Eccoci di nuovo a parlar di musica, perfino di alto livello (ché sennò qui manco staremmo a perder tempo nell’ascolto, figuriamoci a scriverne. Siam gente seria).
Su Music on TNT potete leggere lo starter pack per chi voglia conoscere meglio Samuele Bersani, gigantesco cantautore di cui vi raccontiamo le… No, niente, andate a leggere :-).
In un gradevole sabato pomeriggio settembrino i vostri eroi del bello e del buono han partecipato ad un evento che può definirsi unico senza la preocupazione di spararla grossa.
Intro – L’orto botanico, Roma, il vigneto Italia
La premessa per contestualizzare l’evento è una parte rilevante dell’evento stesso e porta con sé parecchie cose su cui riflettere.
Il vigneto Italia è un’idea di Luca Maroni, personalità tra le più note nel mondo del vino italiano (a lui si devono le guide “Annuario dei migliori vini italiani“, per esempio, ma anche molte attività che spaziano dalla filosofia produttiva all’analisi sensoriale fino alla divulgazione per diverse tipologie di pubblico). Con la collaborazione dell’Università La Sapienza di Roma, nel 2018 un angolo in disuso del fantastico Orto botanico di Roma, meta sulla cui sottovalutazione andrebbe scritto un libro, è stato scelto per far nascere un unicum in termini di biodiversità: 155 varietà di uve a racchiudere tutta l’Italia in poche centinaia di metri quadri, racchiusi a loro volta tra un tratto di mura aureliane e Trastevere.
Parentesi: Con le vigne circondate da muretti a secco i francesi han tirato fuori la suggestione dei Clos. Andrebbe capito cos’altro serva -oltre ad esistere- all’Italia, o anche solo a Roma, per promuovere qualità e valore quando ad esempio si ha uno straordinario vigneto in centro con “muretti” (aureliani) un filino più vecchiotti. Chiusa parentesi.
Insomma, qualcosa di unico si dice che lo abbiamo spesso a portata di mano senza farci troppo caso; che questo a Roma sia dimostrabile in vario modo è ulteriormente chiarito dal vigneto Italia.
Le viti sono gestite secondo scelte che guardano alla biodinamica; non sappiamo a quali livelli arrivino le pratiche in vigna e probabilmente non si è al cospetto di estremismo da “naturali”, ma insomma siamo oltre il biologico. Direi che qui va bene così, un po’ perché di fatto si tratta di una sorta di museo vivo più che di vigneto appositamente destinato a produrre bottiglie da vendere, un po’ perché tutto intorno non è che si stia proprio a contatto con la più pura delle arie e quindi non complicare ulteriormente le cose mi pare una bella scelta. Naturalmente, negli anni difficili, difficile con questa impostazione è anche far vino, tant’è vero che quest’anno la peronospora qui ha di fatto annullato la produzione. Lo scorso anno invece con l’uva prodotta si è arrivati a 600 bottiglie da mezzo litro, 300 di rosso e 300 di bianco.
Il vino
Eccoci qui, assaggiatori di questo bianco e questo rosso. Diciamo che già al racconto introduttivo capiamo di dover avvicinarci alla degustazione resettando un tot di film mentali che consuetamente partono assaggiando: qui parlare di monovitigno, blend, uvaggi, percentuali, territorio è mancare del tutto il focus, che sta altrove fin dalle fondamenta: 79 vitigni per il bianco, 76 per il rosso, in entrambi i casi includendo tutte le regioni italiane. Per quanto mi riguarda mai bevuto nulla di simile quantomeno per composizione.
Com’è andata?
Fossi stato coinvolto in un indovinello senza conoscere alcunché del vino, per il bianco avrei intuito un sauvignon con un accenno di malvasia, per il rosso una sorta di incontro tra aglianico e barbera con un legno non invasivo ma presente a tenere assieme il tutto. Entrambi con quell’aria un po’ ruffiana che danno intenzionalmente i vini prodotti per restituire piacevolezza ed equilibrio formale, magari a fronte di qualche perdita di personalità. Per quanto mi riguarda, quindi, due vini assolutamente gradevoli, certamente corretti, a cui (qui avrei indovinato ma non avrei mai immaginato il motivo, cioè più di settanta uve in un sorso) manca un po’ la caratterizzazione, la peculiarità che ti fa ricordare una bevuta rispetto ad altre.
Intorno al vino – dal calice al futuro
Un evento del genere, per il pomeriggio in sé e per il progetto di anni che gli sta attorno, rende chiaramente il mio assaggio ancor più irrilevante del solito. I temi, infatti, qui sono davvero tanti e si presentano tutti assieme in un attimo.
Guardiamo anche solo il prodotto finale: si sta dimostrando che, nel centro quasi esatto di una tra le metropoli più rilevanti al mondo, si può fare un ottimo vino, condurre una vigna, farlo con metodi sostenibili.
Da lì però si parte e non si sa dove si possa arrivare.
Roma ha un suo vino. Naturalmente parliamo di un esperimento, di un vino-evento, di un’installazione vivente, perciò il fulcro non lo terrei sul chilometro zero, perché qualche considerazione d’altro tipo viene da sé senza sforzi e non riguarda solo queste due bottiglie stra-ordinarie. Una città che ospiti una degustazione del genere, tra musiche romanesche e venticello, tra agronomi che raccontano il lavoro e passeggiate, tra la ricerca scientifica e una clamorosa galleria d’arte antica affacciata su quella ricerca, è una colossale matrioska di meraviglie consecutive, una valigia dell’attore con mille maschere, un caleidoscopio di cultura, arte, divertimento e curiosità senza pari.
Da troppo vicino certe cose non si vedono bene, si sa. Allora guardiamo dall’alto: un chilometro quadrato -nel centro dei desideri di ogni viaggiatore- contenente un fiume, un colle verdeggiante, la movida, una cucina da godere, piante da tutti i continenti, secoli di pittura eccezionale, una villa che toglie il fiato, una monumentale fontana con un panorama che incanta, chiese e chiostri imperdibili… e ora due vini.
Non esiste nulla di simile al mondo; c’è da far impazzire chiunque cerchi altro da sé.
Qui c’è un futuro da inventare, a vederla in positivo, perché altrimenti, con occhio un po’ critico, proprio all’ingresso di questo miracolo di giardino che ospitava il miracolo dell’evento, turisti ben informati su Roma e su quel che avrebbero voluto vedere in città erano lì a chiedersi se valesse la pena entrare, cosa ci fosse poi di così particolare in un luogo che, sul piano della comunicazione turistica ma anche al cospetto dei suoi concittadini, non sa presentarsi a dovere -e figuriamoci se sappia presentare l’evento, ben organizzato da Senseventi di Francesca Romana Maroni in una due giorni arricchita di banchi d’assaggio, artigianato di qualità, visite guidate e appuntamenti nel parco-.
Il punto, insomma, non mi pare di nicchia né ozioso, né da vincolare all’evento in sé, che però del punto è un rappresentante perfetto. Per chi l’ha visto e per chi non c’era, diceva il poeta.
Per chi l’ha visto
Qui all’orto botanico, in questo pomeriggio è arrivato, entrando senza indugi, chi segue il mondo del vino, chi per caso aveva programmato proprio per quel giorno un bel momento coi figli da far camminare nel verde, chi conosce ed ama quel posto a cui dedica un saluto periodico. Quel che è accaduto, però, per chi l’ha cercato e per chi se lo è fortunosamente trovato, è una sorta di piccola grande celebrazione laica della storia e del futuro di una città che, nelle solitissime mille contraddizioni di cui ama dotarsi da sempre, sembra poter nutrire di bellezza infinite generazioni umane.
Per chi non c’era
Chi non è entrato, con tutta probabilità perché non ne sapeva nulla, ha perso qualcosa di assolutamente unico che, per esser goduto, richiedeva dieci euro, quelli che la metà dei passanti ha speso qualche decina di metri dopo per bere con esiti un po’ diversi per gusto e olfatto. Nulla in (de)merito si può attribuire a un’organizzazione che anzi, lo ribadiamo, ha promosso l’evento con professionalità ed efficacemente; il tema è istituzionale e in molti sensi politico, e riguarda la direzione che si vuol dare al futuro: a quello del turismo urbano, a quello dei cittadini, a quello della città e… al futuro in sé.
Evento splendido. Complimenti a Luca Maroni, narratore non banale e capace di ottenere ascolto da una platea certamente eterogenea, e all’organizzazione.
Dateme retta è stato (è stata, sono stati, siamo stati) a Sofia, capitale della Bulgaria.
I motivi hanno natura legata al carattere dei vostri bloggatori preferiti; si va a conoscere quel che non si conosce. Siccome questa è banalmente la spinta per la quasi totalità dei viaggi turistici direi di non indugiarci su oltre. Quel che invece ci preme raccontarvi, proseguendo magari prossimamente con un post di maggior dettaglio su quanto visto bevuto mangiato, è una serie di caratteristiche omonime, cioè per l’appunto caratteristiche di Sofia. Andarci avendone consapevolezza sarà qualcosa per cui ci ringrazierete.
Camminare
Un mestiere che a Sofia non presenta dei fuoriclasse è quello del piastrellista: i marciapiedi sono, al netto di alcune strade centrali e molto frequentate, un pericoloso patchwork allucinato che, durante il tuo cammino, ti fa entrare via via in un incubo distopico in cui ogni passo a venire si complica rispetto ai precedenti, richiedendo sempre maggiori attenzioni: – prima manca una mattonella, una tessera, una piastrella – poi eccone una che in diagonale si arrampica verso la successiva – ecco a seguire un tubo la cui estremità fuoriesce dal terreno in luogo delle suddette attese piastrelle – ovunque, intorno, si è circondati da tombini piazzati sistematicamente 4-5 cm più su delle suddette suddette piastrelle – la variante livello pro del precedente punto per i più sgamati presenta i tombini a coppie, naturalmente non allineate in altezza. Superando lo scoglio si giungerà a formazioni di tombini più articolate. Resta da verificare ma, probabilmente, ripercorrendo il marciapiedi al contrario e calpestando ogni tombino si udirà un messaggio satanico – intorno a tali formazioni tombiniche, talvolta disposte ad atollo, troviamo in genere altri tombini, ad altezze differenti da quelle vicine e comunque dalle suddette suddette suddette piastrelle. Dal numero di tombini e dalla frequenza con cui ogni marciapiede ne esce adornato vien da ritenere che sottoterra passino in parallela lunghezza corrente, gas, fibra, acqua, fognature, riscaldamento a pavimento, probabilmente latte, birra, corrispondenza cartacea, medicinali, derrate alimentari, consegne di acquisti online, dispacci istituzionali, microfilm, droga, particelle accelerate, canalizzazioni libere per progetti futuri. Non c’è altra spiegazione
Shopping
Molti negozietti storici o scantinati, spesso in strade magari più vecchiotte ma non sempre secondarie, hanno accesso seminterrato, circa 50-100 cm sotto il livello della strada. Gli scalini per accedere sono interni NON al perimetro del palazzo, ma al piano di calpestio. In altre parole i marciapiedi hanno ogni tot metri un buco improvviso di un metro per due, ecco. Senza alcuna protezione, senza alcun avviso, senza alcun segnale.
Di giorno la cosa si limita ad essere pericolosissima; di notte se ti va di culo continui a camminare scendendo i gradini stupito perché ritenevi di essere in pianura; se la fortuna volta le spalle si passa a complicazioni cliniche o morte.
Interagire
I Bulgari con la testa fanno sì per dire no e no per dire sì. Ci si ride sopra, però poi quando all’apparenza ti negano ogni richiesta anche basica ci resti male per alcuni secondi.
Shopping, reloaded
Tornando ai negozi, è importante parlare delle loro porte. Anzi, no: parlare delle loro porte è fondamentale. Esse sono: – con apertura verso l’esterno – in vetro – senza cornici, quindi del tutto invisibili al netto della grande maniglia. Nota: la grande maniglia è quasi sempre in vetro – tenute perlopiù aperte
La probabilità di lasciare ai bulgari un’impronta della fronte per il nostro semplice camminare è altissima.
Trasporto pubblico
I tram, efficientissimi e numerosi, hanno spesso fermate in mezzo alla strada. Non in senso lato: proprio letteralmente. In mezzo. Non c’è banchina, non c’è segnale in terra, non c’è avviso per gli automobilisti della corsia immediatamente a destra del tram che procedono nella sua stessa direzione; sì, quella corsia lì, cioè il punto esatto in cui metti i piedi scendendo. Semplicemente, tutto funziona. Tu scendi, finisci al centro di un viale in cui le auto sfrecciano serene a 70-80 all’ora e queste ultime capiscono, vedono il tram rallentare, sanno che esso secernerà genti e si fermano prima della coda del tram.
Nutrirsi
Al ristorante ciascuno dei piatti ordinati arriva in tavola quando è pronto. Che l’ordinazione complessiva sia una è irrilevante.
Punto. È un principio immutabile. Se tre commensali chiedono piatti con tempi di preparazione rispettivamente di 2, 16, 45 minuti il primo mangerà da solo, il secondo pure, il terzo pure. È così e assolutamente nessuno ci trova qualcosa di strano. Buono per le brigate in cucina.
Verde
I parchi sono ovunque. Ovunque.
Ogni piazzetta ha un parco, ogni parco ha un numero di panchine bastevole per supplire all’eventuale chiusura dei due parchi più prossimi, ogni panchina è pulita e accogliente. Nei parchi troverete mezza città: chi ci lavora, chi gioca a pallone, chi chiacchiera; insomma, solite cose ma le troverete pure alle dieci di sera. Lungo le stradine dei parchi ci sono fiori coloratissimi piantati ovunque, irrigatori a goccia, giardinieri, aiuole, baretti. Talvolta troverete panchine disposte una di fronte all’altra: è consuetudine che due amici le usino così e le nostre indagini a campione hanno stabilito che le ragioni sono confidarsi segreti o giocare a dama.
I parchi sono una oggettiva meraviglia di questa città.
Leggere
L’alfabeto è il cirillico, ma se impari le corrispondenze tra i caratteri cirillici e i nostri il bulgaro scritto diventa largamente più comprensibile di un dialetto che hai a 300 km da casa tua.
Statua
La statua di Santa Sofia, che all’incrocio di cardo e decumano identifica il centro cittadino e la capitale tutta, è veramente veramente veramente brutta; la cosa è del tutto condivisa e a tutti va benissimo così.
Cari affezionati lettori (se non siete affezionati parliamone, perché la cosa sarebbe invece consigliabile), il vostro blog largamente preferito è stato ad un concerto bello, ricco in grazia e sorrisi, con tanta musicalità e… ninte, la chiudiamo qui ma la riapriamo qui, su Music on TNT: leggete!
Saremo qui brevi: abbiamo visto un concerto davvero notevole di un musicista che… che… ma scusate, sarà mica che non conoscete Jeff Berlin?
Ok, ora lo sapete.
Insomma, vediamo di dar seguito a quanto detto e quindi di esser brevi: c’è una webzine che è nostra amica, ma amica amica, eh? Tant’è vero che uno di noi ci scrive sopra dal 1999… Quando internet era scritto a mano dal monitor di pazienti monaci laici… ok, non staremo a dilungarci su questi aspetti proprio in un articolo che abbiamo introdotto come breve.
A stringere: nella webzine amica amica amica nostra si parla di musica. Nello specifico si parla del concerto che Jeff Berlin ha tenuto a Roma, all’auditorium Parco della musica. Ecco: vi suggeriamo caldamente di leggere com’è andata, soprattutto perché è andata parecchio bene!
Clicca qui per non vincere alcun premio. Garantito. Però cliccando scoprirete un bel posto per conoscere qualche nuovo o vecchio artista in un modo magari diverso dal vostro. Vale sempre la pena, no?
Ah, la webzine amica amica amica nostra si chiama Music on TNT!
Bracciano è un borgo di quelli a cui si addice il classico “da visitare”, con vicoli, scalette, piccoli negozi e una vista sul lago che lascia ricordi nitidi perfino rinunciando ai selfie. A camminare, si sa, viene fame, ma capita pure gente come noi che viene qui apposta per mangiare in un posto da conoscere e quindi, già che c’è, cammina pure.
Nel centro del centro c’è una piccola bottega, vista da fuori, che dentro è un’esperienza di cibo e incontri. Ci viene spontaneo come certe erbacce dire che Sara -a cucinare- e Giovanna -ai tavoli- sono uno dei motivi per cui venire qui.
Si entra. Il locale è piccolo ma accoglie perché è stato evidentemente concepito per farlo: i pochissimi tavoli vanno in profondità per una striscia di qualche metro sulla sinistra, un bancone con sgabelli li separa -intenzionalmente poco- dalla parte destra, che è tutta cucina. Non è soltanto ascoltare i suoni del lavoro di preparazione, ma anche poter chiacchierare con la cuoca (“non sono chef, faccio la cuoca”) dei piatti, dell’idea che c’è dietro, di quel che nasce sul momento discutendone magari di qua con Giovanna che estende a Sara quando l’argomento si fa coinvolgente.
Entrambe sanno essere discrete col tavolo che in qualche modo suggerisce di farlo, ma il loro entusiasmo non va confuso semplicemente coi casi in cui si scrivono nelle recensioni cose come “servizio informale”: è qualcosa di intrinsecamente diverso, è d’anima, c’è il gusto di scambiarsi impressioni e parole perché una giornata “necessariamente” a contatto con gli altri passata così è più piena e ricca. Allora ecco che ci si trova a parlare di ingredienti, sapori, esperienze, cotture, assaggi non per far convivio tecnico (ambito in cui peraltro lo scrivente non sarebbe all’altezza) ma per amore di terra, lavoro e gusto, per godersi la bellezza di un momento condiviso che riguarda il mangiare e bere.
Direi che i piatti in dettaglio non ve li raccontiamo. Il menù è corto e variabile, la filosofia e gli intenti che stanno alla base di questo posto prima ancora delle fondamenta del suo palazzo sono cura per una materia prima cercata con determinazione ma non obbligata dalla ricetta ad essere questo o quello. Le erbacce nel nome sono… erbe, spontanee, selvatiche, dall’orto, trovate da un produttore vicino, scoperte da poco, trasformate attraverso il loro utilizzo per farne ripieni, contorni, abbinamenti, salse e quant’altro la loro sostanza inviti a creare.
I risultati sono splendidi. Nelle preparazioni c’è sicuramente attenzione e tecnica, nonché un gusto estetico su forme, colori e abbinamento materiale col piatto di servizio, ma nessuna delle diverse portate arrivate al tavolo da quattro ha avuto con sé una qualche pur minima prosopopea, solennità, velleità formale nella presentazione a voce o nell’impiattamento. È, questo, un equilibrio parecchio delicato, perché la rispondenza tra le intenzioni di cucina e di proposta e la resa in tavola è fatta di mille fattori e qui succede soltanto che la passione per un mestiere non semplice finisce dritta sul piatto, condivisa senza aggiungere, senza condimenti o parole ridondanti.
Le carni sono di allevamenti vicini, così vicini che si conosce bene non solo il produttore ma pure l’animale diventato cibo. È una catena in cui ogni anello viene rispettato il più possibile.
Durante il pranzo può capitare di scorgere Sara che, dalla cucina, lavorando cerca di captare sensazioni e commenti ai piatti. Se c’è modo e tempo è lei stessa a fare quattro passi (numericamente forse dieci) per venire al tavolo a chiedere opinioni e confrontarsi coi clienti. Personalmente l’ho ascoltata a confrontarsi con grande umiltà ed empatia anche con un cliente della categoria “questo piatto è un po’ strano perché a me piace come l’ho mangiato a <segue luogo esotico a sufficienza da evocare verità assolute>”. Questi sono gli stress test che mi fanno riconoscere le persone di valore, attraverso lo stile con cui sanno stare al mondo.
Giovanna racconta con sorridente rigore i piatti e il motivo per cui son fatti come son fatti. La scelta del vino con lei è un altro momento divertente, a dimostrare che la professionalità e la competenza non devono essere per forza roba pesante e che con le cose belle è bello giocare.
Si va via contenti e con la voglia di tornare presto, si spende una cifra giustissima per quel che si mangia e per come lo si mangia. Il vino ha ricarichi sensati.
Un plus per chi capiti di passaggio e magari senza il tempo o la voglia di sedersi al tavolo: vari piatti vengono anche offerti a portar via, e se siete in zona non c’è nessuna ragione per cui possiate perdervi per esempio la focaccia alle erbe. Proprio nessuna.
Ci sono serate che sono inneschi, ripartenze, passaggi. Complici gli amici più saggi di me, eccomi spettatore di un evento ricorrennte per tutti e per ciascuno unico, un compleanno. La festeggiata è Mariella Nava, autrice, pianista e interprete di cui non occorre qui raccontare il grande valore. I suoi “birthday concert” (non credo che li chiamerebbe così…) sono sere attese e vissute da chi la ama con gioia, trasporto ed entusiasmo riservati solitamente ad artisti più appariscenti o proprio agli amici, quelli storici che abbiamo; l’atmosfera che si è creata -e che immagino felicemente simile nelle feste precedenti- è in sé un ulteriore motivo per esserci e volerci tornare.
Il luogo della festa è un piacevolissimo live club ma anche una piccola ambasciata calabra del cibo a Roma, accogliente e gustosa per simpatia dello staff e… menu: L’asino che vola.
Che bellezza.
Mariella è su un lato del palco, che da destra a sinistra vede lei, la tastiera, Sasà Calabrese al basso elettrico, Salvatore Cauteruccio all’a’accordion e Roberto Guarino alla chitarra acustica. A voler fare il critico musicale una prima bella cosa da dire è che insieme compongono un risultato efficace, compatto, ben suonante nonostante io fossi in una curiosa posizione come alcune foto chiariscono.
Resterei per un attimo ancora sugli aspetti più squisitamente musicali perché questo concerto e questa musicista lo meritano: sono un fessacchiotto, perché da trent’anni circa ogni volta che sento un suo brano ne resto colpito, talvolta affascinato, altre volte emozionato ed altre ancora interessato tecnicamente… e poi mi ritrovo a non aver mai approfondito come mi avrebbe fatto bene fare. Certe sere però sono ripartenze, si diceva, e quindi si fa sempre in tempo, no? Fessacchiotto ma con l’orizzonte davanti, mica robetta.
Dicevo, restando sui contenuti, che a rendere questo concerto vivo e vitale ci sono canzoni -molte ovviamente note a tutti- che arrivano regalando subito la percezione di una sincerità che le guida. Hanno dentro un gusto di scoperta a cercare e trovare dove si può la parola in più, quella magari successiva alla prima ispirazione, che ti fa entrare da una porta non nascosta ma laterale e prendere aria quando sei dentro. C’è tanta tanta tensione verso la melodia e il desiderio di farla viaggiare con le parole urlando dove serve, sorvolando gli accordi dove un ritornello può sembrare vento e farti quasi aprire le braccia mentre lo canti anche tu. E’ una miscela magica che funziona anche per motivi solidi e poco magici (o molto, ma tangibili) come il mestiere di scrivere, l’intenzione costruttiva di giocare con le armonie a portarsele su e giù per sollevare emozioni. Cosa che dal vivo riesce a Mariella in modo davvero diretto, con una voce vicina, calda e attaccata a quel che dice, con un pubblico a conoscerla e festeggiarla in due ore e mezza piene di sorrisi. Lei si sente forse quasi a casa, racconta, scherza, fa scivolare il tempo lungo il piacere di godersi canzoni messe su con cura.
C’è la torta, ci sono gli ospiti ad alternarsi, si tocca la sensazione che tutti, sul palco e sotto, vogliano stare bene prima ancora che ad un concerto. Di live belli o molto belli ne ho visti a dozzine, ma respirare un’aria così buona non è semplice, per cui, mentre ringrazio ancora gli amici saggi che hanno restituito a nuova bella musica un fessacchiotto, ringrazio pure Mariella Nava, che mi ha offerto verità, pienezza, carattere e una fetta di ottima torta.
Che bellezza, dicevo sopra. Adesso pure qui sotto.
Amici che ci leggete un po’ da dove vi pare, siamo stati per voi, per noi, per tutti ad ascoltare uno tra i più famosi trombettisti nazionali (diciamo nei primi tre per fama, dà) all’auditorium Parco della msica di Roma, per un live che era anche la presentazione di un album dedicato a Stevie Wonder, essere superiore che qui pacatamente definiamo senza girarci attorno uno dei più grandi geni della musica popolare.
Sul palco Bosso, come sempre sorridente e comunicativo col pubblico pur nel suo modo tranquillo e misurato, era in versione quartetto + ospite, con Julian Oliver Mazzariello al piano acustico ed elettrico, Jacopo Ferrazza al basso acustico ed elettrico e Nicola Angelucci alla batteria acustica e… no, niente, solo acustica. In più momenti l’ospite di cui sopra ha apportato un contributo notevolissimo in termini di musicalità, ricchezza e colore, e la cosa non stupisce visto che si è trattato di Nico Gori, che al sax e al clarinetto ha dato ancora una volta la prova che, quando dallo strumento si fa uscire musica comunicativa, l’artista può far dimenticare perfino che nel frattempo ha fatto cose tecnicamente rilevantissime, può riuscire a far diluviare applausi per la sua musica e non perché sia un fuoriclasse, nonostante lo sia. Si tratta di una qualità rara ma, forse proprio per questo, fisicamente percepibile quando si manifesta, sempre attraverso le note.
In un’ora e mezza di set le emozioni ovviamente con Stevie Wonder a guidare e questa lineup a suonare non sono mancate; il gruppo ha saputo rendergli omaggio con rispetto anche quando ha scelto di allontanarsi un po’ dal ricordo specchiato dell’originale. Le trasposizioni jazz dalla cosiddetta musica leggera han prodotto sicuramente molta bellezza ma anche un elevato numero di mostriciattoli, perché alterare una materia notissima al pubblico significa camminare sul filo del rasoio e averne consapevolezza è parte del mestiere di “musico”. Qui il livello non lasciava dubbi, ma aver ascoltato la conferma è stato bello.
Qualche perplessità riguarda questioni che in realtà partono paradossalmente proprio dal trovarsi ad ascoltare un bel quartetto che suona compatto e molto piacevolmente: La premessa infatti è assolutamente positiva: Bosso è un fiume di note ma non perde mai la bellezza del timbro, nitido e privo di spigoli se non quando intenzionalmente vuol mordere: Mazzariello ha leggerezza e dinamiche, la sezione ritmica funziona venendo penalizzata solo da un’acustica poco efficace che mette in secondissimo piano il basso e avvicina sonicamente i colpi sul rullante a quelli contro un bidone riverberato. Il punto però non è stato questo inconveniente: il punto è che, un po’ troppo spesso, sia Bosso sia Mazzariello partono da belle idee ma tendono a scivolare in consuetudini, in giochi di scale o frasi ripetute, in pattern melodici su variazioni armoniche, scelte che in qualche caso spostano l’equilibrio dei molti momenti di assolo (non troppi; molti) verso l’esercizio di stile, che -per esser chiari- è pur sempre eseguito a livelli alti, ma rischia di varcare il confine oltre il quale si può diventare leziosi. La cosa, ripeto, dispiace proprio perché il gruppo suona bene insieme, la musica è compositivamente quel che sappiamo e viene trattata con cura… insomma, è una sbavatura che arriva proprio per differenza con quanto il resto fili liscio. In questo senso, come si diceva sopra, Nico Gori aggiunge esattamente qualcosa in direzione opposta, con una intenzione melodica forte al punto da sovrastare le migliaia di quelle stesse note suonate fluide, morbide, con una cifra che per certi aspetti è affine proprio a quella di Bosso, con cui l’incontro ci appare certamente felice.
Si esce contenti, per un live che -al netto delle perplessità esposte- conferma la bravura e il successo meritato di Bosso e di un quartetto che sa stare insieme. Non è certo la prima volta che lo scrivente ascolta il nostro dal vivo, ma la voglia di rivederlo presto ed ascoltare nuova musica resta pulita e certa andando via. Il jazz non è morto come qualcuno dice (magari non se la passa benissimo, ma è questione comune a moltissima altra musica e non ne parleremo qui) e le facce sorridenti in uscita erano davvero tantissime.
Trastevere, luogo bellissimo di Roma e dell’anima che però, a più di qualche romano, fa scappare istantameamente qualche parolina subito dopo l’anima suddetta. Per gli anzianotti diciamo croce e delizia e usciamone così, con delicatezza. In questa continua passeggiata tra piccole e grandi meraviglie tra fiume e Gianicolo si può dire che togliersi la fame in qualche modo e in qualunque ora è semplicissimo. Un po’ più di cura è invece richiesta volendo anche un’esperienza di qualità; ancor di più -ma questa è proprio la vita, mi sa- c’è da cercare se si vogliono anche incontrare persone belle, con cui diventa bello incontrarsi la volta successiva con la scusa di tornare.
Elisabetta Guagliarone è la padrona di casa; dalla cucina esce quando può e ti racconta quel che fa, con la passione di chi tiene al cosa e al come. Il suo compagno Vincenzo Mancino è da tempo un ambasciatore culinario del Lazio per la sua selezione attenta di prodotti e produttori regionali meritevoli del suo “marchio” DOL (Di Origine Laziale), realtà gastronomica nata a Centocelle e, per farvi una prima idea, visitabile qui. Le materie prime, insomma, sono anch’esse questione di casa, gestite con la consapevolezza e la determinazione di voler arrivare fino al piatto lungo un percorso di cui si conoscono partenza e tappe.
Il menu è divertente, è diretto, non si preoccupa di distinguere tra innovazione e tradizione, né di starci in mezzo o di appartenere a uno dei due estremi. E’ semplicemente il risultato del modo in cui si ragiona a monte: gli ingredienti vengono rispettati perché hanno singolarmente da dire qualcosa, sicché a tavola arriva esattamente la logica conseguenza, arricchita da un colore che solo le passioni sanno dare e che qui è amore per il lavoro che si fa.
Forse il modo migliore per conoscere Elisabetta e la sua cucina è il pranzo contadino, in cui gli antipasti di quella domenica diventano i compagni di tavola arrivando tutti assieme, presentati e spiegati.
La caccia all’aggettivo, quando vuoi scrivere di viaggi così belli tra i sapori, è tra gli sport estremi coi risultati più pericolosamente ridicoli. Evitando perciò di intrattenerci in tale pratica, l’invito che vi facciamo è di prendere una mattina e la curiosità, lasciarvi portare da loro verso Trastevere (e verso Roma per chi chiama da fuori Roma), guardare in su e in giro mentre camminerete, stancarvi un po’ perché magari salirete pure sul colle a guardare la città dall’alto, entrare in questo posto accogliente e godervi un’esperienza che lascia un po’ di sazietà e un po’ di fame in arrivo per la volta successiva che vorrete.
Anagni, luogo dal passato così importante che Elio la definirebbe la terra dei papi… ok, cercate su Wikipedia, qui cominciamo già malino e capite bene che per imparare serve cercare altrove.
Tra le tante cose belle da fare qui… sì, ci si può anche mangiare.
Ci è parso di capire che i posti buoni per mangiare qui non mancano, sicché la scelta non è stata istantanea. La posizione è centralissima, lungo il viale principale, incredibilmente non pedonalizzato -un’assurdità purtroppo consueta sulle cui motivazioni non staremo a spendere parole ora-. La piazza che ospita il ristorante, adibita a parcheggio, ha un bel panorama sulla valle sottostante e invita perciò a guardare dal lato aperto: ecco, per entrare nel ristorante cortesemente voltatevi perché il suo lato è quello opposto.
Uno stretto corridoio che sembra condiviso con altre proprietà vi conduce nella sala al chiuso, ma c’è anche uno spazio aperto, non grande ma molto piacevole, con vista sulla parte superiore della facciata di una chiesa (i paesi che affacciano su una valle, avrete avuto modo di vederlo anche nelle vostre eistenze, tendono a scarseggiare in strade pianeggianti). Arriva il menu e c’è qualche minuto per pensarci sopra e prepararsi domande che diverranno suggerimenti da uno staff preparato e d’esperienza, che quanto a informalità sembra muoversi valutando con mestiere il cliente che ha di fronte.
Gli antipasti combinati proposti in carta sono abbondanti e particolarmente appetitosi; su richiesta viene anche indicato cosa sia locale e cosa no; in generale si avverte che c’è consapevolezza circa la qualità che si intende offrire, e in questo senso il panorama sulle carni è di ampiezza simile a quello della valle sulla suddetta piazza. Da parte nostra la faccenda si è molto positivamente dichiarata appagnate con uno degli antipasti della casa, un’opulenta fettuccina con broccoli e guanciale, una quaglia lardellata e una cicoria, ma davvero l’antipasto è una sequenza notevole di bontà.
Complessivamente la sensazione, anche guardando il passaggio delle ordinazioni altrui, è quella di una cucina che non ha alcuna paura ad esprimersi con personalità e presenza, col condimento che non sta lì nell’angolo a far tappezzeria, ma diciamo che parlando di borghi del Lazio e di una trattoria la collocazione dell’approccio dovrebbe esser già nota. Si va proprio in quella direzione ma con buone materie prime e mano de core, il tutto senza tralasciare che comunque nell’antipasto c’erano per esempio una tartare e un carpaccio trattati con rispetto e misura.
Fa molto molto piacere la possibilità di bere non solo al calice ma anche bene. Questa cosa nelle gestioni delle trattorie diciamo “per tutti” è notevolmente e diffusamente sottovalutata, perché è evidente che non sempre si vuole o può prendere una bottiglia, e non si vede perché si debba per forza planare su uno sfuso spesso non all’altezza del cibo. Questo è uno dei motivi e delle evidenze per cui tornare qui al prossimo giro ad Anagni.
Si va via spendendo una cifra assolutamente corretta, contenti di pancia e di aver conosciuto una realtà ben rodata ed efficace.
Bravi loro. Quanto a noi, ovviamente, questo è certamente un luogo da #datemeretta!