Come sapete, il nostro blog amico GoModa ci tiene informati su quanto di bello accade in Molise.
Stavolta si è trattato di uno spettacolo teatrale che “sa di territorio”, come un piatto tipico o un paesaggio caratteristico.
Vi lasciamo all’articolo!
Come sapete, il nostro blog amico GoModa ci tiene informati su quanto di bello accade in Molise.
Stavolta si è trattato di uno spettacolo teatrale che “sa di territorio”, come un piatto tipico o un paesaggio caratteristico.
Vi lasciamo all’articolo!
Per rispondere subito alla domanda nel titolo:
non lo sappiamo.
C’è però una ricorrenza annuale un’iniziativa che funziona e raccoglie generazioni diverse, locali e turisti, simpatici e gente più particolare in un’unica grande cena socialissima, che per centinaia di metri percorre tutto il centro storico in un rettilineo gastronomico di tavoli, apparecchiati da chi si prenota con tavolo personale preso magari in garage oppure da ristoranti e trattorie che, con le postazioni di fronte al loro ingresso, propongono un menu dedicato.
Una serata decisamente conviviale di cui si parla in dettaglio qui sotto, nell’articolo del blog nostro amico Gomoda.
Buona lettura!
(ndr: Ho chiesto all’AI in vari modi una rappresentazione di questo bar e ne vedete una qui in testa, ma no, nel 2024 l’AI non coglie cosa sia un bar di provincia e non mi fa contento in alcun modo, sicché andiamo oltre)
Pozzilli è un paese che, purtroppo, nel Molise e fuori dice qualcosa a qualcuno perlopiù se i motivi non sono belli.
C’è la Neuromed, clinica il cui nome basta per capire che la fortuna è non conoscerla, non perché abbia demeriti ma perché non ci si viene a prendere semplicemente una Tachipirina, ecco.
Succede quindi che, per chi accompagni qui qualcuno a causa dei suddetti motivi, si abbia poi qualche mezz’ora o qualche ora di intermezzo tra gli impegni previsti. Si passeggia un po’, piazzetta, chiesa, qualche negozio e insomma solita camminata in uno dei tantissimi paesi d’Italia.
Appena più distante (se di distanza si può parlare quando non si sta più a venti metri dall’ospedale perché son trascorsi altri due minuti di passi) c’è un bar, che ancora una volta è da fuori uno dei moltissimi bar dei moltissimi paesi d’Italia. Due sedie fuori, un’insegna, un’introduzione semplice che però, soprattutto in certa provincia nazionale, significa qualcosina in più per chi ci abita attorno.
In questo caso è il bar 3 Pini.

All’interno c’è una titolare che ti accoglie sorridendo, pure se diluvia e quindi non è che la giornata sia proprio ricca per lei di soddisfazioni lavorative. Fuori vento e pioggia a complicare i pensieri e bagnare punte di nasi; dentro si sta istantaneamente già meglio.
È un piccolo bar, dicevamo, e ci si trovano le cose che in un bar ci si aspetta di trovare. Un cappuccino caldo, nello specifico, era il conforto basico ma importante che tra i pensieri di cui sopra poteva stemperare freddo e umore.
Siccome però in questo blog siamo gente magari puntigliosa che certe cosine le nota, siamo pure gente che nota certe cosine belle, e qui il cappuccino, che pure era buono, abbondante, cremoso e non un latte macchiato travestito, è diventato personaggio secondario.
Scambiare due parole, lungo quella mezz’ora in cui la solitudine ti fa una compagnia un pelino invadente e poco desiderata, accompagna il cornetto che accompagna il cappuccino, con la radio che nel frattempo è capace in una canzone di portarti altrove, una finestra affacciata su un panorama inatteso… tutte queste cose qui e qualcos’altro ma con il famoso plus: parlare con qualcuno che tanto sa benissimo perché sei lì, il che significa per te pure la libertà di non doversi sfogare -ché pure quella è una catena se te la senti stretta sul collo-, avvertire la presenza di uno spazio nel quale puoi pure ascoltare, conoscere la vita di quel luogo, le difficoltà e le cose che vanno bene, giornate o scelte che scorrono in modo diverso dalla tua, qualcosa magari da imparare per quel viaggio di ritorno, una piccola lezione di storia recente di un territorio di cui sai zero.
E poi parlare, anche, ma rinfrancato da uno spostamento di orizzonte che ti riporta tra gli altri, in mezzo a tutte le vite con la tua, più sereno e leggero a poter dire e far dire.
Il cappuccino era ottimo ed è pure costato poco, se proprio dobbiamo metterci una recensione dentro, ma penso vi sia chiaro che il calore ricevuto non veniva da lì. D’altra parte quando le cose girano così non stai cercando un cappuccino né un cornetto: stai cercando un posto in cui star bene, Ecco: trovato. Però ha anche il cappuccino buono.
Ora: consigliarvi un bar in un luogo che sarebbe bene non frequentare vista la ragione per cui lo si fa… Come dire, non ve lo auguro ma ve lo suggerisco.
Più in generale, però, è bellissimo pensare che in Italia possano esistere potenzialmente migliaia di posti semplici che all’ingresso sembrano bar e all’uscita son diventati benzinai dell’anima, grazie a persone come una titolare che ti serve un cappuccino sul banco e tutto il resto intorno.
Ah, già: il bar è qui
(ultima visita: Giugno 2023)
San Salvo è l’ultimo mare d’Abruzzo a sud, subito prima che cominci il (breve) tratto molisano a precedere la Puglia.
Vi è andata bene: poi l’Italia finisce e questa introduzione vi si chiude così.
Detta introduzione serviva poi a cosa?
Non disturbatevi, rispondiamo noi: è per dire che qui si arriva con tempistiche decorose da tutto il centro Italia, oppure soltanto più aleatorie venendo dall’alto Molise, nel qual caso la statale Trignina -col suo frizzante susseguirsi spaziale e temporale di piccoli, grandi, lunghi lavori- sa riservare sorprese. Ne sanno qualcosa al ristorante stesso, viste le varie telefonate di aggiornamento con cui cercavamo di rassicurarli via via sul nostro arrivo involontariamente tardivo.
Ci siamo fatti aspettare un po’, insomma, ma alla fine hanno saputo e potuto gestire il nostro molto annunciato ritardo, sicché tutto è filato liscio nonostante noi.

Il mondo degli stellati è probabilmente (lo si sostiene da più parti) in mutazione. Crisi varie, stipendi di noi clienti che in moltissimi casi non viaggiano veloci quanto i prezzi, forbici sociali che si allargano un po’ e altro ancora formano un complesso di questioni per cui sarà forse opportuno andare sempre più alla sostanza, tenendo magari fermi aspetti chiave del servizio ma spostando il baricentro verso materia prima, piatto, efficacia.
Alcuni ristoranti di questa categoria sono già stabilmente su questi equilibri da tempo; sul passato del Metrô non sappiamo dire perché per noi è stato un debutto, ma l’offerta al momento della visita (giugno 2023) è centrata per forme e contenuti.

Il menù che abbiamo scelto è stato quello in foto.

Nella sua presentazione, ma anche in tutto il resto del pranzo, l’atmosfera è stata certamente adeguata alla situazione ma via via piacevolmente meno formale, come secondo lo scrivente ha senso che accada nell’incontro tra un modo di fare ristorazione e alcune tipologie di cliente. Sta al mestiere dello staff di sala capire chi si ha di fronte e regolare il livello; con noi sono stati perfetti.
ndr: Per quanto ci riguarda questo del tipo di servizio è uno dei punti chiave che, nel benessere fortunato di un pranzo in un ristorante di fascia alta, fa il grosso della differenza tra mangiare bene e il suo upgrade, stare bene.

Ora, di fronte ad un menù che accompagna un’esperienza, personalmente trovo non solo fuori posto ma perfino un po’ stucchevole indugiare nelle descrizioni di singole portate. E’ pure una scusa per coprire il mio non essere un critico gastronomico, ma detta meno altezzosa è la constatazione di piatti davvero efficacissimi, su cui la differenza di valutazioni sta nei gusti personali.



La sequenza scelta dallo chef ha mostrato senso e logica durante il pranzo, con tempi di servizio clamorosamente precisi. Confido nel fatto che ci fossero quel giorno pochi tavoli da servire, anche per colpa del nostro ritardo come detto sopra, perché col pieno mi pare sostanzialmente impossibile qualcosa di così chirurgico.




Volendo invece descrivere nell’insieme l’approccio di cucina che si ha di fronte, la sensazione è quella di un luogo in cui la scelta della materia prima è molto curata, l’utilizzo nelle preparazioni sembra dare indicazioni piuttosto chiare: l’estro resta a servizio del piatto senza sconfinare in un esercizio creativo.
Sono scelte di campo, a mio avviso, e direi che andare più di fantasia o più di controllo non porti per forza a pranzi fantastici o deludenti; si tratta però di strade stilistiche che certamente definiscono i contorni di un’esperienza, sicché mi pare sensato dirvi dov’è che si stia qui.
In questo caso il viaggio si fa tutto sommato senza esoterismo, con interventi senz’altro anche fuori standard ma misuratissimi e sobri. Il menu che avete letto sopra, comunque, evidenzia che ci si diverte lo stesso!



L’ingrediente principale mantiene il ruolo anche nel gusto, ancorando i piatti al loro centro.
Questa solidità di fondo, unita ad un servizio preciso ma non barocco, lascia le portate come protagoniste.




Per gli abbinamenti coi vini si viaggia ovviamente bene e con una certa serenità anche rispetto ai prezzi per chi non voglia esagerare. Magari qualche azzardo in più sarebbe anche gradito, ma ha una sua apprezzabile coerenza questo mantenere i piedi per terra.
Ad ogni buon conto gli azzardi enoici ci sono e sono anche di livello, come vedrete tra qualche foto.







Il conto ha molto senso rispetto a come si è mangiato, all’ampia sequenza, alla gradevolezza del servizio, all’evidente attenzione posta su ogni momento del pranzo e alla sensazione complessiva, assolutamente positiva, che si tiene dentro uscendo.



Bel posto (d’estate direi ulteriormente bello mangiando nel piccolo giardino), persone con cui è piacevolissimo conversare e un viaggio gastronomico appagante e pieno.
Datece retta, certo.
A Isernia, se in un aperitivo presenti un salamino Beretta o un formaggio Asiago, il silenzio sospende l’allegro consesso, l’imbarazzo pervade l’aria e gli sguardi si fanno di biasimo. Per la verità, nemmeno mi è mai capitato e anche solo immaginare la reazione di mio padre mi fa tremare i polsi.
Le cose però vanno dette tutte. Dal momento che a Isernia – cittadina dai ritmi meravigliosamente lenti – quasi sempre si fa colazione a casa, su questo diverso fronte non si è altrettanto esigenti e spesso l’offerta dei bar per una colazione fuori casa porta – ahimé – il marchio di Tre Marie o di Bistefani.
[Prima che si crei l’equivoco: parlo dei bar, NON DELLE PASTICCERIE!]
E no, cornetti surgelati, non mi avrete mai. Così, approfitto delle mie frequenti pause deca per studiare la situazione cornetti nei bar in cui mi fermo e voglio ora condividere con voi due scoperte mooooolto interessanti e fuori dai classici giri “del capoluogo pentro”, come si dice nei nostri tg.
La prima è quella del bar L’Antenato, situato un po’ fuori mano (sempre in termini di distanze isernine, eh): si trova nell’ampio spiazzo davanti alla rotonda che è a pochi passi dal Museo Paleolitico (altra visita che consiglio, ma è off topics!), e presenta quindi il primo grande pregio di disporre di un ricco parcheggio, dove un romano può, con rara emozione, divertirsi a scegliere dove posteggiare il suo bolide.
Alle prime visite, nelle quali abbiamo già apprezzato la bontà dei cappuccini, il servizio sorridente e una meravigliosa tranquillità, lo studio visivo dei cornetti della qui presente rompiscatole nazionale rivelava la qualità del lievitato. Un giorno, decìsami all’assaggio, ho trovato conferma di quanto la vista preannunciava: ottima qualità degli ingredienti e grande sapienza nella lavorazione. Il bar si rifornisce presso un forno di Pesche, di cui non conosco il nome; in un’occasione ho però incontrato proprio lì nel bar il titolare e ho ritrovato nelle sue parole l’entusiasmo che quel cornetto portava tra una sfoglia e l’altra.
L’altro posto che ha saputo davvero stupirmi è stato Klès Five, in pieno centro storico. Lo conoscevo come uno dei diversi locali della movida isernina, sicché non l’ho mai frequentato.
Una mattina però ci siamo fermati, il mio egli per un aperitivo, io per uno dei miei deca, a uno dei suoi tavolini in pieno e rinfrancante sole.
Del tutto inatteso, col mio caffè arriva mezzo cornetto, omaggio del ragazzo che abbiamo poi saputo essere diventato da poco il nuovo gestore del locale. Al primo sguardo e con la serietà che momenti come questi richiedono dico al Pier: ” ‘sto cornetto è serio”. Assaggio come il più attento dei sommelier e aggiungo: “Pier, qua ci sta il burro, non la margarina, ed è lavorato alla perfezione”.
Entriamo per pagare e, commossa, vedo che lo scatolone dei cornetti porta la firma dei Fornai Ricci, di Montaquila, produttore noto per il suo premiato panettone.
Con un altro off topics, aggiungo che, per l’aperitivo del mio egli, il giovane neotitolare ci ha proposto un ottimo Dubl di Feudi, che – insomma – in un mondo di bar che ti offrono il “prosecchino” è una gran bella cosa.
M’arraccumanne, dàteme retta!
Si comincia da casa. Dalla propria, dove si è, dove si sta.
Roma.
Oggi è stata passeggiare in centro senza altri obiettivi che un paio di regali, ma è bastata a far trovare bellezza perfino a me, non il più raffinato dei coglitori di cose da saper cogliere.
C’è in questa città uno splendore inconsapevole, una gloria portata come un qualunque zaino. Attraversarla è un film interminabile senza il montaggio, con un’infinità di registi improvvisati a girare esclusivamente la loro scena, lasciando il girato lì in terra. A turisti e distratti sembrerà una dimenticanza, un lavoro mollato a metà; più passa il tempo e più invece mi par di capire che per molti romani funziona così, funziona che lasci lì e magari tanto poi ritrovi, altrimenti pazienza, ci racconteremo che non era poi così importante.
Uno si venderebbe volentieri questa roba per approccio zen, ma è solo sciatteria.
A Roma manca l’aggregazione, mica i punti di aggregazione. La lagna su questo deve finire, e se non finisce è sciocca: abbiamo decine, centinaia di punti di aggregazione, sociali, istituzionali, privati, pubblici, aperti, di nicchia, popolani. Siamo oltretutto gente che da sempre per aggregarsi si è accontentata di prerequisiti minimali, peraltro facendone un vanto: la fraschetta, il bicchiere bevuto assieme, la trattoria, la strada sotto casa prima ancora delle universali piazze, ché a noi già Agorà fa troppo parolone, e poi con la pigrizia media che ci popola cosa arrivi a fare fino in piazza?
Le solitudini che attraversano i marciapiedi sono non numerabili.
Qualcuno sorride, perché c’è ancora chi lo fa, perché qualcuno vuol continuare a farlo a vita, perché qualcuno ci si aggrappa a risalire come fosse l’ultimo dei sorrisi, o il sorriso che ti aggancia ai successivi come una corda da stringere per non precipitare.
Qualche coppia litiga, e pure qui i romani sanno spaziare poco, perché il grosso riguarda disaccordi mainstream su trasposizioni cine-letterarie: le più gettonate sono “non comprate quel cappotto” e “suocere che invitano troppo”, ma non mancano i più variegati sequel di “sorvegliato speciale” con stoccate sullo sguardo in più verso l’indubbiamente attrattivo sedere transitato poco prima e le raffazzonate risposte, che -come ognun sa- quando negano sono false praticamente nella totalità dei casi.
Qui va aperta una necessaria parentesi. I culi si guardano, funziona così e non ha implicazioni. Al più si può avere l’accortezza che solo una coda dell’occhio discreta e accennata può avere, ma l’occhiata è endemica, prescinde, è avulsa, non intacca il presente né il futuro della coppia, non perché detto culo non sia in grado di intaccarla ma perché il maschio quando butta l’occhio non sta di fatto pensando ad altro che a quel curvo presente, non essendo capace di pensare due cose assieme se una è quella, l’unica in grado di occupargli i due slot mentali disponibili. Tranquille, andate benissimo come siete, oppure non andate bene come siete ma non per via di quel sedere. Quand’anche andaste benissimo, oltre che bene, tenete poi conto che avere un Van Gogh in casa non impedisce la partecipata visione di esposizioni pittoriche, mostre, rassegne temporanee, anzi la incoraggia visto che palesemente il Van Gogh in casa denota e certifica la competenza e la capacità critica dell’appassionato. Facciamocene tutti una ragione.
Qualcuno cammina in gruppo, con amici, in quattro o più, anche in un po’ di più; propriamente in comitiva ormai è cosa rara. Ho ricordi da teenager che vedono Via del Corso invasa da comitive, da agglomerati compatti che entrano ed escono dai fast food come un sol uomo ma a pacchi, a ventate, a onde. Adesso è diverso e so che non è solo questione di mia vecchiaia; i gruppi sono più ridotti, c’è forse meno qualcosa e meno qualcos’altro e tutti quei discorsi che questo blog non farà se non di striscio. Perché saprebbe farlo male e perché farà altro.
Perché qui si torna a me, che incontro gente e strada davanti, che nelle solitudini mie o d’altri navigo, che nelle compagnie vivo continuamente, da solo e con loro, che attraverso il cibo, il vino, la birra, la musica, la fotografia incrocio le storie degli altri e la mia, perché mi fa stare bene e magari per raccontarle qui a chi ne vorrà.
Vi dirò di buone cose assaggiate, di posti da vivere e persone da ascoltare; vi manderò una foto, vi racconterò la storia di qualcosa che è positivo e fa bene. Le cose da scartare, quelle un po’ così, quelle da stroncare… non so, non credo che ne parlerò più di poco. Mi interessa sempre meno la polemica e sempre più una qualità di cui poter godere. Al resto gradirei non dare spazio.
Ah, probabilmente il post più pesante di tutti sarà questo.
Alle prossime!
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“E io, tra di voi, …“, direbbe qui Charles, con ogni probabilità.
Non sono più lui, ora sono lei. La “lei di lui”, non in senso di possesso, anche se essere pensata come un Van Gogh non è poi male. In realtà mi sento più un Klimt che amava di molto Dostoevskij e ha tirato fuori una Nuda Veritas meno rossa, sì positiva ma più problematica.
Roma, dice lui. D’altra parte l’idea di questo blog nasce appunto da lui, di cui ‘a capitale vanta i natali. Io mi sono intrufolata in un secondo momento, ma in tempo utile per essere presente sin dal primo post. Via via che me ne parlava, questa sua idea è diventata “nostra”: la immaginavamo nascere e crescere come una creaturina da accudire. D’altra parte perché, dopo essersi entusiasmati – addirittura emozionati – per un vino, un ristorante, una passeggiata, non rendere partecipi della nostra esperienza anche persone in cerca di cose belle? Lui, il mio egli, il mio Steve McCurry, lo definisco da sempre “animale sociale”, ed esserne contagiata è una meraviglia. Sta per suonare l’allarme “romanticherie”, ma non c’è rischio, su questo aspetto ancora non riesce a intaccarmi!
Ci sentirete parlare di cibo, vino, passeggiate, film, fotografia, pittura, libri, Molise e un po’ alla volta scoprirete cosa ci accomuna e su cosa invece ognuno ha interessi più marcati; chi è più rompiscatole in un modo e chi in un altro; se e quanto sappiamo mediare tra noi.
Di certo c’è che speriamo che questo spazio di condivisione amplifichi il nostro benessere, diventando una sorta di diario aperto a chi vorrà leggerlo, e insieme diventi per voi una gradevole lettura e la fonte di qualche dritta, all’insegna del nostro motto: “Dàteme retta!” !