Reggio Emilia 2024: ci è piaciuta!

Quei viaggi in macchina un po’ lunghi che non vorresti fare hanno invece bellezza quando diventano pretesti. Parti da Roma ma ti fermi a Firenze da una coppia di amici belli, riprendi il viaggio e con un’altra ora e mezza sei lì dove volevi arrivare.

Reggio Emilia, nello specifico, ma vale in generale perché funziona, cavolo. Devo ricordarmene al prossimo viaggio lungo. Il viaggio è un pretesto. L’avrà sicuramente detto già qualcuno. Certo poteva dirmelo, ma non starò qui a far polemiche.

Ah, già: Reggio Emilia.

Il centro è un esagono ben definito, comprensibile pure a chi non maneggi alla grande l’orientamento; con qualche grado di rotazione possiamo dire che la via Emilia tagli a metà questo esagono in orizzontale, sicché a misure prese si può scoprire questa cittadina senza pensare troppo alle mappe.

Ci sono atmosfere diverse anche a singoli isolati di distanza. È divertente notarlo con lo sguardo del tutto ignorante del nuovo ospite. Entri da ovest, in una sera infrasettimanale a negozi chiusi, e c’è via via questo passaggio tangibile di cambiamenti; sembra di incamminarsi in un piccolo paese, con la strada curiosamente percorsa perlopiù da persone di origine africana, e proseguendo si comincia ad incontrare qualche architettura più elaborata e qualche italiano in più, senza soluzione di continuità ed entro centinaia di metri. Da est succede una roba simile ma si parte dall’Asia. Bello, tutto cambia in modo fluido e, visto con l’occhio del metropolitano, ravvicinato. Per gli stranieri scopriremo poi che c’è anche una zona nord, più o meno attorno ad alcune realtà che hanno a che fare con l’immigrazione lungo via Roma.

Da destra o sinistra, insomma, si giunge ai negozi dai nomi o dagli aspetti di più alto lignaggio, prestigio o anche solo target. Qui almeno quattro piazze e varie altre piazzette intorno fanno spazio a mercati, chiese, chiacchiere, biciclette, tavolini di altre chiacchiere e bicchieri, rumore di vita e città. Pochissime auto -evidentemente autorizzate- transitano non spesso, sicché il più dello spazio è lasciato ad aria, luce e volumi per gente e pedali, in un camminare che anche da turista si immagina facilmente molto vivibile pure per chi qui venga a lavorare.

Di musei, cose da fare e quant’altro vi parlerà senz’altro qualunque pezzo di internet. A noi ha divertito molto l’atmosfera che il festival della fotografia europea sa creare in tutta la città
– molto interessante e ricca la mostra su Ghirri, ben esposta ai Musei civici
– per certi versi (quelli di un turista, per esempio, ma anche di una vista dei luoghi più alta) è davvero articolata e bella la parte “off“. Teoricamente è fuori dal circuito standard delle esposizioni in cartellone, ma in pratica è sparsa ovunque, come se il programma di base fosse nei tanti cuori pulsanti delle sedi più grandi e le strade cittadine fossero tutte arterie di immagini. I tantissimi rettangoli rosa del festival che colorano negozi, portoni e quant’altro segnalòano la presenza di foto da vedere all’interno e riempiono le vie di punti interessanti, regalando curiosità secondo me anche a chi non abbia la fotografia tra le passioni. Un progetto particolare, curato e illustrato con entusiasmo e competenza, l’abbiamo visto alla galleria Spazio C 21, che consigliamo di visitare a prescindere.

Che si mangi e si beva bene diciamo che non servirebbe dirlo, ma anche qui possiamo fare nomi:
caffè: atmosfera sorridente anche a pieno ritmo di servizio all’Esagono caffè, che ovviamente e non secondariamente citiamo perché il caffè ci è piaciuto molto
erbazzone: è chiaro che venire qui comporti mangiarlo, quindi ne abbiamo provati alcuni. Suggeriamo Antica bontà
bistrot: se è anche questa l’atmosfera che vi piace talvolta trovare, restando comunque anche sul territorio nelle proposte del menù, un bel posticino è Matilde Bistrot
– Se per dormire o per altri motivi vi trovate a passare in zona nord, diciamo verso la nuova stazione dell’alta velocità (ma in ogni cao a 4 minuti dal centro), buone birre accompagnate da buon cibo, tra cui il cavallo pesto, le trovate al Rebus Pub.

Datece retta…

Bar Caffetteria 3 Pini a Pozzilli, o dello star bene quando ci sono i pensieri

(ndr: Ho chiesto all’AI in vari modi una rappresentazione di questo bar e ne vedete una qui in testa, ma no, nel 2024 l’AI non coglie cosa sia un bar di provincia e non mi fa contento in alcun modo, sicché andiamo oltre)

Pozzilli è un paese che, purtroppo, nel Molise e fuori dice qualcosa a qualcuno perlopiù se i motivi non sono belli.

C’è la Neuromed, clinica il cui nome basta per capire che la fortuna è non conoscerla, non perché abbia demeriti ma perché non ci si viene a prendere semplicemente una Tachipirina, ecco.

Succede quindi che, per chi accompagni qui qualcuno a causa dei suddetti motivi, si abbia poi qualche mezz’ora o qualche ora di intermezzo tra gli impegni previsti. Si passeggia un po’, piazzetta, chiesa, qualche negozio e insomma solita camminata in uno dei tantissimi paesi d’Italia.

Appena più distante (se di distanza si può parlare quando non si sta più a venti metri dall’ospedale perché son trascorsi altri due minuti di passi) c’è un bar, che ancora una volta è da fuori uno dei moltissimi bar dei moltissimi paesi d’Italia. Due sedie fuori, un’insegna, un’introduzione semplice che però, soprattutto in certa provincia nazionale, significa qualcosina in più per chi ci abita attorno.

In questo caso è il bar 3 Pini.

All’interno c’è una titolare che ti accoglie sorridendo, pure se diluvia e quindi non è che la giornata sia proprio ricca per lei di soddisfazioni lavorative. Fuori vento e pioggia a complicare i pensieri e bagnare punte di nasi; dentro si sta istantaneamente già meglio.

È un piccolo bar, dicevamo, e ci si trovano le cose che in un bar ci si aspetta di trovare. Un cappuccino caldo, nello specifico, era il conforto basico ma importante che tra i pensieri di cui sopra poteva stemperare freddo e umore.

Siccome però in questo blog siamo gente magari puntigliosa che certe cosine le nota, siamo pure gente che nota certe cosine belle, e qui il cappuccino, che pure era buono, abbondante, cremoso e non un latte macchiato travestito, è diventato personaggio secondario.

Scambiare due parole, lungo quella mezz’ora in cui la solitudine ti fa una compagnia un pelino invadente e poco desiderata, accompagna il cornetto che accompagna il cappuccino, con la radio che nel frattempo è capace in una canzone di portarti altrove, una finestra affacciata su un panorama inatteso… tutte queste cose qui e qualcos’altro ma con il famoso plus: parlare con qualcuno che tanto sa benissimo perché sei lì, il che significa per te pure la libertà di non doversi sfogare -ché pure quella è una catena se te la senti stretta sul collo-, avvertire la presenza di uno spazio nel quale puoi pure ascoltare, conoscere la vita di quel luogo, le difficoltà e le cose che vanno bene, giornate o scelte che scorrono in modo diverso dalla tua, qualcosa magari da imparare per quel viaggio di ritorno, una piccola lezione di storia recente di un territorio di cui sai zero.
E poi parlare, anche, ma rinfrancato da uno spostamento di orizzonte che ti riporta tra gli altri, in mezzo a tutte le vite con la tua, più sereno e leggero a poter dire e far dire.

Il cappuccino era ottimo ed è pure costato poco, se proprio dobbiamo metterci una recensione dentro, ma penso vi sia chiaro che il calore ricevuto non veniva da lì. D’altra parte quando le cose girano così non stai cercando un cappuccino né un cornetto: stai cercando un posto in cui star bene, Ecco: trovato. Però ha anche il cappuccino buono.

Ora: consigliarvi un bar in un luogo che sarebbe bene non frequentare vista la ragione per cui lo si fa… Come dire, non ve lo auguro ma ve lo suggerisco.
Più in generale, però, è bellissimo pensare che in Italia possano esistere potenzialmente migliaia di posti semplici che all’ingresso sembrano bar e all’uscita son diventati benzinai dell’anima, grazie a persone come una titolare che ti serve un cappuccino sul banco e tutto il resto intorno.

Ah, già: il bar è qui

Sofia (Bulgaria), 2023: unboxing

Dateme retta è stato (è stata, sono stati, siamo stati) a Sofia, capitale della Bulgaria.

I motivi hanno natura legata al carattere dei vostri bloggatori preferiti; si va a conoscere quel che non si conosce. Siccome questa è banalmente la spinta per la quasi totalità dei viaggi turistici direi di non indugiarci su oltre. Quel che invece ci preme raccontarvi, proseguendo magari prossimamente con un post di maggior dettaglio su quanto visto bevuto mangiato, è una serie di caratteristiche omonime, cioè per l’appunto caratteristiche di Sofia. Andarci avendone consapevolezza sarà qualcosa per cui ci ringrazierete.

Camminare

Un mestiere che a Sofia non presenta dei fuoriclasse è quello del piastrellista: i marciapiedi sono, al netto di alcune strade centrali e molto frequentate, un pericoloso patchwork allucinato che, durante il tuo cammino, ti fa entrare via via in un incubo distopico in cui ogni passo a venire si complica rispetto ai precedenti, richiedendo sempre maggiori attenzioni:
– prima manca una mattonella, una tessera, una piastrella
– poi eccone una che in diagonale si arrampica verso la successiva
– ecco a seguire un tubo la cui estremità fuoriesce dal terreno in luogo delle suddette attese piastrelle
– ovunque, intorno, si è circondati da tombini piazzati sistematicamente 4-5 cm più su delle suddette suddette piastrelle
– la variante livello pro del precedente punto per i più sgamati presenta i tombini a coppie, naturalmente non allineate in altezza. Superando lo scoglio si giungerà a formazioni di tombini più articolate. Resta da verificare ma, probabilmente, ripercorrendo il marciapiedi al contrario e calpestando ogni tombino si udirà un messaggio satanico
– intorno a tali formazioni tombiniche, talvolta disposte ad atollo, troviamo in genere altri tombini, ad altezze differenti da quelle vicine e comunque dalle suddette suddette suddette piastrelle. Dal numero di tombini e dalla frequenza con cui ogni marciapiede ne esce adornato vien da ritenere che sottoterra passino in parallela lunghezza corrente, gas, fibra, acqua, fognature, riscaldamento a pavimento, probabilmente latte, birra, corrispondenza cartacea, medicinali, derrate alimentari, consegne di acquisti online, dispacci istituzionali, microfilm, droga, particelle accelerate, canalizzazioni libere per progetti futuri. Non c’è altra spiegazione

Shopping

Molti negozietti storici o scantinati, spesso in strade magari più vecchiotte ma non sempre secondarie, hanno accesso seminterrato, circa 50-100 cm sotto il livello della strada. Gli scalini per accedere sono interni NON al perimetro del palazzo, ma al piano di calpestio.
In altre parole i marciapiedi hanno ogni tot metri un buco improvviso di un metro per due, ecco.
Senza alcuna protezione, senza alcun avviso, senza alcun segnale.

Di giorno la cosa si limita ad essere pericolosissima; di notte se ti va di culo continui a camminare scendendo i gradini stupito perché ritenevi di essere in pianura; se la fortuna volta le spalle si passa a complicazioni cliniche o morte.

Interagire

I Bulgari con la testa fanno sì per dire no e no per dire sì. Ci si ride sopra, però poi quando all’apparenza ti negano ogni richiesta anche basica ci resti male per alcuni secondi.

Shopping, reloaded

Tornando ai negozi, è importante parlare delle loro porte.
Anzi, no: parlare delle loro porte è fondamentale.
Esse sono:
– con apertura verso l’esterno
– in vetro
– senza cornici, quindi del tutto invisibili al netto della grande maniglia. Nota: la grande maniglia è quasi sempre in vetro
– tenute perlopiù aperte

La probabilità di lasciare ai bulgari un’impronta della fronte per il nostro semplice camminare è altissima.

Trasporto pubblico

I tram, efficientissimi e numerosi, hanno spesso fermate in mezzo alla strada.
Non in senso lato: proprio letteralmente.
In mezzo.
Non c’è banchina, non c’è segnale in terra, non c’è avviso per gli automobilisti della corsia immediatamente a destra del tram che procedono nella sua stessa direzione; sì, quella corsia lì, cioè il punto esatto in cui metti i piedi scendendo.
Semplicemente, tutto funziona. Tu scendi, finisci al centro di un viale in cui le auto sfrecciano serene a 70-80 all’ora e queste ultime capiscono, vedono il tram rallentare, sanno che esso secernerà genti e si fermano prima della coda del tram.

Nutrirsi

Al ristorante ciascuno dei piatti ordinati arriva in tavola quando è pronto. Che l’ordinazione complessiva sia una è irrilevante.

Punto.
È un principio immutabile.
Se tre commensali chiedono piatti con tempi di preparazione rispettivamente di 2, 16, 45 minuti il primo mangerà da solo, il secondo pure, il terzo pure.
È così e assolutamente nessuno ci trova qualcosa di strano. Buono per le brigate in cucina.

Verde

I parchi sono ovunque.
Ovunque.

Ogni piazzetta ha un parco, ogni parco ha un numero di panchine bastevole per supplire all’eventuale chiusura dei due parchi più prossimi, ogni panchina è pulita e accogliente.
Nei parchi troverete mezza città: chi ci lavora, chi gioca a pallone, chi chiacchiera; insomma, solite cose ma le troverete pure alle dieci di sera.
Lungo le stradine dei parchi ci sono fiori coloratissimi piantati ovunque, irrigatori a goccia, giardinieri, aiuole, baretti. Talvolta troverete panchine disposte una di fronte all’altra: è consuetudine che due amici le usino così e le nostre indagini a campione hanno stabilito che le ragioni sono confidarsi segreti o giocare a dama.

I parchi sono una oggettiva meraviglia di questa città.

Leggere

L’alfabeto è il cirillico, ma se impari le corrispondenze tra i caratteri cirillici e i nostri il bulgaro scritto diventa largamente più comprensibile di un dialetto che hai a 300 km da casa tua.

Statua

La statua di Santa Sofia, che all’incrocio di cardo e decumano identifica il centro cittadino e la capitale tutta, è veramente veramente veramente brutta; la cosa è del tutto condivisa e a tutti va benissimo così.

Erbacce Lab – Bracciano (RM)

Bracciano è un borgo di quelli a cui si addice il classico “da visitare”, con vicoli, scalette, piccoli negozi e una vista sul lago che lascia ricordi nitidi perfino rinunciando ai selfie. A camminare, si sa, viene fame, ma capita pure gente come noi che viene qui apposta per mangiare in un posto da conoscere e quindi, già che c’è, cammina pure.

Nel centro del centro c’è una piccola bottega, vista da fuori, che dentro è un’esperienza di cibo e incontri. Ci viene spontaneo come certe erbacce dire che Sara -a cucinare- e Giovanna -ai tavoli- sono uno dei motivi per cui venire qui.

Si entra. Il locale è piccolo ma accoglie perché è stato evidentemente concepito per farlo: i pochissimi tavoli vanno in profondità per una striscia di qualche metro sulla sinistra, un bancone con sgabelli li separa -intenzionalmente poco- dalla parte destra, che è tutta cucina. Non è soltanto ascoltare i suoni del lavoro di preparazione, ma anche poter chiacchierare con la cuoca (“non sono chef, faccio la cuoca”) dei piatti, dell’idea che c’è dietro, di quel che nasce sul momento discutendone magari di qua con Giovanna che estende a Sara quando l’argomento si fa coinvolgente.

Entrambe sanno essere discrete col tavolo che in qualche modo suggerisce di farlo, ma il loro entusiasmo non va confuso semplicemente coi casi in cui si scrivono nelle recensioni cose come “servizio informale”: è qualcosa di intrinsecamente diverso, è d’anima, c’è il gusto di scambiarsi impressioni e parole perché una giornata “necessariamente” a contatto con gli altri passata così è più piena e ricca. Allora ecco che ci si trova a parlare di ingredienti, sapori, esperienze, cotture, assaggi non per far convivio tecnico (ambito in cui peraltro lo scrivente non sarebbe all’altezza) ma per amore di terra, lavoro e gusto, per godersi la bellezza di un momento condiviso che riguarda il mangiare e bere.

Direi che i piatti in dettaglio non ve li raccontiamo. Il menù è corto e variabile, la filosofia e gli intenti che stanno alla base di questo posto prima ancora delle fondamenta del suo palazzo sono cura per una materia prima cercata con determinazione ma non obbligata dalla ricetta ad essere questo o quello. Le erbacce nel nome sono… erbe, spontanee, selvatiche, dall’orto, trovate da un produttore vicino, scoperte da poco, trasformate attraverso il loro utilizzo per farne ripieni, contorni, abbinamenti, salse e quant’altro la loro sostanza inviti a creare.

I risultati sono splendidi. Nelle preparazioni c’è sicuramente attenzione e tecnica, nonché un gusto estetico su forme, colori e abbinamento materiale col piatto di servizio, ma nessuna delle diverse portate arrivate al tavolo da quattro ha avuto con sé una qualche pur minima prosopopea, solennità, velleità formale nella presentazione a voce o nell’impiattamento. È, questo, un equilibrio parecchio delicato, perché la rispondenza tra le intenzioni di cucina e di proposta e la resa in tavola è fatta di mille fattori e qui succede soltanto che la passione per un mestiere non semplice finisce dritta sul piatto, condivisa senza aggiungere, senza condimenti o parole ridondanti.

Le carni sono di allevamenti vicini, così vicini che si conosce bene non solo il produttore ma pure l’animale diventato cibo. È una catena in cui ogni anello viene rispettato il più possibile.

Durante il pranzo può capitare di scorgere Sara che, dalla cucina, lavorando cerca di captare sensazioni e commenti ai piatti. Se c’è modo e tempo è lei stessa a fare quattro passi (numericamente forse dieci) per venire al tavolo a chiedere opinioni e confrontarsi coi clienti. Personalmente l’ho ascoltata a confrontarsi con grande umiltà ed empatia anche con un cliente della categoria “questo piatto è un po’ strano perché a me piace come l’ho mangiato a <segue luogo esotico a sufficienza da evocare verità assolute>”. Questi sono gli stress test che mi fanno riconoscere le persone di valore, attraverso lo stile con cui sanno stare al mondo.

Giovanna racconta con sorridente rigore i piatti e il motivo per cui son fatti come son fatti. La scelta del vino con lei è un altro momento divertente, a dimostrare che la professionalità e la competenza non devono essere per forza roba pesante e che con le cose belle è bello giocare.

Si va via contenti e con la voglia di tornare presto, si spende una cifra giustissima per quel che si mangia e per come lo si mangia. Il vino ha ricarichi sensati.

Un plus per chi capiti di passaggio e magari senza il tempo o la voglia di sedersi al tavolo: vari piatti vengono anche offerti a portar via, e se siete in zona non c’è nessuna ragione per cui possiate perdervi per esempio la focaccia alle erbe. Proprio nessuna.

Bravissime loro. Voi invece datece retta!

Ah, giusto: stanno qui.

Merceria Spagnulo, storia salernitana

Era il 1904 quando la famiglia Spagnulo aprì la sua bottega, a Salerno. A Via dei Mercanti, inutile dire, in quello che un giorno sarebbe stato chiamato “centro storico” ma che allora era il cuore pulsante della città.

Da romana acquisita quale sono, via dei Mercanti mi rimanda a via dei Giubbonari, via dei Balestrari, via dei Chiodaroli. Quanto mi piacerebbe poter tornare indietro nel tempo, il tanto che serve per vedere quelle strade nel periodo in cui i nomi ne riflettevano la vita reale: il fervere delle attività, il battere dei ferri, il dettaglio di ogni lavorazione, le grida scambiate tra le varie botteghe, le contrattazioni con i clienti.

Fossero stati romani, gli Spagnulo avrebbero senz’altro aperto a via dei Cappellari, poiché anche quello facevano (o meglio avrebbero poi anche fatto, più avanti), cappelli.

Aprirono producendo ventagli: avrei passato le giornate a comprarne, se avessi vissuto allora. Divennero poi anche merceria e cappelleria, e in queste “trasformazioni”, indotte dalle mutate esigenze della clientela, una tappa importante (di cui non ricordo purtroppo i dettagli) si colloca nel 1959, la data riportata nell’attuale insegna del negozio.

L’attività andò subito bene, e continuò ad andare bene per anni, decenni.

Gli attuali titolari, discendenti di ennesima generazione, ce lo raccontano con orgoglio. I vestiti nuovi erano un lusso e una rarità; la normalità era rammendare. Rammendare tutto: dalle calze ai pantaloni alle mutande. Che pare brutto da dire, eppure le portiamo tutti, a parte bizzarre eccezioni.

Sicché, dal momento in cui le serrande si alzavano, era un andirivieni continuo e la giornata era sì faticosa, ma anche rapida a scorrere e soddisfacente dal punto di vista economico.

La bottega degli Spagnulo ha la bellezza di 118 anni: quanta storia, quante storie ha visto, e quanto sono stati bravi loro a trasformarsi man mano che il mercato dava segnali nuovi.

Così, quando via Mercanti è diventata una strada in cui più che i locali passeggiano i turisti, grazie alle loro ormai provatissime doti camaleontiche, gli Spagnulo hanno saputo trovare una nuova formula, che propone prodotti di qualità che ben si prestano anche ad essere un ricordo di viaggio e che insieme restano nel solco della tradizione di famiglia, quello della merceria e della pelletteria.

Spagnulo a Salerno

Esternamente il negozio ricorda fieramente le proprie origini, nell’insegna elegante e nell’aver conservato le porte battenti dal sapore antico. Nel periodo in cui l’ho visitato, a fine giugno, le vetrine esponevano ventagli di legno decorati con motivi ripresi da quadri di artisti tra i più noti (Van Gogh, Klimt, Monet), Frida), ombrellini colorati in modo analogo e articoli di pelletteria adatti anche a chi sia del posto: cinture, portafogli, cappelli e così via.

Essendo io fanatica di ombrellini, ventagli e arte, mi sono catapultata sulla vetrina destra con la stessa eleganza con cui gli orsi si attaccano al miele e le cozze allo scoglio, dopodiché entrare è stato inevitabile.

alcuni acquisti da Spagnulo

Mentre sceglievo i 3 ventagli, i due ombrellini e il berretto da comprare (eh, mica potevo uscire a mani vacanti), scambiavamo chiacchiere con i fratelli Spagnulo (fratello e sorella, per essere precisi), che con piacere ci hanno raccontato la bella storia di famiglia di cui sono i testimoni.

Andate da loro e, mi raccomando, salutateceli!

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Brienza, il suo fiume, la sua voce

Lo confesso: ho una predilezione per il sud, quando c’è da scegliere per un viaggetto in Italia.

Così, dopo una settimana nelle Langhe (che, metti che sei di Bolzano, sempre sud sono, no?) e una nel mio Stato cuscinetto, il Molise, è stata la volta del Cilento.

Che poi si fa presto a dire Cilento, ma si tratta di una realtà molto articolata e decidere come organizzare una settimana non è così facile. Noi abbiamo scelto di arrivarci da est, dal potentino: più precisamente da Brienza, un paese semplice, accogliente ed elegante, tanto nell’aspetto quanto nelle persone che la vivono.

Mi è rimasta nel cuore, soprattutto per le esperienze umane, che, per come siamo fatti io e il mio egli, rappresentano un aspetto importantissimo dei nostri viaggi, delle nostre passeggiate, dei nostri assaggi.

Qui vi parleremo della struttura in cui abbiamo alloggiato, La voce del fiume, riservandoci di dedicarci in altri post al resto del soggiorno brugentino.

La voce del fiume è una struttura oltre ogni aspettativa, per la sua bellezza e per la passione che fa sì che sia quel che è.

In giro su internet leggerete ogni dettaglio circa l’eccezionalità di quello che davvero merita di essere chiamato un “progetto ambizioso”: Rocchina Adobbato, avvocato che sin da piccola sognava di aprire una struttura ricettiva e che ama profondamente il suo paese, ha ristrutturato con un’operazione di recupero conservativo alcuni alloggi alle porte del centro storico.

Cosa ha voluto dire fare “recupero conservativo”? Ad esempio, far restaurare gli infissi di legno staccandone un pezzo alla volta e riapplicandolo usando la ferramenta originale. Oppure rifare l’impianto elettrico replicando la modalità a filo intrecciato di un tempo. O ancora, preservare i pavimenti in cotto e legno, restaurando anche questi. Così, giusto per dirne qualcuna. Un lavoro monitorato dalla Sovrintendenza e che ha richiesto anni, durante i quali molti di noi probabilmente si sarebbero arresi.

Così non è stato per Rocchina, donna volitiva e determinata. Il risultato è semplicemente meraviglioso, anche negli arredi; tutto fa sì che ci si senta catapultati nella vita che un tempo in quelle stanze è brulicata, semplice e affollata. Nel nostro alloggio Rocchina ha lasciato la culla di legno in cui è cresciuta, con il copriletto fatto a uncinetto dalla nonna, e le sedie impagliate, e il tavolo da cucire Singer, e i comodini di legno, e ancora e ancora. Un atto di fiducia nei propri clienti, anche, dato il valore tanto del restauro quanto di ogni oggetto messo a disposizione.

La voce del fiume - Residenza Diamante ingresso

La voce del fiume - Residenza Diamante letto

La voce del fiume - Residenza Diamante culla

La voce del fiume - Residenza Diamante terrazzo

Se tutto è curato come vi stiamo raccontando, naturalmente anche il nome, “La voce del fiume”, non è casuale. La dimora storica affaccia infatti sul fiume che più in basso attraversa il paese e sul paese quasi per intero; dal terrazzo che arricchiva ulteriormente il nostro alloggio la protagonista era proprio lei, la voce del fiume.

La voce del fiume - Residenza Diamante panorama

Sotto il nostro terrazzo è la piccola sala dedicata alla colazione, che affaccia a tutto vetro sullo stesso panorama: un altro modo per immergere l’ospite nella ricchezza che lo circonda, per fargli fare un tuffo nei colori e negli odori della natura a portata di occhi e di naso.

La colazione è un abbraccio, fatto di coccole e condivisione. Rocchina (che il sonno non sa cosa sia, tra gli impegni legati alla propria professione e quelli del b&b) ti accoglie in sala con un sorriso dolce e con la sobria eleganza che è uno dei suoi tratti distintivi, nonché un altro segno di rispetto e cura per i suoi ospiti, e ti serve personalmente.

Nulla è lasciato al caso: le preparazioni dolci – torte assortite, yogurt, succhi di frutta e commoventi marmellate – sono frutto delle sue mani sante, e ad esse si aggiunge una deliziosa ricotta che il produttore porta calda la mattina. Mentre Rocchina prepara il piattino con ciò che più gradisci e di cui con ogni probabilità sfacciatamente chiederai il bis, il suo compagno, Angelo, si occupa del cappuccino. Non manca mai una rosa fresca a colorare ogni tavolino.

La voce del fiume - Colazione 1
La voce del fiume - Colazione 2

La prima mattina entri salutando garbatamente e, mentre Rocchina ti illustra le prelibatezze disponibili, con stupore vedi gli altri ospiti raccontarsi da tavolo a tavolo come è andata la giornata precedente, darsi consigli per il giorno, scherzare, Angelo partecipare con le sue folgoranti battute e Rocchina a fare da collante. Scopri così che qui la colazione è fatta, oltre di cura e delizie, anche di condivisione, confronto, divertimento; il clima è talmente accogliente che la magia diventa inevitabile, seppure in prima battuta inattesa.

Ormai ci conoscete: non avremmo sperato di meglio… dopo pochi minuti eravamo della partita! Questo piccolo miracolo si è compiuto un giorno dopo l’altro ed è diventato un momento attesissimo; alla partenza, parte del dispiacere è stata pensare alla colazione del giorno successivo, altrove.

Avevo ragione, la colazione dell’indomani non ha avuto lo stesso gusto, ma il ricordo – quello sì – resta dolce e indelebile.