grinzane Cavour e Diano d’Alba. Il bistrot è lungo una strada grande che di suo non invoglia a cercare proprio lì meraviglie, né di suo ispira a ipotizzare l’arrivo di improvvise chicche.

E invece.

Da fuori sono ancora una volta la sobrietà e un’eleganza non ostentata a presentare il locale, estensione culinaria della cantina Salvano. Le grandi vetrate introducono già verso le due sale, ampie, ospitali, dagli alti soffitti, forse un po’ algide per qualche scelta architettonica o di arredo. Poco male, perché il servizio è attento, sorridente e “umano”, pur mantenendo al primo posto uno stile pulitissimo, asciutto.

Ho optato per la scelta più utile secondo me a conoscerli estensivamente, cioè il menù degustazione della tradizione:

Carne cruda di Fassona

Vitello tonnato

Plin della tradizione al tovagliolo

Guancia di vitello al Barolo

Bonet

Con percorso vini incluso: 48 €

I calici del percorso vini erano ovviamente della casa, che per un bistrot emanazione di una cantina è quel che va fatto, e la cosa è andata benissimo, “naturalmente” con scelte indovinate.

Durante il pranzo siamo stati seguiti con cortesia e cura ma senza appesantimenti. E’ stato piacevole scambiare qualche parola in più col titolare sui vini, sul turismo e l’attualità del territorio. Anche qui si è vissuta la conferma che una parte importante di valore vero del viaggio è interagire con persone e professionisti, sentire come vivono, sentire qui relazioni col cliente (e magari anche tra loro, non siamo in grado d dirlo) vissute in un modo che qualcuno meno a nord potrebbe trovare freddino, ma che a noi è parso semplicemente il frutto di storie anche molto lunghe differenti, così come in tutta Italia si sperimentano differenze su tanti aspetti dello stare al mondo con gli altri.

I piatti: davvero buonissimi, tutti, e direi il miglior vitello tonnato tra tutti quelli assaggiati (non pochissimi e tutti perlomeno buoni) in cinque giorni. Il rapporto qualità/prezzo, sempre a confronto con quel che abbiamo provato lungo il periodo in zona, è alto, tenuto anche conto che qui qualità significa anche un ambiente studiato, cercato in parecchi particolari. Chiaramente alla carta si spende di più, ma scegliendo i menu degustazione si spende benissimo rispetto alla soddisfazione con cui si sta e con cui si va via ripensando all’esperienza.

Datece retta, sicuramente.

Trovate Fosco Bistrot qui.

Poderi Colla, Alba (CN)

Andar per cantine è diventato nel tempo un modo come altri (ma anche un modo diverso da altri) per organizzare una vacanza, o magari un weekend. Per certi versi funziona come altri interessi: ad esempio il tour di chiese e monumenti puoi farlo da esperto, perché ti scegli i luoghi in cui approfondire un quadro, un mosaico, una scuola pittorica di cui già ti intendi assai; puoi farlo però anche da principiante, curioso intanto delle principali bellezze da vedere, o da appassionato che magari qualcosa ne sa e allora va a pescare apposta la pieve appartata fuori dal circuito classico.

Ecco: col vino la cosa non è molto differente.

Percorrere le Langhe in macchina o moto significa comprendere entro i primi 3 km che le cantine da visitare non vanno cercate con pazienza in qualche anfratto, ma solo scelte. C’è una tale densità di produttori che davvero senza saperne granché viene abbastanza voglia di andare a caso (si intenda qui l’uso di “a caso” per indicare la quantità; sia chiaro che lo scrivente è pesantone a sufficienza da rifiutare con adegno tali esecrabili condotte!).

Qualche nome lo avevamo già, preparati al viaggio con la lista in tasca: poi la lievità con cui un viaggio riesce probabilmente più felice ha sparigliato le carte, ma un nome è rimasto, suggerito da chi, per altro mestiere, ha a che fare con la natura di quella cantina e di molti altri luoghi che interagiscono con l’ecosistema circostante.

Poderi Colla è una casa vinicola con una bella storia che, se ci andrete, sarà bello ascoltare li.

Arrivarci è stato una parte della suggestione anche emotiva legata alla visita; per questioni di tappe già fatte ci siamo trovati a raggiungere la cantina passando per ciò che il navigatore reputava essere semplicemente la strada più veloce, ma che poi si è rivelato, parlandone all’arrivo in cantina, come il famigerato “orrido di Canta”: dalla strada principale si imbocca un vialetto ripido e dall’apparenza subito insidioso, ma anche ingannevole nelle fattezze, così normalmente asfaltato da farti dire che beh, c’è questo inizio un po’ così ma poi vedrECCO, NO. La strada si mantiene stretta scendendo giù giù con la sfrontatezza di chi non guarda in faccia nessuno, un tornante dietro l’altro in assenza di qualunque protezione laterale verso il suggestivo, poetico, langarolo STRAPIOMBO LETALE, con te a chiederti a che servano tutte quelle marce sul cambio e pregare il dio delle vigne che non venga su nel frattempo non dico un furgoncino, che eventualmente certificherebbe ivi le esatte coordinate geografiche dell’Armageddon, ma anche solo una Panda, una Vespa, una bici, una lucertola cicciottella da proteggere, un filo d’erba cresciuto in diagonale.

Sei lì a dirti quanto sia bella la vista per distrarti da tutto ciò quando… sì, anche questa esperienza, come tutte, termina; ti ritrovi sulla normalissima stradina che fanno le persone assennate, ne percorri una piccola parte, giri su un ponticello e ti arrampichi su uno sterrato che pure sarebbe con curve proiettate sul vuoto, ma per te che hai appena fatto l’orrido di Canta sembra la variante di valico alle 14.30 di mercoledì 7 ottobre, perciò sali con l’incoscienza dei tuoi vent’anni a dispetto degli ulteriori sette che hai sul groppone da qualche minuto avendoli persi, ai margini del tuo esistere, lungo l’orrido di Canta.

Ah, già. La cantina.

Per voi sarà un’esperienza ancora più bella, perché il giro in vigna noi abbiamo dovuto evitarlo per il caldo clamoroso. Ci siamo perciò seduti subito ad un lungo bellissimo tavolo che ci ha salvato immediatamente il pomeriggio poiché si trova tra due portoncini che erano entrambi aperti, a costituire l’unico esempio di ventilazione naturale del giorno nel raggio di decine di chilometri.

Gli assaggi e in generale il tipo di degustazione vengono decisi assieme a Federica Colla, la figlia di Beppe, vignaiolo e persona che nella storia dei vini di Langa ha fatto veramente molto. Lo spirito positivo, sorridente e determinato di Federica nel suo raccontare territorio e vini accompagna i sorsi meglio di qualunque abbonamento gastronomico ed è, per chi avrà voglia di stare anche al gioco, un punto di vista in più con cui guardare, annusare, assaggiare il bicchiere. Sì sta con lei, le sue parole, i suoi ottimi vini e solo natura intorno, col resto del mondo che in quell’incontro resta materialmente altrove, irraggiungibile anche dal telefono sebbene a pochi minuti da lì.

Ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo, diceva il poeta, ma pure comprare qualche bottiglia scelta tra quelle assaggiate non è per niente male (notevole anche il riesling, tra l’altro). Prezzi giusti e, andando via, la sensazione chiara di portarsi a casa vini puliti, fatti da chi ama la terra e sa chiederle frutti con garbo e rispetto.

E si torna sulla via di quelli con la testa a posto, mica sull’orrido di Canta.

Datece retta!

Enoteca regionale del Piemonte, Acqui Terme (AL)

(ultima visita: agosto 2022)

Per qualcuno non esistono nemmeno, o sono al più una vetrina oltrepassata mentre si è in cerca d’altro, ma capita anche che siano luoghi di acquisto per souvenir graditi assai. Il ruolo istituzionale di promozione e valorizzazione del territorio per la produzione vinicola sarebbe invece la ragione principale per cui le enoteche regionali esistono. A qualche decina di km da qui (o d’Acqui, e giù risate) ne abbiamo visitata un’altra che, diciamo così, ai nostri occhi ha un po’ messo da parte la missione dedicandosi invece semplicemente a titillare i copiosi e corposi portafogli stranieri di passaggio, attività che non ha nulla di illegale ma che in un’enoteca regionale dovrebbe essere la piacevole conseguenza di una spiegazione, di un racconto da portare a chi entra, in generale, senza preventiva verifica empirica del saldo sulla carta di credito.

Vabbè, procediamo. Il blog mica si chiama Evitatelicomelapeste.

brachetto d'Acqui tappo raso, cantina convento cappuccini

Acqui Terme è una cittadina graziosa e curata, di gente che sorride e ti parla con garbo e attenzione. Non succede ovunque e perciò qui si sta bene, o perlomeno la nostra giornata è stata piacevolissima. In pieno centro, tra negozi e persone libere di camminare senza auto, con un minimo di ricerca e due accessi da vie diverse, qualche gradino a scendere porta in un bellissimo posto per chi ami bere bene, con stanze a susseguirsi sotto soffitti a volta, tavoli in legno scuro per le degustazioni, scaffali e luci calde. A far contenti altri turisti (che, ripetiamo, in sé non è affatto un male, anzi) c’è un apparente giovincello che invece, lo scopriremo poco dopo, sempre giovane è ma ha dalla sua parecchia esperienza; li saluta, ci scambia due battute finali sorridendo e nel frattempo ci dà la sua disponibilità, col tono cortese ma attento di chi nel frattempo una prima radiografia all’avventore la fa, per comprendere un po’ chi abbia davanti. Spieghiamo quel che cerchiamo; si avvicina alle varie bottiglie aperte in giornata per altre degustazioni e pensa. Lo fa dedicando diversi secondi ad ogni singola bottiglia da includere o escludere, e apre un paio di nuove bottiglie dei vini scelti quando sente che quelle aperte non lo convincono del tutto.

vino Piemonte albarossa, cantina Franco Ivaldi

Da qui parte un’oretta buona e pure bella di chiacchiere, storia dell’enologia, Piemonte, passione, tecnica, metodologie e quant’altro, con il nostro Alessio Lo Sardo (sì, per quell’oretta tutto nostro. Grazie!) a mettere assieme competenza e capacità comunicativa come poche volte mi è accaduto di vedere nel mondo del vino.

vino slarina avamposti, tenuta il cascinone

Gli acquisti specifici, per quel che vale, sono stati una slarina della Tenuta il Cascinone, un’albarossa di Franco Ivaldi e un brachetto tappo raso della cantina Convento Cappuccini. Quel che invece conta tanto è l’occasione, davvero imperdibile se siete in zona, per attraversare territori, cantine, storie di produttori e prodotti come non riuscireste certamente a fare anche con lunghi giri d’auto molto ben progettati in anticipo e conoscendo ogni singola realtà. In un solo luogo potrete farvi un’idea davvero ricca, articolata e documentata su quel che cercate tra Langhe, Monferrato e tutto il Piemonte… ma anche su quel che non sapevate di cercare, perché qui si può realizzare concretamente una delle esperienze per cui ha valore viaggiare: imparare da zero cose di cui non sai un cavolo, eventualmente con la voglia di dimenticare quel poco che ne sai.

Li trovate qui!

Pizzeria Resilienza, Salerno

(ultima visita Luglio 2022)

Ne convengo, il nome è diventato nel frattempo un abusato passepartout dell’oratore al cartoccio, piatto sempre pronto della prosopopea, ma la pizzeria è nata nel 2013, perciò siate resilienti e procediamo.

Il prologo (una raggiungibilità non istantanea: l’indirizzo c’è, ma bisogna girare attorno a un palazzo, scendere scale, cose così), in un certo modo prepara al posto. Si arriva in una sorta di piazzetta pedonale piacevolissima, al riparo da viali, auto e rumori. Immagino che fuori si possa star bene per buona parte dell’anno.

Carta di vini e birre divertente, con tanta Campania e sostanzialmente nessuna banalità, escludendo un prosecco messo lì perché secondo me qualcuno da accontentare solo così capita sempre. Insomma, anche sul bere si cerca di occupare una posizione definita e non di massa.

Le pizze sono state:

PROFUMI DI COSTIERA

PROVOLA AFFUMICATA A FIENO,

ALACCIA DI LAMPEDUSA,

LIMONE DELLA COSTIERA AMALFITANA IGP,

PEPE

7,50 €

BACCALA’ E CRUSCO

FIOR DI LATTE,

BACCALA’,

PEPERONE CRUSCO,

OLIO EVO

10,00 €

pizza con farine integrali, provola affumicata, limone della costiera amalfitana IGP, pepe

Che bontà.

Trovate qui la loro storia, la filosofia e gli altri dettagli, ma tra foto, nome e qualcos’altro vi è già chiaro che parliamo di un livello di offerta alto, intenzionalmente e forse anche radicalmente alto.

Il punto un po’ buffo è che capireste la qualità intrinseca di questa pizzeria da questo articolo meglio che da un semplice pranzo al volo senza interazioni con titolare e staff, perché il menu -con una modestia che definire inusitata è ormai inusitato ma c’ha pure senso- non specifica scoperte che fai solo quando, colpito da un’evidente qualità di impasto e sapori, fai qualche domanda al titolare. E’ in quel momento che lui, contento della curiosità, tira fuori la “ciccia” del locale, il motivo per cui hai già deciso di tornarci decine di volte: mix ovviamente studiato di farine integrali, sale di Trapani selezionato, attenzione e cura per ogni ingrediente… Insomma, fino a quel momento una gioia per papille e pupille, poi l’esperienza di conoscerne ragioni e radici dalle parole di uno che, convintamente, resilientemente, ci crede.

pizza con farine integrali, fiordilatte, peperone crusco, baccalò, olio EVO

E’ un modo di porsi, quello di stare un passo indietro e scoprire le carte solo ai curiosi, che visto da un romano fa un effetto molto positivo ma inizialmente straniante, perché quel romano viene da una città in cui troppo spesso il mondo del “mangia e bevi” ti porta lo storytelling come antipasto, e fin qui andrebbe anche bene, ma talvolta ne fa un vanto che diventa quasi un prescindere dal risultato finale, e questo va meno bene. Qui c’è misura e sobrietà, una direzione più ostinata e contraria che resiliente, come a dire che intanto va portata in tavola una cosa buona e poi se vuoi se ne parla pure.

Not for beginners, come approccio.

Tutto perfetto? A gusti, come quasi sempre! Si potrebbe dire che il crusco forse avrebbe voluto un baccalà con una punta di salatura in più per non schiacciarlo in personalità; si potrebbe pure aggiungere che il limone letteralmente a fettine sulla pizza sa essere divisivo, ma appunto stiamo miniaturizzando i commenti su questioni che diventa bello condividere a tavola mentre di queste pizze ne mangi e rimangi.

Senza mancar di dire che il limone a fette sulla pizza a me è piaciuto moltissimo.

Diciamo che fossi in voi non me la perderei, approfittando così per visitare una città che continua ad essere molto bella e curata.

Dàtece retta!

Li trovate qui.

Tratturì – Transumanza Gastronomica, Avellino

(ultima visita: luglio 2022)

Per chi si diverta a considerare la cena fuori un’esperienza, intesa perlomeno come vivere qualcosa che non puoi riprodurre uguale uguale a casa, ci sono ristoranti che valgono la visita a prescindere. A prescindere dalle righe che leggerai nel menu, dai nomi presente tra i vini, dal tavolo che potresti trovare più o meno sistemato come lo volevi.

Tratturì – Transumanza Gastronomica” è uno di questi posti qui.

Avellino, mi si dice in zona, è città che al suo interno non offre molto per chi voglia andare un po’ al di sopra del togliersi la fame; magari per una buonissima pizza o piatti di tradizione ben fatti c’è questo, quello e quell’altro, ma sono pochi i casi in cui si provi con un’offerta di tipo diverso. Gerardo Urciuoli invece ci prova. Ha fatto esperienza presso un noto ristorante di alto livello della provincia e qui ha deciso di portare altro, puntando fin dal nome sul territorio e sulla materia, prima.

i funghi

Proprio dal nome del ristorante ha senso partire per capire come si stia a mangiare qui: se volete si può pure scrivere la parola gourmet, anche se con Transumanza c’entra pochino; mi basta che ci intendiamo però sull’approccio, che è ricerca, terra, stagione, offerta del mercato, tutto quanto messo in primissimo piano ed a servizio di ciò che viene dopo, e che non è secondario ma sicuramente funzionale alle premesse.

la guancia

Le due sale contigue sono molto accoglienti e sanno di coerenza con la cucina, che noi abbiamo gustato nel giardino posto accanto all’ingresso. Servizio attento, ampia carta dei vini con ricarichi su cui, come in quasi tutti i ristoranti, per i prezzi più bassi ci sarebbe qualcosa da dire ben più che per i livelli alti (ma è un discorso palloso e qui lo saltiamo), tavoli comodi come le sedute… insomma, formalmente funziona proprio tutto e quindi non lo minimizziamo, ma la parte protagonista riguarda a mio avviso proprio l’esperienza umana, le chiacchiere con chef e sommelier, l’atmosfera che non ha nulla di costruito, l’informale non come mossa di marketing ma perché proprio ha senso rispetto alla proposta.

Le recensioni serie prevedono prima o poi un punto in cui il grande critico si ingarella a trovare l’imperfezione, la portata fatta malino, il picogrammo di sale in più o in meno.

Fingendo d’esser altrettanto serio ma senza ingarellarsi, lo scrivente non vuol affermare che l’imperfezione in questa cena non sia esistita, ma chiarire un punto, peculiare. L’imperfezione, in un luogo come questo, è parte del patto che si fa con lo chef, a cui per esempio nella serata specifica io ho chiesto di portare quel che decideva lui. Volevo conoscere la sua cucina, non mettere i miei gusti al primo posto. Lui si è sentito di provare anche cose non in menù, che avevano senso quel giorno con la disponibilità in cucina, e me l’ha detto. Ha fatto piatti da menù e piccoli esperimenti, ovviamente non casuali ma nemmeno serializzati da un passato che non avevano. Andava bene così, era quel che ci eravamo detti, è venuto a chiedermi, a parlare, a confrontarsi con me che tra l’altro, come dire, nel mondo della ristorazione non rappresento altro che un qualunque cliente.

Questo modo di intendere la ristorazione e la professione mi è piaciuto moltissimo.

le rape

Complicato usare il conto per raccontare quanto si spenda, perché sono andato sostanzialmente fuori menù per quasi tutta la serata. Posso dire che il rapporto qualità prezzo è, volendo sintetizzare, abbastanza commovente.

l'anguilla coi friggitelli

Mi è chiaro, amici ascoltatori extrairpini: non passerete per Avellino esattamente ogni mercoledì alle 20, ok. Io però per una cena così farei pure discrete deviazioni lungo un viaggio, ecco.

Ah, giusto: li trovate qui

Rossovino da Maurizio: pesce a Monteverde

Chi a Roma abita a Monteverde (avrete iniziato a sospettare che gravitiamo in questa zona!) ha tanto verde a disposizione e tanto cielo pure, ma anche due problemini: l’assenza di cinema e la scarsità di ristoranti in cui poter mangiare pesce bene e a prezzi sensati.

La prima questione tuttora mi dispera, mentre alla seconda – daje e daje, tenta che ti ritenta – abbiamo trovato una insperata e graditissima soluzione.

Rossovino da Maurizio è in via Jenner, strada di negozi e passeggio; non c’è qui chi non lo conosca. La sottoscritta compresa.

Ma si sa, spesso quello che cerchiamo ce l’abbiamo sotto il naso e non lo vediamo. Nel caso specifico (cosa non ti fa la mente umana!) credo che sia proprio il fatto di averlo sempre visto lì, granitico, come un albero secolare o una specie protetta, a non avermelo mai fatto prendere in considerazione.

Poi però, quando lo abbiamo provato, ce ne siamo innamorati.

Se si esce dalla logica per cui val la pena mangiare solo in posti ricercati o rinomati o di moda o unici nel loro genere, si capisce come l’appellativo di ristorante di quartiere non sia riduttivo; piuttosto, è un titolo con il quale il quartiere, appunto, “elegge” quel ristorante a proprio rappresentante e lo fa con una selezione attenta – magari inconsapevole – che porta infine quel posto a essere quello in cui senza nemmeno doversi accordare si va per il “pranzo della domenica” o per il compleanno del nonno, e dove trovi, variamente assortiti, il signore da solo, i turisti del b&b accanto e le due amiche ottantenni.

Ecco, Rossovino da Maurizio è meritatamente ristorante di quartiere, nel senso bello che ho finalmente compreso.

La scelta è varia: mari e monti, insomma. E pizza, anche! Nelle numerose volte in cui, dopo esserci decisi a entrare, siamo stati loro ospiti, ci siamo tenuti sui mari e di quelli parliamo. Grandissima scelta di pescato del giorno, a prezzi fortemente al di sotto di quello di un trilogy di Bulgari, su cui invece si attestano gli altri ristoranti che abbiamo sperimentato in zona e non solo.

tartare di tonno

Grandissima scelta, dicevo: orata, spigola e san pietro per i tradizionalisti; diverse altre opzioni, ogni volta differenti a seconda della disponibilità del giorno, per i curiosi: ad esempio, una delle ultime volte, su proposta di Alessio, il nostro “cameriere di fiducia”, abbiamo preso un pagro, cucinato in cartoccio con dei meravigliosi funghi porcini arrivati il giorno stesso. Una delizia.

Lui sapeva che quel giorno il pagro fatto in quel modo era quel che ci avrebbe reso felici. E naturalmente non ha sbagliato.

porcini

Ci vede arrivare da lontano, Alessio, come avesse dei sensori, e ogni volta ci porta dove vogliamo. Due giorni fa, al momento della scelta della portata principale, gli spiaceva che – a causa dei miei mille problemi alimentari – dovessi rinunciare a una preparazione che non avevo ancora assaggiato e bissare quella di una delle altre volte (perché lui RICORDA cosa hai preso le altre volte) e senza che glielo chiedessi si è informato presso lo chef se fosse possibile una variante, con esito positivo. E io commossa.

Le preparazioni sono classiche, ma per farle bene bisogna essere bravi bravi, poche storie, e avere ottima materia prima.

Per i vini, non ne troverete di “non convenzionali”, tuttavia disporrete di una inusualmente ricca scelta di buone – alcune ottime – bottiglie da 375ml, graditissima alternativa al quartino quando si ha voglia di bere poco e insieme di provare qualche etichetta. Noi ci siamo affezionati al Bric Amel, ma conto che sapremo provare altro.

Il titolare passa tra i tavoli, disinvoltamente verificando che sia tutto sotto controllo, e scambia chiacchiere e battute con i clienti che vede ben disposti, e di noi ha capito subito che di parlare, confrontarci e anche scherzare abbiamo una gran voglia. È esperto, come ogni artigiano che conosce il proprio mestiere, ed è l’amore per il mestiere a guidarlo.

delizia al limone zuppa inglese crostata

Il pasticciere, a riconferma della dimensione artigianal-familiare del posto, è suo fratello e forgia una crostata con (tanta!) marmellata di kumquat che è da tornarci apposta. Anche la marmellata è locale e, ve lo assicuro da maniaca delle marmellate, eccezionale.

In un’occasione, nell’ordine: ne ho mangiato una porzione, me ne sono fatta incartare un’altra per la colazione del giorno dopo e ho chiesto se qualche volta posso ordinarla “a portar via”: ora ditemi se non crea dipendenza!

Il Pier, che pure non è un appassionato della voce “dessert”, è andato in visibilio con ogni dolce provato, e in particolare ha ritenuto la loro zuppa inglese la migliore mai assaggiata. Addirittura paragonabile, nella sua perfezione e nella sua eleganza, ai dolci di una rinomata pasticceria di zona, che tutta Roma, e non solo, conosce.

Per chiudere, amici, Rossovino da Maurizio è un posto dove è bello stare e da cui dispiace andar via: è entrato a pieno titolo nei miei e nei nostri posti del cuore, e non vediamo l’ora di tornarci con voi.

Pizzeria La Gianicolense (Roma), o le sorprese di quartiere

Vicino a noi scriventi, lungo le strade che ci portano a casa o che ci accompagnano altrove da casa, tanta vita scorre proprio come tipica vita da quartiere di tanti quartieri storici italiani: chiunque incontra o conosce realtà più o meno piccole, attività più o meno note (spesso meno) che hanno fama al più nella zona, e che per mille diversi motivi non rientrano nel giro dei famosi, nel canale “giusto” delle mode, nel flusso di chiacchiere delle persone. Magari semplicemente perché non fanno rumore, anche se nascondono persone che amano lavorare bene.

antipasto di salumi e formaggi

Qui nel quartiere romano di Monteverde -per esempio, eh?- succede, sempre secondo noi, in questo posto che è una sorpresa fatta di tante sorprese a frattale, quelle cose che cogli solo avvicinandoti, accorgendoti che un livello ne cela un altro e che da lì, ancora, … ok, basta, ne parlo, VA BENE.

Da fuori c’è sostanzialmente l’immagine di una pizzeria o forse qualcosina in più, con legni scuri e mattoni, l’insegna appunto da quartiere che difficilmente sarà fuori moda o di moda. Bisogna accostarsi un po’ e cominciare con un’occhiata alla lavagna del menù, dove le prime certezze superficiali iniziano a cadere: c’è qualche burrata, la bufala ha accanto il nome dell’azienda che la produce, ci sono le tartare, una è con la giardiniera di Morgan. Indizi così.

pizza romana con stracchin zucchine e prosciutto arrosto

Beh, ma io credevo che… ma vedo che invece, forse… ma allora proviamo!

Locale ampio con una sala a L che abbraccia la zona contenente frigoriferi, cassa, forno per la pizza, cucina, sassofono. Fuori c’è posto per un po’ di tavoli e in quel punto la circonvallazione non soffre di un traffico eccessivo, per cui ci si sta bene.

rigatoni alla carbonara

Il personale è competente, cordiale, simpatico ma con la capacità di capire se il cliente non corrisponda in altrettanta simpatia (se n’è visto qualcuno) e agire di conseguenza assorbendo il disvalore professionalmente. All’arrivo dei menù ecco una sorpresa che, da fuori, non ci si aspetta proprio: la carta di vini e birre, direi più o meno per intero nel perimetro che chiameremo dei prodotti non convenzionali (altrimenti bisogna dire NATURALI e il blog esplode in un tripudio di miccette, per cui tale parola verrà evitata). Urca, ma siamo in un posticino che… sì, mi sa di sì!

fritto vegetale

I titolari, compagni anche di vita, viaggiano tra gli ambienti, coordinano, chiacchierano coi clienti. Lo staff è una bellezza: persone sorridenti che sanno sempre di cosa parlano quando c’è da scambiare due parole sui piatti o sulle bottiglie. Insomma, d’animo si sta proprio bene. La proposta è piuttosto ad ampio spettro e c’è modo per quasi tutti di trovare qualcosa di gradito. Niente nomi di piatti qui, anche perché le variazioni sono frequenti, ma c’è amore per la materia prima di qualità e questo si sente al di là dei “brand” trattati, delle aziende agricole cercate, dei fornitori selezionati; il mercato cambia e cambierà, ma l’approccio è chiaro e lo si apprezza molto anche da clienti perché, a parte la bontà dei piatti quando arrivano, c’è anche modo di parlare e confrontarsi su un ingrediente, un vino, una cottura.

tagliata al tartufo

È divertente anche informarsi su qualche fuori menù, qualcosa arrivato da poco, magari un piatto di “test” per un prodotto nuovo su cui scambiare un parere, o una bottiglia “strana” che magari un cliente dai gusti tranquilli rimanderebbe indietro e che invece diventa divertente assaggiare ascoltando anche le sensazioni di Armando (il titolare di sesso evidentemente maschile) che ne ha assaggiata una il giorno prima.

poke con riso nero pollo e insalata

La sera c’è anche la pizza, che per dirimere sul tema FONDAMENTALE e DIVISIVO classifichiamo tra le romane ma NON tra le CROSTE. E’ cotta, non carbonizzata. E’ sottile, non carasau. Quella provata, un fuori menù del giorno, era con uno stracchino per nulla banale e un prosciutto arrosto. Buonissima.

vino naturale indigeno ancarani trebbiano

Si spende il giustissimo, si esce proprio contenti per come il tempo è passato, per il cibo e per la sensazione abbastanza netta di aver conosciuto persone di qualità pari a quella che cercano di mettere in tavola.

Li trovate qui. Datece retta e diteglielo pure!

Roma integrale – Pizza al centro

ATTENZIONE!!! Puristi della cucina e della ristorazione, questo post per voi è IL DEMONIO… fuggite!

UPDATE 12/5/2024

(seguirà poi  una premessa. Succede)

Siamo tornati dopo un paio d’anni.

Varie conferme e qualcosa in più. Chi scrive stavolta non è l’una ma l’altro.

Antipasti: il carpaccio di carciofi è molto fresco, abbondante, gustosissimo perfino per lo scrivente che non lo ha ordinato non avendo il carciofo tra le sue passioni principali, ma lo ha assaggiato e potrebbe essere colui che la prossima volta lo ordinerà. L’ hummus con verdure crude e bruschetta è un’altra di quelle cose che stanno benissimo con la stagione. Prezzi giustissimi già in assoluto, di più se consideriamo la posizione.

Pizze: posto che i paragoni con impasti di farine 00 non hanno senso più di tanto, qui abbiamo assaggiato l’integrale (70%) più vicina ad una “napoletana standard”. Soffice, gustosa e con morsi che ti fanno venir voglia di nuovi morsi.

Una era ortolana (verdure buonissime e cotte “de còre”), l’altra era una funghi e salsiccia a cui è stato chiesto di aggiungere pesto -un mix meno impegnativo e più adeguato al caldo esterno rispetto all’ortolana di cui sopra-. Prezzi anche qui belli.

Bere: vista la qualità di qualunque cosa si sia mangiata qui dentro ci limitiamo a suggerire che si allarghi la disponibilità alla spina anche in ambiti meno noti. Anche sui vini qualche deviazione si può osare visto che il pubblico meritatamente non manca.

Servizio: sorridono tutti sempre. Sorridono pure con la tizia problematica del tavolo accanto che, in un inglese timido,

– spiega in dettaglio perché non possa o voglia mangiare ciascuno dei piatti nel menù

– dopo quei dieci minuti ordina, con l’amica visibilmente consapevole della compagnia, due insalate e un fritto di verdure

-all’arrivo del fritto di verdure spiega in dettaglio perché non possa o voglia mangiare il fritto che lei ha ordinato, con l’amica che palesemente vuole abbandonare il locale e dissimula attaccandosi allo spritz

-all’arrivo dell’insalata con pollo che aveva ordinato chiede, indicando il pollo, “è pollo?”, portando al record mondiale di sorriso impassibile il cameriere con il suo “sì, è proprio il pollo che ha ordinato”, il tutto mentre l’amica nello spritz preferirebbe annegarci immediatamente.

Clima piacevolissimo, una sola lampadina LED vintage a 3000 Kelvin con tutte le altre a 2700 e quindi facciamo che è stata una sostituzione di emergenza e va benissimo perfino a chi scrive (un pesantone sul tema). Alle pareti i quadri della titolare, ex insegnante di arte che dipinge per diletto (il correttore mi suggerisce Filetto e non ho ancora niente di AI installato, per dire il livello).

Vieppiù consigliatissimo.

Ora possiamo passare alle premesse.

Maggio 2022

Alcune premesse, necessarie.

La prima: soprattutto a me, che ho vari problemi di tipo alimentare e che al ristorante faccio lo slalom tra una riga e l’altra del menu, con un occhio che al volo individua l’unico antipasto vale-compatibile mentre l’altro già si lancia sui secondi (i primi devo evitarli) e intercetta quello che potrebbe andare una volta chiarito un dubbio col cameriere e contemporaneamente ipotizza un piano B, e poi sommergo di domande il cameriere per, infine, chiedere esasperata delle varianti per uscirne anche stavolta, dicevo, soprattutto a me che ho vari problemi ecc ecc, fa piacere segnalare non solo posti poco conosciuti e che ci hanno colpito particolarmente, ma anche quelli in cui trovare un menu che possa soddisfare esigenze specifiche, anche se non necessariamente rappresentano l’eccellenza.

La seconda: non è vero che il centro di Roma è quel posto che si caratterizza per la sola presenza di trappole per turisti. D’accordo, bisogna scegliere con mooooolta cura e anche essere disposti al compromesso, ve lo concedo, ma se si allentano i paletti e si riducono le pretese ci si può persino sorprendere.

Ci è capitato così di sperimentare, spinti dall’orario e dalla fame, un posto (Origano, Largo dei Chiavari 84) in grado di far contenti i turisti e riservare un’inattesa scoperta per chi come me adora la pizza napoletana ma non può mai mangiarla, perché deve evitare le farine bianche: la pizza napoletana integrale.

Il menù esposto ai passanti con tanto di foto delle pietanze scoraggia, e altrettanto la posizione iperturistica, tra Sant’Andrea della Valle e Campo de’ Fiori, ma questa occasione non potevo perderla. Alla domanda se la pizza fosse del tutto integrale (ti spacciano per integrale qualsiasi prodotto sia integrale al 5%), la ragazza interpellata ha subito precisato che “no, c’è una parte di farina bianca”, per poi informarsi e riferirci che la percentuale di farina bianca era del 25%. Amici, mai vista una cosa del genere in nessuna pizzeria romana.

Incredula, mi sono seduta all’istante, e il mio egli è stato contento di cedere, sapendo della mia inenarrabile felicità.

Consigliabile evitare il prosciutto cotto e scansare un po’ di “mozzarella”, che – come spesso capita a Roma – anche qui è quella entità aliena di solito definita “formaggio per pizza”, ma l’impasto è ottimo e i condimenti generosi.

calzone integrale dentro, margherita fuori, Origano, Roma

pizza integrale ortolana, Origano, Roma

Il servizio, affidato a giovani ragazzi (intendansi comprendenti le ragazze, please), è cordiale, sorridente e attento. E’ un posto in cui – se si ha il giusto spirito – si sta bene, sentendosi simpaticamente turisti nella propria città. A volte anche questo diverte e alleggerisce; la frequentazione è la più varia, ma viva la diversità, i colori, gli accenti, le bizzarrie!

Insomma, anche basta con questo stare sempre imbalsamati con la faccia da intenditori intransigenti frequentando solo i posti blasonati – pena l’indignazione, il disgusto, l’isolamento sociale.

Proviamo qualche volta a prenderci meno sul serio, se no si diventa pesanti e – molto peggio! – si rischia di non trovare mai e poi mai una cavolo di pizza napoletana integrale.

Origano Campo de: Fiori è qui

Sinosteria, Roma

(ultima visita: Febbraio 2022)

A Roma ristorante cinese significa perlopiù quel che significa nel resto d’Italia -solita lista di piatti al solito basso prezzo fatti nel solito modo-, sicché aumentano, col crescere della qualità che si cerca volendo mangiar fuori, le chiacchierate tra appassionati su dove mangiare cinese MA buono, che detta così suona un po’ cattiva ma che tra romani si capisce, è quel tono un po’ sbruffone che… non andrei oltre circa la romanità e concluderei con “ce lo meritiamo, Alberto Sordi”.

involtini primavera

maiale con verdure piccante

Il bello arriva quando qualche nome nella classifica dei “più qualcosa” esce fuori (il dibattito che ne segue è, come sempre, articolato a piacere), e tra questi, ormai da un po’ di tempo, c’è Sinosteria, posto di qualità condotto dalla famiglia di Jun Ge e che fino a qualche anno fa si chiamava Asian Inn, a testimoniare già da questo cambio una visione di cucina e di “stare dove si è”, con la volontà e l’energia per dare direzioni nuove.

vino siciliano catarratto

Anche stavolta arriviamo a scriverne tutt’altro che per primi, quindi il grosso dei dettagli classici lo trovate già ovunque. Passiamo perciò oltre; è un posto in cui si sta bene perché il livello di confidenza, formalità, conversazione viene sapientemente dosato tavolo per tavolo da Jun che, si vede bene, prende prima le misure del cliente e poi, se si è entrati con curiosità, condivide quel che sa ed è, in proposte, suggerimenti e racconti di sé, concretizzando senza fatiche il senso della parola osteria.

riso bianco

L’amore per l’Abruzzo traspare in diversi momenti da menù, bottiglie in giro per il locale e parole, competenze e storie. C’è stata e direi che ci sarà collaborazione col ristorante Mammaròssa di Avezzano (AQ), altro posto speciale che muove appassionati da diverse città; è divertente e gustoso godersi questi territori condivisi in piatti di tradizione di diverse regioni cinesi che incontrano zafferano di Navelli, aglio rosso di Sulmona, mugnoli di Pettorano sul Gizio e altro.

crema di riso al latte di cocco con pollo zafferano di navelli e zucchine

Questo segnatevelo:

Crema di riso al latte di cocco con pollo, zafferano di Navelli e zucchine

E’ un divertimento ovviamente di gusto ma anche per la possibilità che offre di scambiare passioni ed entusiasmi, perché Jun si è innamorato dell’Abruzzo e te lo dice in mille modi, ricordandoti che fusion non vuol dire per forza che devi sovrapporre un mango e un pezzo di tonno, ma che culture e sorrisi possono incrociarsi per scoprire sorprese.

riso bianco con carne e uova

Abbinare le molte bontà del menù con uno o più vini è cosa che, nelle non molte volte in cui siamo riusciti ad andare, ho affidato al nostro eroe, con risultati sempre interessanti. E’ l’ulteriore divertimento, perché tra carta dei vini e proposte del giorno al calice siamo ad alti livelli non solo per quantità e qualità della proposta, ma anche per la possibilità di azzardare, sconfinare, bere a prescindere dalle mode, dalle diatribe naturale/convenzionale, da quel tipo di esperti che si prende troppo sul serio e non sa giocare.

vino primitivo puglia

Anche qui non vi diciamo nomi, cantine, uve: qualche foto c’è; per il resto troverete tanto, sarà tutto di valore e potrete rincorrere le accoppiate giuste chiacchierandone. Non succede spesso.

orecchie di maiale

Qui è dove vi chiarisco perché “ristorante cinese” sia una definizione restrittiva per Sinosteria:

Fuori menù, quella sera, c’era la trippa.
L’ho chiesta.
Sono tornati al tavolo. Era finita.
C’erano le orecchie di maiale.

Prese.

Insomma: atmosfera rilassata, genitori tra sala e cucina, figlio in giro per il locale a fondere culture, gente che mangia sorridendo, bocca pulita alla fine, con la voglia di tornare presto e di consigliare Sinosteria al successivo dibattito social o live di cui sopra, perché senti che sei stato proprio bene, che hai assaggiato o ascoltato qualcosa che non conoscevi. Mangiare fuori, per davvero.

vino rosso toscano miscelone

Prezzi giustissimi, zona magari non proprio top per passeggiata pre e post o per parcheggiare, ma ben servita dai mezzi pubblici. NON FATE QUELLA FACCIA; mi ha detto mio cugggino che una volta è andato al ristorante coi mezzi pubblici e non è morto.

Dàtece retta, sicuramente, ma qui tanto ve lo dice tutta Roma!

Tram Tram, il bello delle osterie (e delle persone)

(ultima visita: gennaio 2022)

A Roma San Lorenzo è un quartiere che, per un motivo o l’altro, conoscono direi tutti. Anche quelli che romani non sono e vengono qui per studiare. C’è, quindi, offerta varia e talvolta eventuale per i gggiovani, ma parecchi sanno che c’è pure, da tempo, un riferimento costante che mette assieme un desiderio diventato fortunatamente un po’ trendy in questa città: mangiare e bere con qualità e “de còre”.

Lungo la via su cui sferragliano mezzi pubblici, dei quali a questo punto non dovrebbe sfuggirvi il nome, questo posto fa venir voglia di entrare già da fuori perché è come è, diretto, frontale, lontano dalla necessità di esser di moda o dal rischio di esserne fuori, e se non lo conosci ti fa comunque sperare che, dentro, le cose vadano come sembra dall’esterno.

Ed è così.

Mamma e figlie sono impegnate, da quando hanno rilevato il locale (l’età a tre signore non si chiede, ma il millennio era il precedente, in tutta onestà), a proporre una cucina e un’atmosfera che sono, in armonia, un discorso chiaro e sorridente verso i clienti, con un menu che viene anche raccontato per quel che c’è o non c’è nel giorno, con la professionalità di chi sa gestire i clienti ma anche con la schiettezza di chi evita preamboli e formalismi. Le due cose possono piacere magari a persone o in contesti diversi, ma non è facile che stiano bene assieme. Qui invece succede.

Come sempre, i dettagli e i tecnicismi ve li stanno dicendo già tanti siti internet superfighi ed enogastrocompetenti, per cui qui procediamo al solito pensando a passare due ore in cui si sta bene, oltre a mangiar bene. Allora alici, purè di fave con la cicoria, baccalà, gnocchi buonissimi (il concetto di gnocchi buonissimi trova, a parere dello scrivente, concretizzazioni che definiremo rare), le puntarelle, l’abbacchio, le polpette, il tortino di alici e indivia. Questi tra i ricordi accumulati nel tempo, durante le non molte visite (come ognun sa, Roma è diverse città; raggiungerne una da una delle altre implica attraversarne altre ancora. Ne segue che certi spostamenti richiedono spesso fasce orarie libere dalle dimensioni importanti).

La mano in cucina è molto chiara, sicura e tanto tanto coerente col resto, e questa cosa è bellissima. Per certi versi è uno dei motivi per cui, sempre per opinione dello scrivente, un pranzo o una cena passano da buoni a belli. Ad accompagnare i piatti ci sono, come dicevo, l’atmosfera e le parole di sala, che non fanno folclore ma sono proprio il mestiere di lavorare bene e costruire bei rapporti coi clienti; non mi stancherò mai di ripetere quanto questa bellezza faccia bene quando si mangia fuori, ma di leggerlo invece magari vi stancate voi, quindi smetto.

Si beve bene, anche. Molto bene, anche, perché i vini sono cercati, prima che ricercati, e nell’ampiezza della proposta hanno pure loro una coerenza col locale: carattere, personalità. Non stanno lì dentro perché qualcosa si deve pur bere, ma perché hanno meritato di entrarci, quelli più semplici e quelli che costano. Scelti, tutti, con cura. Trovate anche vari naturali, ma li trovate non perché sono naturali, ma perché sono buoni.

Si spende quel che subito dopo si troverà giusto aver speso; comunque in linea con la ristorazione romana di questo tipo, ma con qualità meno comune.

E’ un posto in cui viene voglia di tornare già mentre vai via.

Dàtece retta!