Magnastoria 2025, la grande tavolata di Isernia: il Molise che esiste ha un nuovo rito collettivo?

Per rispondere subito alla domanda nel titolo:
non lo sappiamo.

C’è però una ricorrenza annuale un’iniziativa che funziona e raccoglie generazioni diverse, locali e turisti, simpatici e gente più particolare in un’unica grande cena socialissima, che per centinaia di metri percorre tutto il centro storico in un rettilineo gastronomico di tavoli, apparecchiati da chi si prenota con tavolo personale preso magari in garage oppure da ristoranti e trattorie che, con le postazioni di fronte al loro ingresso, propongono un menu dedicato.

Una serata decisamente conviviale di cui si parla in dettaglio qui sotto, nell’articolo del blog nostro amico Gomoda.

Buona lettura!

Livorno e Pisa: tre giorni fra un deh e un gao

Che si fa in un bel ponte primaverile partendo da Roma?

Si va a Livorno, per esempio!


Due ore e mezzo di treno anche da Ostiense, con parcheggio comodo a metri dai binari, e via, una robina facile per conoscere una città poco turistica (dati 2025), piuttosto identitaria e che non ti mette l’ansia da prestazione del viaggiatore perfetto, tipo ECCO ORA IN DUE GIORNI DEVO VEDERE ASSOLUTAMENTE QUESTE TREDICI COSE O SONO MORTO: ha le sue cose da fare e vedere, i suoi spazi, … Ti fa dire fra te e te: Tranquillo, te la godi e torni.
Così l’abbiamo immaginata, così è andata. Vediamo come.

Due parole sulla città

Qui sotto mettiamo giusto i fondamentali per inquadrare la geografia della città:

  • – se arrivate col treno siete a est del centro; via Carducci dritti dritti, finite in piazza della Repubblica, enorme e curiosamente vuota, e da lì è centro, una sorta di quasi-pentagono delimitato da fossi (i canali) e mare
  • – a tagliare a metà il centro c’è via Grande, che proprio da piazza della Repubblica arriva est -> ovest al porto
  • – la parte nord del centro è il quartiere Venezia, voluto dai Medici come un sistema di canali a raggiungere botteghe (che hanno comportato l’arrivo di merci, mercanti, famiglie, religioni e culture da ogni dove, a far di Livorno un regno anche attuale della laicità)
  • – la parte su del centro ha il mercato di piazza Cavallotti, all’aperto, e il Mercato Centrale, coperto, che è una meraviglia

Vi raccontiamo Livorno per come l’abbiam vissuta e girata noi, come al solito senza fronzoli verbali, pretese di esaustività, top five e must-see vari.

Giorno 1 – partenza e giustamente pure arrivo

Capitarci il primo Maggio è parecchio simpatico, proprio in senso etimologico. C’è un “cuore comunitario” che, quando si parla di questioni come cacciucco, imprecazioni diciamo colorite, partecipazione sociale e “boia dé”, mette assieme molti livornesi in una cosa sola.
A Fortezza Nuova, di fatto una sorta di isola verde circondata dai fossi del centro (i canali d’acqua, si diceva sopra), il primo Maggio significa aggregazione, musica, mangiare tutti insieme. Tra le bancarelle, le coperte sui prati, le panche accanto coi tavoli, i cani a spasso coi padroni e le birre allegre, noi estranei ci divertiamo e ci stupiamo piacevolmente nel vedere come il live dei Licantropi, IL gruppo popolare di Livorno, sia un coro collettivo sui testi, buffi ed estremamente local, che ti fanno sentire pienamente dentro questa città.
In proposito si tengano a mente i fondamentali: il gatto fa miao, il pisano fa “gao”.

Il cacciucco, piatto scelto per il primo pranzo in questa città, è un divertimento d’altra natura ma con un sapore per certi versi simile, specie mangiandolo in posti frequentati dai residenti. In merito c’è una bella notizia: poiché, come dicevamo sopra, il turismo è molto contenuto, si sta benissimo mangiando ovunque, tra le chiacchiere di chi abita questo posto e atmosfere che sono autentiche e, in senso assolutamente positivo, ingenue nella loro tranquilla quotidianità.
Tenete presente che prenotare nei posti più noti e/o validi resta consigliatissimo, in alcuni casi indispensabile e comunque una scelta positiva perché d’aiuto ai ristoratori.

Il nostro cacciucco, buonissimo, lo abbiamo mangiato da “La vecchia Livorno“, che ci è piaciuto assai anche per atmosfera, servizio e prezzi.

Nel pomeriggio si passeggia un tot: il giorno festivo qui significa negozi perlopiù chiusi e quindi un po’ meno movimento sulla via principale, sicché si gironzola un po’ per la Venezia, il piccolo quartiere che… ah, già, l’abbiamo detto più su (un caffè buono lo fanno all’angolo tra via Strozzi e via della Venezia). Carino, animato la sera dai tanti ristoranti e locali aperti lungo i fossi e rimasto autentico, come del resto tutta la città.

Per stanchezza si mangia a casa, ordinando la pizza da Spicchio di Luna, che fa anche un ottimo impasto integrale. Approfittando proviamo anche la loro torta di ceci, argomento che a Livorno ha una sua specifica sacralità. Ci portano anche il pane che istituzionalmente accompagna la torta di ceci, costituendo con lei il 5e5.
Tutto molto buono.

Giorno 2 – Pisa ma anche cena livornese simpatica

A un quarto d’ora di treno c’è Pisa.
Di treni per Pisa ne hai a bizzeffe.
Ne segue agilmente che pure Aristotele una gitarella da Livorno l’avrebbe fatta.

Quel che si può raccontare sulla rivalità secolare tra pisani e livornesi durerebbe dozzine di righe, sicché evitiamo, ricordandovi però che se volete sondarne le origini trovare in rete di tutto, mentre se volete assaporarne l’attualità dovete leggere un mensile che vi indichiamo un po’ più sotto.

Pisa soffre da tempo di turismo gestito un po’ “meh”.
La faccenda salta agli occhi facilmente vedendo che su tre vie del centro viaggia il 90% abbondante dei turisti. Il contraltare è il vantaggio di lasciare, ai curiosi, spazi, chiese, vicoli, trattorie ed atmosfere decisamente gradevoli anche a cento metri da quel costante flusso.

Capite bene come non abbia alcun senso raccontarvi proprio qui lo scoop di una torre che sta in piedi un po’ curiosamente, di una cattedrale notevole eccetera. Anche in questo caso quindi usciamo dal mainstream globale e torniamo in quello nostro, non mancando però di farvi notare che, guardacaso, quando ci siamo stati noi di Dateme Retta la Torre di Pisa era dritta.

A pranzo abbiamo scelto direi benissimo. La trattoria in cui abbiamo già voglia di tornare è stata Sant’Omobono, in pieno centro ma appena laterale, quindi frequentabile (ma prenotate!).

Si torna, si riposa un po’ per i chilometri fatti e si riparte per il centro, inizialmente superandolo di slancio in bus per arrivare a vedere la Terrazza Mascagni, grande e piacevolissimo affaccio panoramico sul mare appena più a sud.

Voleva essere un aperitivo quello che è subito stato promosso a cena, per quantità e goduriosità, da Signor Nico, proprio sulla rotonda del porto a chiudere via Grande. Le sue schiacciate sono uno dei motivi per cui passare da queste parti, fantasiose e divertenti, e se avete un normale appetito cenate con una di queste.

Giorno 3 – Il centro

Colazione al bar tabacchi, per immergersi appieno in una città che si mostra autentica pressoché ovunque, ad oggi, e che quindi non costringe a rifugiarsi continuamente in angoli di verità, come invece accade ormai in tante capitali del turismo.
Poi passeggiata centrale, fatta di vetrine, cani (un sacco di gente ha il cane, a Livorno). Per assaporare tutto il centro, però, una mattinata non è mattinata senza il mercato di piazza Cavallotti, rumoroso, vitalissimo (perlomeno di sabato) e ricco di tutto, con l’area più classica di frutta e verdura, i chioschi per pane o carne e una zona di vestiti ed altro.
Lì accanto c’è Gagarin, tempio del 5e5 fin troppo frequentato e quindi non visitato causa lunga coda, e c’è il Mercato Centrale -o delle vettovaglie- in tutta la sua imponenza (e bellezza!): banchi di frutta, verdura, carne o pesce, tanti chioschi per il pane, negozietti e un po’ di ristorazione, tutto dentro un’architettura fatta per accogliere ma pure per farsi guardare, con un’allure parigina simpaticamente affiancata a invocazioni che altrove qualcuno definirebbe blasfeme, ma che qui, via, son vissute come un poffarbacco.

Si pranza qui dentro, Alle vettovaglie. Bella scelta di proposte con prodotti di qualità e ambiente ovviamente… di mercato. Si beve bene, oltretutto, con proposte perlopiù di produttori piccoli che il titolare cerca in giro con cura e amore.

Nel pomeriggio il meteo non ha aiutato, sicché il resto delle scoperte è stato un po’ condizionato ma, come dicono quelli seri, abbiamo trasformato il veleno in medicina e quindi, con lunga camminata suddivisa in tappe indoor più o meno forzate dalla pioggia, abbiamo

  • finito il giro esterno intorno a Fortezza Nuova incrociando pure “corsi di gozzo” e imponendoci il passaggio NECESSARIO davanti alla sede storica del Vernacoliere, mensile che a Livorno è un po’ più sacro delle religioni
  • visitato la chiesa di Santa Caterina (che ha una cupola molto bella)
  • raggiunto il Mercato Americano, che nel tempo si è ridotto per dimensioni, ma che ha ancora un suo perché se piace un certo genere di abbigliamento
  • percorso dentro-fuori-sopra-sotto la Fortezza Vecchia
  • gironzolato un po’ per il porto e le sue ramificazioni (diciamo che una sistematina d’insieme potrebbe giovare)
  • guardato, nell’area del cantiere navale, un po’ di vetrine (la pioggia era nella sua fase insistente) e una rassegna temporanea di libri nel molto godibile centro commerciale Porta a Mare, efficace esempio di rifunzionalizzazione che non “sbatte” col contesto ed è molto piacevolmente camminabile senza compressioni claustrofobiche da mall metropolitano

A cena siamo tornati alle Vettovaglie perché siamo stati bene in quell’atmosfera e perché abbiam voluto vivere anche la versione serale del mercato, a banchi chiusi ma con un live set di chitarre e voce ad accompagnare assaggi e bicchieri.

Chiudiamo in gloria con un ponce ben fatto al baretto supertipico lungo la strada verso casa, dove il titolare cinese gestisce alla grandissima un avventore un po’ molesto e due signori locali danno di fatto una mano a tenere il tutto sotto controllo, spostando le loro chiacchiere con birra all’esterno mentre controllano da fuori. Eccezionali ed efficaci, perché il tipo non trova agganci alle sue mezze provocazioni un po’ goffe e torna di fatto innocuo a costo zero.

Piaciuto tutto?

Sì.
Livorno è una città molto gradevole, senza sussulti imponenti se cercate un effetto wow nelle vostre gite, ma con una bella fruibilità di spazi e occasioni.
Quando ci siam capitati noi il Museo Fattori, che a naso va visitato per più ragioni, era in ristrutturazione, quindi del museo non abbiam parlato mica per ignoranza crassa, eh?

Quanto al dormire usciamo un attimo dal contesto: prenotare per una vacanza è diventato -anche a Livorno, ma appunto diremmo pressoché ovunque- tema da famiglie non dico agiate, ma insomma certamente libere dal dover fare i conti con la fine del mese. Su questo c’è qualcosa di strutturale che non torna, ma il tema è enormemente più grande e complesso di questo articolo.

Ultima annotazione felice: questa città è uno dei capoluoghi nazionali della gentilezza. Chiunque abbia scambiato parole con noi ci ha lasciato un’impressione positiva, a prescindere dal fatto che fosse un commerciante, uno interpellato per un’informazione o altro. A sensazione sembra si tratti di un modo d’essere diffuso e spontaneo.

Evviva Livorno, datece retta!

Roma integrale – Pizza al centro

ATTENZIONE!!! Puristi della cucina e della ristorazione, questo post per voi è IL DEMONIO… fuggite!

UPDATE 12/5/2024

(seguirà poi  una premessa. Succede)

Siamo tornati dopo un paio d’anni.

Varie conferme e qualcosa in più. Chi scrive stavolta non è l’una ma l’altro.

Antipasti: il carpaccio di carciofi è molto fresco, abbondante, gustosissimo perfino per lo scrivente che non lo ha ordinato non avendo il carciofo tra le sue passioni principali, ma lo ha assaggiato e potrebbe essere colui che la prossima volta lo ordinerà. L’ hummus con verdure crude e bruschetta è un’altra di quelle cose che stanno benissimo con la stagione. Prezzi giustissimi già in assoluto, di più se consideriamo la posizione.

Pizze: posto che i paragoni con impasti di farine 00 non hanno senso più di tanto, qui abbiamo assaggiato l’integrale (70%) più vicina ad una “napoletana standard”. Soffice, gustosa e con morsi che ti fanno venir voglia di nuovi morsi.

Una era ortolana (verdure buonissime e cotte “de còre”), l’altra era una funghi e salsiccia a cui è stato chiesto di aggiungere pesto -un mix meno impegnativo e più adeguato al caldo esterno rispetto all’ortolana di cui sopra-. Prezzi anche qui belli.

Bere: vista la qualità di qualunque cosa si sia mangiata qui dentro ci limitiamo a suggerire che si allarghi la disponibilità alla spina anche in ambiti meno noti. Anche sui vini qualche deviazione si può osare visto che il pubblico meritatamente non manca.

Servizio: sorridono tutti sempre. Sorridono pure con la tizia problematica del tavolo accanto che, in un inglese timido,

– spiega in dettaglio perché non possa o voglia mangiare ciascuno dei piatti nel menù

– dopo quei dieci minuti ordina, con l’amica visibilmente consapevole della compagnia, due insalate e un fritto di verdure

-all’arrivo del fritto di verdure spiega in dettaglio perché non possa o voglia mangiare il fritto che lei ha ordinato, con l’amica che palesemente vuole abbandonare il locale e dissimula attaccandosi allo spritz

-all’arrivo dell’insalata con pollo che aveva ordinato chiede, indicando il pollo, “è pollo?”, portando al record mondiale di sorriso impassibile il cameriere con il suo “sì, è proprio il pollo che ha ordinato”, il tutto mentre l’amica nello spritz preferirebbe annegarci immediatamente.

Clima piacevolissimo, una sola lampadina LED vintage a 3000 Kelvin con tutte le altre a 2700 e quindi facciamo che è stata una sostituzione di emergenza e va benissimo perfino a chi scrive (un pesantone sul tema). Alle pareti i quadri della titolare, ex insegnante di arte che dipinge per diletto (il correttore mi suggerisce Filetto e non ho ancora niente di AI installato, per dire il livello).

Vieppiù consigliatissimo.

Ora possiamo passare alle premesse.

Maggio 2022

Alcune premesse, necessarie.

La prima: soprattutto a me, che ho vari problemi di tipo alimentare e che al ristorante faccio lo slalom tra una riga e l’altra del menu, con un occhio che al volo individua l’unico antipasto vale-compatibile mentre l’altro già si lancia sui secondi (i primi devo evitarli) e intercetta quello che potrebbe andare una volta chiarito un dubbio col cameriere e contemporaneamente ipotizza un piano B, e poi sommergo di domande il cameriere per, infine, chiedere esasperata delle varianti per uscirne anche stavolta, dicevo, soprattutto a me che ho vari problemi ecc ecc, fa piacere segnalare non solo posti poco conosciuti e che ci hanno colpito particolarmente, ma anche quelli in cui trovare un menu che possa soddisfare esigenze specifiche, anche se non necessariamente rappresentano l’eccellenza.

La seconda: non è vero che il centro di Roma è quel posto che si caratterizza per la sola presenza di trappole per turisti. D’accordo, bisogna scegliere con mooooolta cura e anche essere disposti al compromesso, ve lo concedo, ma se si allentano i paletti e si riducono le pretese ci si può persino sorprendere.

Ci è capitato così di sperimentare, spinti dall’orario e dalla fame, un posto (Origano, Largo dei Chiavari 84) in grado di far contenti i turisti e riservare un’inattesa scoperta per chi come me adora la pizza napoletana ma non può mai mangiarla, perché deve evitare le farine bianche: la pizza napoletana integrale.

Il menù esposto ai passanti con tanto di foto delle pietanze scoraggia, e altrettanto la posizione iperturistica, tra Sant’Andrea della Valle e Campo de’ Fiori, ma questa occasione non potevo perderla. Alla domanda se la pizza fosse del tutto integrale (ti spacciano per integrale qualsiasi prodotto sia integrale al 5%), la ragazza interpellata ha subito precisato che “no, c’è una parte di farina bianca”, per poi informarsi e riferirci che la percentuale di farina bianca era del 25%. Amici, mai vista una cosa del genere in nessuna pizzeria romana.

Incredula, mi sono seduta all’istante, e il mio egli è stato contento di cedere, sapendo della mia inenarrabile felicità.

Consigliabile evitare il prosciutto cotto e scansare un po’ di “mozzarella”, che – come spesso capita a Roma – anche qui è quella entità aliena di solito definita “formaggio per pizza”, ma l’impasto è ottimo e i condimenti generosi.

calzone integrale dentro, margherita fuori, Origano, Roma

pizza integrale ortolana, Origano, Roma

Il servizio, affidato a giovani ragazzi (intendansi comprendenti le ragazze, please), è cordiale, sorridente e attento. E’ un posto in cui – se si ha il giusto spirito – si sta bene, sentendosi simpaticamente turisti nella propria città. A volte anche questo diverte e alleggerisce; la frequentazione è la più varia, ma viva la diversità, i colori, gli accenti, le bizzarrie!

Insomma, anche basta con questo stare sempre imbalsamati con la faccia da intenditori intransigenti frequentando solo i posti blasonati – pena l’indignazione, il disgusto, l’isolamento sociale.

Proviamo qualche volta a prenderci meno sul serio, se no si diventa pesanti e – molto peggio! – si rischia di non trovare mai e poi mai una cavolo di pizza napoletana integrale.

Origano Campo de: Fiori è qui