Napoli, che non si può raccontare

(ultima visita: ottobre 2024)

Napoli, a volerne scriverci su, ti fa cominciare con la certezza di non riuscire a raccontarla.

Personalmente la ritengo la città meno descrivibile tra quelle a me note.
Tra le ragioni, centinaia, ne direi una che riguarda un concetto minimal, diciamo, ma totalizzante se si vuole descrivere qualcosa o qualcuno: Napoli è duale, contiene opposti e, tra l’altro, lo fa senza mostrare come questo possa pesarle tantissimo quotidianamente.

Duale

Napoli è lunga, con una Spaccanapoli che dall’alto impressiona pure le emozioni, ma è corta, con vicoli che all’ingresso ti sbattono in faccia già l’uscita. Orizzontale, con un lungomare e la sua vista che ti portano a guardare il mondo in sedici noni, ma verticale, quando da certi punti dei quartieri credi di poter continuare i tuoi passi per chilometri e ti trovi davanti pareti improvvise che risalgono fino a Corso Vittorio Emanuele, sospeso un metro avanti a te ma venti sopra.

Napoli è silenzio di mille chiostri repellenti al rumore, ma mille suoni appena apri una porta, anche solo per uscire da quei chiostri. Scura in passaggi infilati tra palazzi che li ingoiano, ma chiara di luci istantanee al primo angolo giusto svoltato.
Napoli è povera e ricca alla distanza di una funicolare; è nuova e vecchissima se ti affacci a guardarla dai suoi balconi più alti; è sopra e pure sotto, con fiumi di vita che scorrono lungo viali e metropolitane, e anche quelle metropolitane sanno essere duali, perché sono rettilinei lungo una città che è una sfida ingegneristica, ma proprio per quella sfida continua diventano curve in modalità uniche (guardate che diavolo fa la L1 tra Materdei e Medaglie d’oro per arrampicarsi); è naturalmente, storicamente, tecnicamente miseria e nobiltà.
Sa essere anche straordinariamente brutta, ma magnificamente bella.

Mi sa che potrei continuare per ore, ma poi il confine con le chiacchiere a vuoto magari lo supero a mia insaputa, quindi stacco qui.

Il pretesto

Che ci facevo a Napoli? Il pretesto era il Napoli Photo Festival, che… niente, ve ne parolo dopo.

Festival a parte, però, il resto è stato un susseguirsi di passi e soste a fare circa 25 km immersi nella normalità di una città che, comunque la si voglia guardare, di normale ha pochino.
Vi racconto il resto come segue, un po’ in sequenza temporale e un po’ in disordine, anche per rimanere nel mindset partenopeo.

Note per il viaggiatore: Nessun monumento, museo, chiesa o similari è stato oggetto di visita in questa tornata (queste meraviglie le abbiam viste in visite passate e ne vedremo in futuro). Ne segue che qui sotto vi saranno risparmiate descrizioni culturalmente baldanzose da uno che la cultura stavolta non l'ha masticata che di sguincio 

Disclaimer

L’idea di una guida turistica scritta su Napoli mi pare un’avventura surreale già se fatta in modo professionale; figuriamoci su un qualunque blog serio; figuriamoci su questo, che esiste per altri motivi. Proseguite quindi sereni lungo le prossime righe senza pensare di costruirci una qualunque gita sopra: qui ci son soltanto punti di interesse su una delle mappe emozionali che questi luoghi disegnano.

Venerdì

Arrivo di corsa nel tardo pomeriggio, dopo esser riuscito a prendere al volo il treno che precedeva il mio, poiché entrambi erano in ritardo di circa due ore… Ok, per le stories su questa faccenda sarebbe servito un giovine a fare i reel in stazione, ma se cercate i giovini qui mi sa che pure voi ritarderete di due ore il vostro prossimo appuntamento.
Dicevo: dalla stazione camminata veloce assai con zaino in spalla perché il luogo per dormire è nel centro del centro e per la consegna delle chiavi siamo, causa treno, oltre l’orario concordato. Ecco: passare per Forcella è sempre un’esperienza a sé, perché la zona, perlomeno vista da chi non ci vive, è sostanzialmente immutata da decenni (caso divenuto rarissimo, come vedremo dopo).

Note per il viaggiatore: Napoli è cambiata, non si lotta più per sopravvivere agli attraversamenti stradali già a partire dalla stazione: si comincia da qui dentro, quindi un po' più avanti

Il tuffo nella vita cittadina, se sei in centro storico, è come sempre: istantaneo, immediato. Da qualunque provenienza laterale, avvicinarsi a Spaccanapoli o alla sua parallela significa sentire il volume sche sale metro per metro, il vociare che si fa prossimo passo dopo passo. Sei dentro, tac, è fatta.

Overtourism

Troppo.
Nel periodo a cui questo articolo fa riferimento (ottobre 2024) Napoli soffre della malattia capitata anche a (elenco minimo) Roma, Firenze e Venezia: San Biagio dei Librai e Tribunali sono due vie in cui è complicato camminare, dall’alba a notte piena. Una vitalità gigantesca, un’esuberanza che da sempre caratterizza la città ma che qui va fuori scala. Mille pizzerie ne concretizzano in pratica una sola, lunghissima, di colorati tavoli in sequenza ininterrotta, serpentoni a perdita d’occhio di luminarie gialle, un mare di musiche sovrapposte e confuse alle chiamate ai tavoli per comande, saluti, battute e risate.

Ho fatto una verifica al volo su google maps: in trecento metri a caso di Via dei Tribunali scrivendo “ristorante” escono 18 locali.
Mi sa che un ristorante ogni 17 metri lascia perplessi anche solo restando sullo stereotipo del napoletano superstizioso. La quiete, lungo queste strade, arriva improvvisa e teatrale solo nei luoghi che abita da sempre.

Turisti contenti e felicemente arresi al tutto che li avvolge, non discuto, però qualcosa in questo modo di lasciar fare offerta turistica è andato storto; non parlo con la nostalgia di chissà cosa, ma con la sensazione che via via questo comporti perdita identitaria, qualitativa e, su un orizzonte più lontano, pure turistica, perché se nel lungo periodo ogni città somiglierà a ogni altra ci sarà sempre meno curiosità.
Entro in una cartoleria e, durante l’acquisto, parlo un po’ di questi argomenti col titolare, che lavora lì da molti anni. Mi risponde, a testimoniare che la qualità del turismo si è concretamente abbassata, con molti aneddoti recenti pure simpatici, se non fossero un segnale triste; ve ne riporto due in sintesi:

  • turista mostratasi incapace di capire che quella a pochi metri era la chiesa (grande!) che cercava e non “un palazzo” (“c’è una croce e un portone grande, signora! Ha mai visto un palazzo come quello?”)
  • turista che, a fronte del costo (indicato chiaramente) di venti euro per l’acquisto di un certo numero di cartoline, ha risposto “beh, ma a questo prezzo vado a mangiarmi un’altra pizza”

E però, però…

…Basta allontanarsi nemmeno di molto, anzi magari anche rimanere proprio in zona, per divertirsi godendosi la vita di chi questa città la abita davvero. Personalmente per la sosta pre-cena ho scelto Oak, dove tra proposte artigianali di birre e vini, un mood tranquillo e una clientela numerosa ma particolarmente in sintonia si sta davvero bene, in mezzo alle chiacchiere di tutti.

Si va a cena, e per questo weekend il programma è importante: tre giorni, tre pizzerie.
Partenza spostandosi ancora non di molto, per arrivare in quell’anfiteatro di umanità che è Piazza Dante, entrare a Port’Alba e salir le scale interne di Antichissima Pizzeria Port’Alba 1738. Quant’è buona. Pizza scelta: La storia, che di pizze tradizionali ne rappresenta quattro in spicchi.

Sabato mattina

Colazione da Capparelli, dove il cappuccino costa un tot ma la sfogliatella (frolla) è buona, seconda a-chi-tutti-sanno, ma buona. Si va a Bagnoli al Photo film festival.

Napoli Photo Festival 2024

Bella esperienza.
L’associazione culturale Flegrea Photo a Bagnoli ha messo assieme varie cose:

  • una mostra
  • un concorso
  • una mostra legata al concorso
  • letture dei portfolio di chiunque ne avesse uno da far esaminare
  • incontri tematici
  • l’utilizzo della ex base NATO che, insomma, sta lì inanimata; con essa, magari, l’idea di una possibilità nuova per Bagnoli

Di vita, invece, in questa manifestazione se n’è vista eccome, tra l’altro con un pubblico che non è stato solo quello di professionisti o appassionati di vecchia data, ma anche di ragazzi e, tra loro, perfino di quelli che -eresia per i boomer!- scattano col telefono e certi dispositivi non li hanno mai toccati; sono stati presenti anche molti curiosi, magari meno esperti, per l’interesse verso appuntamenti come quello dedicato all’AI nella fotografia.

Finalmente, in sintesi, arrivano anche le iniziative che sanno di futuro.

Sabato pomeriggio

Tornando dal festival, Piazza Amedeo è stato l’arrivo del treno da Bagnoli e l’inizio della passeggiata: Chiaia, per dirla in breve, ma anche, da lì, uno tra le migliaia di aspetti fascinosi di questa città, cioè i passaggi spesso spiazzanti tra una zona e la successiva, a una distanza che per atmosfere e caratteristiche sembra chilometri e invece è metri, talvolta meno di dieci.

Succede che sei a Via dei Mille, tra negozi griffati o griffatissimi, e poi via Chiaia a proseguire; magari non la percorri tutta perché per scoprire qualcosa giri nel primo vicolo che ti capita e… alé, sei nei quartieri spagnoli.

Anche qui il turismo è arrivato e si vede, ma non siamo ai livelli di Spaccanapoli: pizzerie, cuoppi e birre ti attraversano il cammino o ti passano accanto a dozzine, ma resta la città, la realtà, la percezione di essere lungo strade e non in una fiera dello street food. C’è sempre quel simpatico e tradizionale sentirsi al confine con la morte per il normale passaggio a trenta all’ora di motocicli a diciotto centimetri da chiunque, ma in fondo è solo questione di tenere botta a livello cardiaco nelle prime ore di visita in città; poi ci si abitua.

Cammina cammina, tra un negozio di fotografia che non aveva l’obiettivo usato che cercavo e un emporio per il cambio di solette alle scarpe (non trovavo l’articolo dove indicato dal titolare, il quale vedendomi in ambasce ha sentenziato da lontano, tra la preoccupazione dei presenti, “credo debba cambiare prima gli occhiali”), son risalito fino a Piazza Càvour (attendo studi precisi su questa accentazione, perché al momento le fonti in mio possesso sono imprecise, variegate e non certificabili).

Il motivo per cui sono arrivato lì è che finora, in tanti ritorni qui, non avevo mai visitato il rione Sanità.

Tuttavia è evidente che pure qui le cose son cambiate, ma Napoli è rimasta tutta tutta e, anzi, ha saputo risorgere in progetti turistici veri, con visite guidate programmate, prenotazioni internet dedicate e una voglia latente di cambiare le cose che si vede in più punti. L’ho percorso fin troppo, perché sostanzialmente sono arrivato quasi alla stazione Materdei della metro. Fatelo, senza emularmi fino a questo punto, e poi magari prendete l’ascensore nel bel mezzo del quartiere per… salirgli sopra e guardarlo dal viale che vi porta verso Nord a Capodimonte e verso Sud di nuovo in centro.

Pizza serale, pure questa davvero buona ma che mi ha fatto innamorare solo un filino meno rispetto alla precedente, da Trattoria Medina.

Domenica

Ecco che, nei miei giretti a perdermi apposta in vie che non conosco, mi propongo (e accetto, pure) di arrivare a vedere la nuova bellissima stazione Chiaia della metro. Scendo sottoterra a Municipio e un addetto si incammina con me verso la scala mobile… per avvisare che quella linea si è testé fermata.

Cambio programma e pure cambio metro: potete salire facilmente al Vomero da lì, sempre in metro, e godervi un’altra delle tante Napoli che Napoli sa essere. Castel Sant’Elmo a quel punto diventa un passaggio ben più che consigliabile e infatti perfino banale; meno banale è riscendere verso i quartieri esattamente da quella splendida terrazza panoramica, lungo gradini e gradoni che via via aprono squarci di verità diverse su una città che ne contiene fin troppe. Non stancatevi di scendere e guardare tutto.

Arrivati a Corso Vittorio Emanuele potete calarvi verticalmente, poco più a sud, di nuovo nei quartieri spagnoli ma nella zona nord, dove una fondazione ha creato Foqus, realtà davvero bella, importante e che profuma di rinascite. Non sto a parlarvi di cose che potete reperire facilmente: passateci.

A pranzo pizza notevole e scenario omonimo da Palazzo Petrucci.

Sfogliatelle… lì, dove vanno prese, e treno.

Si parte per casa, con la voglia di tornare e metter su un andirivieni con questo mondo a parte, in cui avrei grandi difficoltà a vivere ma che gronda vita.

Scoprire Brno: Guida alla Città senza Overtourism (updated 2025/01)

(ultima visita: settembre 2024)

Perché Brno?

Sta diventando sempre più piacevole avere a che fare con luoghi che non soffrano di overtourism. Non è questione di snobismo, o magari anche, ma insomma non è qui il punto.
L’andatura liscia e serena di una giornata fuori che non ti veda in fila per questo e quello, o alle prese con tattiche sottili per evitare orari di picco su pasti o visite, è un piacere ed un valore aggiunto per due motivi: un po’ c’è il gusto del godersi un posto senza strategie, ma soprattutto quel viaggio somiglia parecchio di più a un’esperienza di contatto reale con la quotidianità di una città, di una terra e delle sue normali abitudini e caratteristiche, e consente di osservare davvero, magari partecipando, come funzionino le cose fuori dal quartiere che viviamo.

Ecco: questo è in sé un motivo per andare a visitare Brno, la seconda città per grandezza e importanza in Cechia che, però, non sembra tenere in alcun modo a sfoggiare questa medaglia d’argento, mostrando invece una normalità da cittadina di provincia che appoggia le sue cose belle in mezzo a tutto il resto, senza enfasi, senza rumori particolari.

A prima vista

Una città perlopiù a trazione industriale evoluta via via grazie a centri di ricerca e università: questa è, per sommissimi capi, la storia recente dello sviluppo sociale, culturale ed economico di una città dalla storia articolata e ricca di eventi che riguardano direttamente il suo centro o zone immediatamente vicine.
Per qualcuno di noi magari le architetture diciamo essenziali appena si esce dal centro (ma proprio a metri, eh!) marcheranno una distanza inizialmente spiazzante con le nostre abituali vedute urbane, ma in primo luogo non è che invece noi si possa andare sempre particolarmente fieri delle nostre periferie, da un lato, e dall’altro il rispetto per i luoghi e la loro storia chiede che al nostro passaggio corrisponda uno sguardo consapevole e centrato.
In sintesi non state lì con la puzza sotto al naso e procediamo, orsù.

Raggiungerla, per un italiano, significa avere una discreta pazienza se si va in auto oppure prendere treni o aerei che probabilmente passeranno per Vienna, in modo da poter poi proseguire in pullman o ancora treno verso la destinazione.
Se non arrivate con mezzi propri l’arrivo è comunque in zona stazione, che si trova in posizione centralissima (l’angolo sud-est del centro storico). Poi parliamo dell’encomiabile trasporto pubblico.

Brno nel suo centro è due colline: una -ben più alta dell’altra- ha in cima la fortezza di Spielberk, mentre l’altra in salite e discese tutte lievi ospita il centro vissuto come tale da residenti e turisti.

Che succede a Brno?

I turisti, dicevamo: pochi, curiosi, divertiti da questa città che nel suo piccolo, come si dice, offre molto. Come sapete, qui su datemeretta non ci si addentra nel tunnel delle 10 cose da vedere, 10 posti in cui mangiare eccetera; il nostro intento non è aggiungerci a centinaia di riferimenti già facilmente reperibili che vi indicheranno già tutto. Ci divertiamo invece a raccontarvi come ci siamo stati noi.

Si può cominciare per esempio dalla stazione (angolino sud-est del centro, dicevamo), oppure arrampicandosi lungo le scale che portano alla cattedrale dei santi Pietro e Paolo (angolino sud-ovest). Nel primo caso si parte dalla via turistica e commerciale che attraversa il centro per intero fino alla piazza principale, mentre dalla cattedrale si ridiscende per strade minori e più caratteristiche. In tutti i casi l’immersione nell’atmosfera della città è pressoché immediata.

Mind the gap

Qui sotto qualche indicazione che secondo noi funziona per godersi un po’ città, persone e mood:

  • Timidi? Un po’
    La città è frequentata molto più dai suoi cittadini che dai turisti, sicché vedrete scolari, lavoratori, gente che fa la spesa e affini un po’ tutti assieme anche in piazze il cui affollamento, fra tram sferraglianti, negozi, auto e bus, a noi italiani farebbe pensare ad un certo livello di rumore. Qui no, le persone hanno un parlare moderato per volume e per… parole, perché in effetti anche tra loro parlano pochino rispetto al nostro costume medio. Gustatevi il suono dei vostri passi anche in uno stradone ben popolato e non fate troppo caso agli scambi spesso minimali che avrete in cassa o con un negoziante qualunque. Tra l’altro in alcuni casi scoprirete anche che son semplicemente più discreti di noi e, a domanda, rispondono aprendosi volentieri.
  • Attenti ai tram
    Un avvertimento banalotto, direte voi.
    No, dico io.
    In molte strade -del centro ma anche oltre- i tram corrono via lungo strade che per il resto son pedonali, oppure che hanno la corsia pedonale a filo con quella stradale (e con identico materiale). Insomma, un tram passerà almeno una volta dove non ve l’aspettavate, ma giustamente sarete voi ad esser fuori posto, non lui.
    Ecco, sintetizzerei così il suggerimento per queste situazioni:
    suonano, ma non frenano.
    L’altra cosa simpatica che vi capiterà salendo su un tram riguarda la discesa, che -vedi la’rticolo su Sofia di questo stesso simpatico blog- spesso avverrà in mezzo alla strada, non di lato. Anche in questa città le auto civilmente troveranno normale fermarsi dietro al tram e attendere, ma voi non troverete normale scendere dal tram per trovarvi dentro la strada. Sopravviverete sempre, questo è il bello.
  • Birra
    Come accade in molte città dell’Europa centrale bere birra costa meno che bere acqua. Si tratta generalmente di produzioni in stile Pilsener (comprensibilmente), molto beverine e sotto i cinque gradi. Le birre artigianali si trovano in varie parti, ma quelle istituzionali (tra cui quella “comunale”, la Starobrno) sono piacevolissime. Molti locali ne hanno in carta una altrettanto gradevole in versione analcolica (su questo e altri punti stanno molto avanti a noi).
  • Mangiare
    Come al solito possiamo fare gli sboroni perché pure qui la cucina non ha la varietà della nostra. Cionondimeno si mangia perlomeno discretamente anche in posti dall’apparenza losca, mentre si mangia mediamente molto bene in centro senza doversi preoccupare granché dei posti spennaturisti, visto che, come detto sopra, la città tutto sommato vive ancora un equilibrio sano sul tema turismo. Le opzioni vegetali ci sono praticamente sempre e, generalizzando, se non andrete sull’internazionale aspettatevi una tradizione fatta di un’entrata vegetale come un’insalata o una zuppa, e un piatto unico di carne, verdure e i loro gnocchi di pane. Si può comunque spaziare
    • Nota: a pranzo molti ristoranti, anche titolati, fanno menu infrasettimanali (del tipo appunto zuppa+piatto) a prezzi commoventi. Usateli
  • Spazi pubblici
    Non è solo questione di bellezza. Sono mediamente ben curati ma tutto sommato semplici. Il punto è un altro: sono usati da tutti, quotidiani, normali, come parte della giornata. La piazza del mercato ed altre due o tre hanno, quando fa meno freddo, sedie a sdraio sparse lungo le ampie aree pedonali, liberamente, senza custodi, senza vincoli tipo “se ti siedi devi ordinare qualcosa” anche quando c’è un chiosco accanto. C’è un’idea di fruizione collettiva, un’intenzione volta al bene pubblico condiviso, che supera le nostre domande da cittadini che si fanno venire un sospetto ad ogni gratuità. Ti siedi, leggi un libro, pensi, non fai nulla, ti porti un boccale dal chiosco per bere qualcosa in solitaria o con amici, sei una donna sola, siete otto… tutto con-fluisce, si sta bene e basta.
  • La fortezza
    La collina su cui svetta la fortezza dello Spielberk è da vedere anche se, da bravi italiani, pure qui diremo che, insomma, non è che ci sia qualcosa di assolutamente clamoroso da ammirare.
    Ecco: invece, a suo modo, questo posto ha bellezza. Magari non per forza all’interno (è una fortezza, non andiamoci con in testa un castello! Tour delle prigioni, museo cittadino… insomma, vale comunque la visita), ma… è da ammirare che ci siano un ristorante ed un bar ordinati, assolutamente in armonia con l’edificio e intrinsecamente sobri; è da ammirare l’intera collina, che è una parco piacevolissimo percorso e vissuto da tutti; è da ammirare che tutto questo sia a un passo dal traffico eppure avvolto nel silenzio.
    Da ammirare, poi, sul lato nord è anche un grazioso giardino botanico che, colpo di fortuna per lo scrivente, in una serata del soggiorno ha ospitato una rassegna di vini artigianali che davvero era nel posto giusto. Tanto Solaris in assaggio e bevute divertenti, anche se con qualche discontinuità e con residui zuccherini talvolta un po’ invadenti… ma la sensazione in due chiacchiere fatte lì è che a loro piaccia così.
  • Prezzi
    Come si diceva, bere (e mangiare) costa decisamente poco, poco più della metà di quel che un italiano si aspetterebbe. La faccenda curiosa sta nella variabilità di questo livello in funzione della categoria merceologica
    • birra: un autorevole invito all’alcolismo;
    • cibo: non c’è bisogno di fare attenzione al budget sostanzialmente per nessuno;
    • vestiti, strumenti musicali, fotografia: come in Italia;
    • spesa di articoli per la casa: mah, evidentemente scelgono di non pulire spessissimo;
    • profumeria, shaving, skincare: il doppio di noi.

Nomi, dritte, dateme retta in sintesi

Qualche consiglio, qualche dove, qualche cosa

  • Durata della visita: noi del blog non siamo perfettamente adatti al ruolo, perché riteniamo che il periodo minimo per capire un po’ una cittadina di media grandezza vivendone anche al volo la realtà sia di 4-5 giorni. Brno non fa eccezione.
  • Per dormire direi semplice, pulito e pratico l’hotel Omega, venti minuti a piedi dalla stazione, dieci col tram.
  • Per i mezzi pubblici, vai col bancomat! usatelo contactless in salita e in discesa e vi viene scalato quel che spendete effettivamente in minutaggio. Comodo, no?
  • Per mangiare
    • Pivovarská Starobrno, fuori dal centro ma accanto a belle cose da vedere. Bell’atmosfera stando fuori, ma dentro è proprio ben fatta. La birreria della città (anche birra analcolica), diciamo. Praticamente priva di turisti, in proporzione agli avventori
    • Pub at all saints, indubbiamente un’esperienza. Turismo zero, aria poco presentabile. Dentro c’è un pezzo di essenza della città. Birra buona, cucina… no, non si può dire cucina: barattoli e conserve, quindi scelta di 4-5 cose. C’è perfino l’analcolica anche in questi posti, ma qui dev’esser vista come stranezza. Da vivere
    • Bonjour Vietnam, la cui nazionalità vi sarà facile intuire, è graziosissimo dentro e fuori, con scelte variegate, frequenti abbinamenti dolce-salato e uno staff i cui sorrisi vi fanno allontanare un po’ dal più compassato approccio locale
    • Café ERA, per quando andrete a visitare Villa Tugendhat ed avrete quindi intorno un quartiere signorile e molto piacevole. Funzionalismo a gogo dal palazzo agli interni. Si mangia molto bene. Prendete la limonata fatta in casa che è eccezionale
    • Lokál U Caipla, ottima birra, anche analcolica, e buon cibo servito con una certa cura di impiattamento. Servizio abbastanza glaciale, diciamo da cartolina del luogo più di altri
    • Paprika, cucina israeliana sulla piazza dfel mercato ma all’interno di un palazzo molto particolare, mangiando a ridosso di un giardino verticale.
  • Per fermarvi e bere un caffè o qualcos’altro:
    • sfruttate, quando presenti, i chioschetti che campeggiano in vari punti del centro o i piccoli bar con spazi aperti, perché c’è da divertirsi osservando in modo semplice le giornate di questa cittadina
    • Appena a nord del centro, per esempio, fatevi un giro al Moravia Square Park e prendete qualcosa al PARQ espresso bar
    • Nella Galleria Morava c’è un cortile molto bello ed accogliente. Un drink lì sarà riposante e… moravo
  • A parte “le 10 cose da vedere a Brno”…
    • camminate nei parchi. Sono ben tenuti e frequentati dai cittadini;
    • nella regione ci sono vari castelli da visitare, tutti entro un’ora circa di pullman. Acknowledge it!
    • A un’ora e mezza c’è invece Olomouc, cittadina molto bella che per secoli ha un po’ rivaleggiato con Brno come capoluogo moravo. Anche lì c’è molto da vedere. Per mangiare va davvero benissimo U Mořice, anche all’aperto, fianco a fianco con la splendida chiesa (salite sul campanile, ginocchia permettendo!)

Non si fosse capito: visitate Brno prima che il turismo mangi anche lei, datece retta.

Update per appassionati d’arte (2025/01)

La piazza del mercato (la seconda per notorietà, ma forse la prima per più di qualche cittadino) ospita una fontana particolare. Ne parla in modo articolato Emilio Zanzi in questo articolo. Dateme retta e date un’occhiata!

Trieste e Lubiana: unboxing

(Ultima visita che era anche la prima: estate 2024)

Eccoci a parlarvi di due città che, secondo noi, possono far parte di un pacchetto-vacanza unico, avendo tra loro una distanza breve e un viaggetto comodo comodo.

Noi le abbiam vissute come ve le raccontiamo sotto, tanto come al solito le info su cosa fare cosa vedere eccetera sono già scritte o dette ovunque in rete.
Il giretto è durato una settimana. Ve lo SCIORINIAMO nella sua semplicità senza che questa debba diventare l’ennesima to-do-list da vacanzieri; siamo convinti che a girar con pochi programmi in testa qualcosa di imperdibile si perde, ma quest’anno è stato bello girar così, e poi… tanto questo è il modo in cui va tutta la vita, no? Te la vivi come meglio credi e impari giorno per giorno a far meglio, mica devi per forza unire sempre tutti i puntini come nella settimana enigmistica.
Va bene così, almeno per stavolta.

Il viaggio

Quel che leggerete si può fare serenamente in treno + pullman. Chiaramente se volete anche girare un pochino oltre diventa preferibile l’auto. Insomma fate voi, ché noi qui mica possiamo decidere per tutti.

Nel nostro caso, per motivi che esulano da questo articolo, il mezzo scelto è stato l’auto. Partendo da Roma può aver senso una sosta intermedia che, a seconda di orario di partenza, traffico e altri fattori potrà capitare da qualche parte tra Bologna e un po’ più su, per mangiare e/o dormire.

Ferrara, così, de botto

Sempre nel nostro caso la sosta è stata Ferrara. Anche qui non dobbiamo spiegare a nessuno che sia una bella città né il perché.

  • Dateme retta alert
    Per dormire abbiam trovato carino, pulito, piacevole, ben gestito e a un prezzo sensato l’Hotel Orologio. Si trova appena fuori dal centro (un quarto d’ora gradevole a piedi), ha parcheggio comodo e gratuito all’esterno e ci ha fornito una camera spaziosa.
    Nota a margine: Secondo noi al buffet dell’ottima colazione, ricco e variegato, mettono i classici formaggioni e prosciuttoni rettangolari a fatte per il target del turista che va rassicurato; a pochi centimetri ci sono formaggi e salumi d’altro livello da poter tagliare su un tagliere. 

Ferrara vale palesemente un soggiorno ben più corposo della nostra mezza giornata. La visita al Castello Estense è stata comunque non solo utilissima perché fuori pioveva, ma anche interessante perché… perché… oh, ma davvero dobbiamo scrivere qui perché il Castello Estense sia interessante?
No.

  • Dateme retta alert
    Abbiam pranzato da Cusina e Butega, a tre minuti dal castello suddetto. Ci è piaciuto il mix di modernità per arredi e ambiente (una ex banca ottimamente riconvertita) e cordialità più calda rispetto alla LOCATION.
    Nota a margine: Il pasticcio ferrarese è divertente! Con grande correttezza ci son state presentate preventivamente le sue caratteristiche, potenzialmente divisive; è buonissimo, ma probabilmente è ancora più buono mangiandolo quando in città ci son meno di venti gradi. Ce n’erano molti di più.

Trieste

Giorno 1

Dopo un caffè nell’unico bar cinese tenuto in disordine della storia recente, il viaggio da Ferrara è ripreso. Entrare a Trieste in auto è passare tutti per un unico punto di accesso e quindi vabbè, lì un po’ di fila si fa, ma pazienza. Bell’arrivo scendendo tra panorama e gente al mare che è città ma anche relax.
All’arrivo passiamo mezz’ora di noie telematiche a tentar di contattarci con l’host dell’appartamento che nel frattempo da ore tentava a sua volta di contattare noi: il portale di prenotazione mi aveva assegnato d’ufficio il prefisso telefonico svizzero (ho verificato, non fate gli spiritosi: io l’avevo inserito correttamente), sicché i messaggi dell’host destinati a me di quel giorno sono ormai perduti nel tempo come lacrime nell’afa. Per festeggiare l’ormai insperato accesso alla casetta ho preso un calice di Sauvignon di Pizzutti a La piccola vineria, localino divertente e simpatico con soli tavolini all’aperto nel vicolo dell’appartamento. Musica dimenticabilissima ma staff sorridente e gentile che invoglia a tornare.

  • Dateme retta alert
    Abbiam soggiornato a La porta bianca, accanto a Piazza Unità d’Italia e nel centro della vita serale. Si sta benissimo, il rumore esterno è annullato dagli ottimi infissi e basta uscire dal portone per immergersi nella vita cittadina.
    Nota a margine: se ci arrivate in auto il navigatore si incarta: vi molla effettivamente più vicino che si possa (meno di 200 metri, giustamente, perché l’appartamento è in zona pedonalizzata), ma non vi dice che NON siete arrivati. Ecco: invece siete arrivati. Cercate parcheggio lì in zona e pagatelo per i giorni di permanenza -se restate in città e vi muovete senz’auto- perché tanto i garage costano di più.

La serata è trascorsa cenando col doggie bag ferrarese (ottimo) e proseguendo con un tuffo nell’allegro caos lungo via di Cavana e affini.

Giorno 2

La colazione al nord è un costo, i subpadani lo sanno. Così è stato anche a piazza Barbacan, salendo in città vecchia, ma va bene così, nulla di inatteso. Si sale a vedere cattedrale e castello di San Giusto, il quale domina la città e ha gli affacci di guardia mica per controllare chi arrivi dai monti, ma proprio i triestini… vabbè, poi la storia ve la racconteranno lì. Bello esserci capitati quando l’associazione culturale Compagnia di Tergeste ci ha raccontato e mostrato un po’ della storia e dei costumi di quei luoghi.

Da lì, vedendo sostare all’uscita il bus dei giri cittadini classici con auricolare, ci si può prendere il gusto di fare i turisti mainstream e farsi portare un po’ a spasso. Si arriva tra l’altro facilmente al castello di Miramare (ma se volete basta un bus di linea). Per raggiungerlo davvero occorrono altri 700 metri di passeggiata, che sono bellissimi perché costantemente affacciati sul mare (sconsigliamo comunque fortemente di fare questi ultimi in auto perché ci si incastra con altre auto per finire probabilmente a non trovare parcheggio. Se non si hanno al seguito persone con problemi di deambulazione è un gesto suicida).

Il castello è bellissimo in più accezioni, ma non staremo certo qui a dirvi quali. Figuriamoci se ci mettiamo a inventare lo spoiler sui castelli. Nello splendido parco attorno al castello c’è tanto posto anche per riposare un po’ e anche un bar dove si può fare un pranzetto; questo possiamo dirvelo.

Nel pomeriggio si è svolta una delle attività che secondo Dateme Retta vanno fatte quando si visita una città: perdersi un po’ a caso lungo la quotidianità di chi lì vive normalmente. All’uopo si riparte da Miramare, che per un po’ a tornare verso il centro è tutto triestini/e sdraiati sul lungomare pavimentato a prendere il sole e far bagni. Molto buffo vedere noi turisti avanzare con discrezione perché non capiamo se si possa camminare dove per i locali c’è sostanzialmente spiaggia.

Poi ecco il bus del ritorno e, appena scesi, si parte con l’esplorazione del borgo teresiano, zona di parallele e traverse in cui quindi non ci si perde poi granché, tra bei negozi e una felice pedonalizzazione che canalizza le auto lungo poche vie. Il canal grande, per alcuni cuore del quartiere, è una sequenza quasi ininterrotta di locali che soddisfano l’ormai consolidata necessità mondiale somma, l’aperiqualunque. Due chiese tengono duro sul mantenere un’identità di qualche tipo per la piazza, come pure tenta di fare il canale stesso. Chissà.

Punto d’orgoglio: abbiamo evitato, a ridosso del quartiere, un qualcosa che chiameremo aperiforno e che usa la moda dei vini naturali (che qui a Dateme Retta si amano più dei convenzionali quando il vignaiolo sa il fatto suo) per via di un’estetica fighetta e pomposa, biglietto da visita per mostrare che con la naturalità non si intrattiene alcuna relazione.
Nota di colore: via Venti Settembre è, non so, un chilometro pedonale di tavoli per aperitivo sotto gli alberi. Piacevolissimo e fatto bene, ma che è tutta ‘sta sete?

  • Dateme retta alert
    Per la cena si è andati sulla storia diciamo recente del luogo: Mastro birraio è un pub aperto da decenni e meta in realtà di non molti turisti, anche perché si trova fuori dalle vie consuetamente attraversate dai più; si va lì se lì si vuole andare, non ci si capita. Se ci si vuole andare -scopriamo una volta accomodati- a volte è anche per far due chiacchiere sulla giornata con l’oste-birraio, che ha gusto e stile nel proporre quel che sa fare bene. Scambiar parole con qualcuno nei pressi del bancone è un attimo e così è stato, contornati da scelte musicali nemmeno di sottofondo decisamente eccellenti seppur di godibilità non ecumenica, diciamo.
    Un posto praticamente perfetto: in sé, per il titolare e per come si mangia e beve.
    Segue sintetica documentazione

Sul ritorno invece un ristorantino con vini belli lo abbiamo visto e un bicchiere al banco (malvasia istriana macerata) ha chiuso alla grande la parte alcolica della serata, andata finora già benone con le birre di cui sopra. Per la prossima visita a Trieste si dovrà passar qui a mangiare: La Betola, si chiama.

Prima di andare a dormire si può godere della bellezza di Trieste dal molo audace. Bello e, d’estate, rinfrescante.

Giorno 3

Per questioni di servizio irrilevanti all’esterno, la ricerca del negozio adatto ci ha portati nella zona di Barriera nuova.

Si è partiti con una colazione in un bar palesemente triestino per storia, frequentato interamente da triestini e da noi, gestito da cinesi. Questo. Buono e pulito. A Trieste, si dice, tutti prendono il caffè ai tavolini che riempiono il centro. Direi che è vero. Il caffè al banco, per quel che abbiam potuto vedere, è una stranezza esotica.

Barriera nuova, dicevamo.

I turisti erano due: noi. Il viale principale, percorso poi abbastanza a lungo, ha mostrato una sequenza di buffet (se non conoscete Trieste non sapete cosa siano lì), venditori di kebab, baretti, mercerie, sartorie e quant’altro, in un mix vivace ma sobrio di umanità e nazionalità d’origini varie che si incrociano in un fluire parso normale, neutro, privo di attriti. Speriamo di non aver sognato troppo.

Tra passeggiate sul lungomare, negozietti, un po’ di riposo e giri per qualche pensierino la giornata è volata piacevolmente. La cena è stata, curiosamente, da Eataly, per via di un affaccio assai bellino (comunque mangiato molto bene e a prezzi corretti).

Che bella città, Trieste.

Lubiana

La strada per Lubiana parte da Trieste in modo bizzarro. Sei lì che guidi in città e il navigatore ti dice di prendere una salitella. Da quel momento ci sono dieci minuti di arrampicata rilevante, accanto ai binari di un trenino che non sembrava operativo.
L’ingresso in Slovenia e in autostrada ti fa sentire tanto tanto un cittadino degli Stati Uniti d’Europa (al momento dell’articolo un sogno remoto), con quell’assenza di segnali di attenzione e un semplice variare di lingua. Nel caso dell’autostrada si esagera con la tranquillità: devi imboccare senza preavviso (o con preavvisi sloveni) l’ingresso giusto, quello di chi ha come noi il ticket autostradale elettronico, che va anticipatamente acquistato ed attivato. Bon, andata. L’autostrada è piacevolissima da percorrere: ci son parecchi lavori in corso, ma tutto viene reso scorrevole da abbondante segnaletica.

Eccoci. Una volata. L’hotel è l’ultimo edificio prima della zona pedonale. Magnifico!
Sistemiamo quel che serve e si va verso il ristorante prescelto in realtà da qualche giorno.

  • Dateme retta alert
    Georgie Bistro spacca. Decisamente. Forse spacca pure le opinioni, perché è proprio evidente che i piatti hanno un’intenzione, un’idea nel farli. A pranzo abbiam trovato la formula a 30 euro per 3 portate, su ciascuna delle quali eran possibili 2-3 scelte. Ogni portata assaggiata, si diceva, appare costruita intenzionalmente volendo raggiungere in una preparazione il più ampio spettro possibile di sensazioni: più colori, più consistenze, più percezioni, poi l’amaro col dolce col sapido, poi il morbido col croccante, poi… ecco, ogni volta tutto in ogni singolo piatto. Può essere spiazzante; per chi scrive è stata una delle esperienze top di ristorazione, in special modo considerando un rapporto qualità/prezzo notevole.
    Segue sintetica documentazione

La città nel suo centro è un fiume che curva a gomito attorno alla collina del suo castello. Le rive sono ovunque un pullulare pressoché totale di locali, ma c’è qualcosa che ti toglie dalla bocca la parola “over”: in primo luogo tutti i lungofiume (ma anche belle fette di centro restante) sono riservati a pedoni e biciclette, sicché ci si cammina molto bene; c’è poi una gestione ordinata del contesto, con tavoli, camminatori e ciclisti che non si danno fastidio. Inoltre l’atmosfera è rilassata, con mille tavolini di chiacchiere tra amici anche locali confusi tra i turisti. C’è poi ben poca necessità di fare attenzione alle trappole turistiche: per la nostra esperienza zero sorprese, zero prezzi strani o non chiari, zero luoghi in cui ci si siede non avendo già capito quanto e come si spenderà.

I due tratti di lungofiume esterni alla parte centrale hanno ciascuno una via parallela poche decine di metri più all’interno; la parte nord-sud è una passeggiata tra negozietti piuttosto gradevoli e diciamo anche più stilosi, mentre la parte ovest-est comincia con un centro commerciale dedicato all’abbigliamento di grandi marche (con prezzi omonimi) e via via diventa più caratteristico, con wine bar, locali e negozietti tematici che virano gradualmente verso l’etnico per temi, colori e profumi. Di giorno è molto vivcace, di sera si fa più romantico.

  • Dateme retta alert
    Sempre lungo la parte di fiume che dal triplo ponte procede verso est, ma stavolta sul lato interno (quindi tra fiume e castello) c’è la piazza del mercato ortofrutticolo e, da questa fino a tornare al ponte, molti locali tutti in linea con un interno che affaccia sul fiume e un esterno strapieno di tavoli. Probabilmente si sta bene in tutti quei posti; noi per un boccale buono (di birra o sidro prodotti dalla stessa realtà) suggeriamo con entusiasmo LOO-BLAH-NAH, che ha l’unico difetto -ne abbiamo sorriso poi assieme- di chiedere al turista nei giorni più caldi se nella birra voglia il ghiaccio. Al nostro mancato rispondere in uno stupito sguardo di silenzio han chiarito che le richieste dei clienti son spesso bizzarre…

Difficile dire se a Lubiana ci sia qualcosa di imperdibile. L’approccio non dev’essere quello da italiano snob che cerca la chiesa col Caravaggio sapendo di non trovarla, perché qui si viene a respirare altro. La cosa davvero imperdibile è probabilmente l’atmosfera, certamente vitale ma non caciarona.

Molto bello e veramente godibile il parco Tivoli, con tanti sentieri, prati e fiori curati benissimo. Nel suo centro c’è una villa che ospita un museo e, naturalmente, un bel bar con un esterno dal bell’affaccio arioso in cui sorseggiare la consueta birra Union, che qui è quella che va per la maggiore. Un laghetto, diversi tavolini per fare magari una sosta mangereccia se vi siete portati cibo, un lungo e largo viale con grandi fotografie da ammirare… è davvero un bel posto, raggiungibile in dieci minuti a piedi dal centro.

  • Dateme retta alert
    Di ritorno dal parco non perdetevi Dapper, un posticino fichissimo fuori da ogni possibilità di raggiungerlo per caso da turisti, anche se attaccato al centro. Qui il “wine terrorist” Primoz Stayer mette assieme due contesti professionali che lo riguardano: produzione e vendita di jeans e camicie di alto livello e vini artigianali. Sì, insomma, potete entrare, dare un’occhiata alla piccola esposizione, farvi consigliare un bicchiere che vi somigli, scambiare due chiacchiere e, com’è accaduto a noi in entrambe le visite che gli abbiam fatto, ritrovarvi in dibattiti su questi e altri mondi con clienti di passaggio come voi da chissà quale posto.

Il centro del centro del centro vi divertirà anche con trenino turistico, barche che vi portano a spasso sul fiume, bici a noleggio (le bici sono ovunque come i pedoni, si era già capito?), una via commerciale (Slovenska Cesta) che può piacere o meno nel suo genere, ma che anche Lubiana ha come tutte le città. Non potrà mancare poi un morso al re dello street food locale che è il burek…

Starete mica notando che manca qualcosa in questa descrizione di Lubiana?
Tipo il castello?
Eh.
Bah.
Un sostanziale parco a tema, raggiungibile a piedi o con efficiente funicolare, in cui praticamente qualunque cosa ha subito interventi, rimaneggiamenti, ristrutturazioni, adattamenti o totali reinvenzioni d’uso, col risultato che immaginare il passato di questo luogo richiede sforzi psichedelici d’astrazione, già solo trovandosi nella piazza centrale che è totalmente ripavimentata e con tre ristoranti. La sala con documentazioni storiche digitalizzate su colonne multimediali è ben fatta e l’organizzazione è curata, ma qui è davvero difficile dimenticarsi dei castelli italiani e di come, con troppa burocrazia di mezzo ma con uno scopo centratissimo, il patrimonio del passato vada principalmente protetto e valorizzato, avendo prioritariamente cura di preservarne l’essenza.

  • Dateme retta alert
    Se a Lubiana arrivate in treno, scendendo verso il centro tenendosi un po’ più verso est incrocerete la Metelkova, area occupata che somiglia ai nostri centri sociali e che probabilmente è più interessante di sera, e poco più giù il museo etnografico, che accanto a sé ha un bar dall’atmosfera molto rilassante, dove tra alberi e altre piante potete scegliervi una sdraio a dissetarvi. Si trova qui.

Che bel vivere, Lubiana.

Reggio Emilia 2024: ci è piaciuta!

Quei viaggi in macchina un po’ lunghi che non vorresti fare hanno invece bellezza quando diventano pretesti. Parti da Roma ma ti fermi a Firenze da una coppia di amici belli, riprendi il viaggio e con un’altra ora e mezza sei lì dove volevi arrivare.

Reggio Emilia, nello specifico, ma vale in generale perché funziona, cavolo. Devo ricordarmene al prossimo viaggio lungo. Il viaggio è un pretesto. L’avrà sicuramente detto già qualcuno. Certo poteva dirmelo, ma non starò qui a far polemiche.

Ah, già: Reggio Emilia.

Il centro è un esagono ben definito, comprensibile pure a chi non maneggi alla grande l’orientamento; con qualche grado di rotazione possiamo dire che la via Emilia tagli a metà questo esagono in orizzontale, sicché a misure prese si può scoprire questa cittadina senza pensare troppo alle mappe.

Ci sono atmosfere diverse anche a singoli isolati di distanza. È divertente notarlo con lo sguardo del tutto ignorante del nuovo ospite. Entri da ovest, in una sera infrasettimanale a negozi chiusi, e c’è via via questo passaggio tangibile di cambiamenti; sembra di incamminarsi in un piccolo paese, con la strada curiosamente percorsa perlopiù da persone di origine africana, e proseguendo si comincia ad incontrare qualche architettura più elaborata e qualche italiano in più, senza soluzione di continuità ed entro centinaia di metri. Da est succede una roba simile ma si parte dall’Asia. Bello, tutto cambia in modo fluido e, visto con l’occhio del metropolitano, ravvicinato. Per gli stranieri scopriremo poi che c’è anche una zona nord, più o meno attorno ad alcune realtà che hanno a che fare con l’immigrazione lungo via Roma.

Da destra o sinistra, insomma, si giunge ai negozi dai nomi o dagli aspetti di più alto lignaggio, prestigio o anche solo target. Qui almeno quattro piazze e varie altre piazzette intorno fanno spazio a mercati, chiese, chiacchiere, biciclette, tavolini di altre chiacchiere e bicchieri, rumore di vita e città. Pochissime auto -evidentemente autorizzate- transitano non spesso, sicché il più dello spazio è lasciato ad aria, luce e volumi per gente e pedali, in un camminare che anche da turista si immagina facilmente molto vivibile pure per chi qui venga a lavorare.

Di musei, cose da fare e quant’altro vi parlerà senz’altro qualunque pezzo di internet. A noi ha divertito molto l’atmosfera che il festival della fotografia europea sa creare in tutta la città
– molto interessante e ricca la mostra su Ghirri, ben esposta ai Musei civici
– per certi versi (quelli di un turista, per esempio, ma anche di una vista dei luoghi più alta) è davvero articolata e bella la parte “off“. Teoricamente è fuori dal circuito standard delle esposizioni in cartellone, ma in pratica è sparsa ovunque, come se il programma di base fosse nei tanti cuori pulsanti delle sedi più grandi e le strade cittadine fossero tutte arterie di immagini. I tantissimi rettangoli rosa del festival che colorano negozi, portoni e quant’altro segnalòano la presenza di foto da vedere all’interno e riempiono le vie di punti interessanti, regalando curiosità secondo me anche a chi non abbia la fotografia tra le passioni. Un progetto particolare, curato e illustrato con entusiasmo e competenza, l’abbiamo visto alla galleria Spazio C 21, che consigliamo di visitare a prescindere.

Che si mangi e si beva bene diciamo che non servirebbe dirlo, ma anche qui possiamo fare nomi:
caffè: atmosfera sorridente anche a pieno ritmo di servizio all’Esagono caffè, che ovviamente e non secondariamente citiamo perché il caffè ci è piaciuto molto
erbazzone: è chiaro che venire qui comporti mangiarlo, quindi ne abbiamo provati alcuni. Suggeriamo Antica bontà
bistrot: se è anche questa l’atmosfera che vi piace talvolta trovare, restando comunque anche sul territorio nelle proposte del menù, un bel posticino è Matilde Bistrot
– Se per dormire o per altri motivi vi trovate a passare in zona nord, diciamo verso la nuova stazione dell’alta velocità (ma in ogni cao a 4 minuti dal centro), buone birre accompagnate da buon cibo, tra cui il cavallo pesto, le trovate al Rebus Pub.

Datece retta…

Bar Caffetteria 3 Pini a Pozzilli, o dello star bene quando ci sono i pensieri

(ndr: Ho chiesto all’AI in vari modi una rappresentazione di questo bar e ne vedete una qui in testa, ma no, nel 2024 l’AI non coglie cosa sia un bar di provincia e non mi fa contento in alcun modo, sicché andiamo oltre)

Pozzilli è un paese che, purtroppo, nel Molise e fuori dice qualcosa a qualcuno perlopiù se i motivi non sono belli.

C’è la Neuromed, clinica il cui nome basta per capire che la fortuna è non conoscerla, non perché abbia demeriti ma perché non ci si viene a prendere semplicemente una Tachipirina, ecco.

Succede quindi che, per chi accompagni qui qualcuno a causa dei suddetti motivi, si abbia poi qualche mezz’ora o qualche ora di intermezzo tra gli impegni previsti. Si passeggia un po’, piazzetta, chiesa, qualche negozio e insomma solita camminata in uno dei tantissimi paesi d’Italia.

Appena più distante (se di distanza si può parlare quando non si sta più a venti metri dall’ospedale perché son trascorsi altri due minuti di passi) c’è un bar, che ancora una volta è da fuori uno dei moltissimi bar dei moltissimi paesi d’Italia. Due sedie fuori, un’insegna, un’introduzione semplice che però, soprattutto in certa provincia nazionale, significa qualcosina in più per chi ci abita attorno.

In questo caso è il bar 3 Pini.

All’interno c’è una titolare che ti accoglie sorridendo, pure se diluvia e quindi non è che la giornata sia proprio ricca per lei di soddisfazioni lavorative. Fuori vento e pioggia a complicare i pensieri e bagnare punte di nasi; dentro si sta istantaneamente già meglio.

È un piccolo bar, dicevamo, e ci si trovano le cose che in un bar ci si aspetta di trovare. Un cappuccino caldo, nello specifico, era il conforto basico ma importante che tra i pensieri di cui sopra poteva stemperare freddo e umore.

Siccome però in questo blog siamo gente magari puntigliosa che certe cosine le nota, siamo pure gente che nota certe cosine belle, e qui il cappuccino, che pure era buono, abbondante, cremoso e non un latte macchiato travestito, è diventato personaggio secondario.

Scambiare due parole, lungo quella mezz’ora in cui la solitudine ti fa una compagnia un pelino invadente e poco desiderata, accompagna il cornetto che accompagna il cappuccino, con la radio che nel frattempo è capace in una canzone di portarti altrove, una finestra affacciata su un panorama inatteso… tutte queste cose qui e qualcos’altro ma con il famoso plus: parlare con qualcuno che tanto sa benissimo perché sei lì, il che significa per te pure la libertà di non doversi sfogare -ché pure quella è una catena se te la senti stretta sul collo-, avvertire la presenza di uno spazio nel quale puoi pure ascoltare, conoscere la vita di quel luogo, le difficoltà e le cose che vanno bene, giornate o scelte che scorrono in modo diverso dalla tua, qualcosa magari da imparare per quel viaggio di ritorno, una piccola lezione di storia recente di un territorio di cui sai zero.
E poi parlare, anche, ma rinfrancato da uno spostamento di orizzonte che ti riporta tra gli altri, in mezzo a tutte le vite con la tua, più sereno e leggero a poter dire e far dire.

Il cappuccino era ottimo ed è pure costato poco, se proprio dobbiamo metterci una recensione dentro, ma penso vi sia chiaro che il calore ricevuto non veniva da lì. D’altra parte quando le cose girano così non stai cercando un cappuccino né un cornetto: stai cercando un posto in cui star bene, Ecco: trovato. Però ha anche il cappuccino buono.

Ora: consigliarvi un bar in un luogo che sarebbe bene non frequentare vista la ragione per cui lo si fa… Come dire, non ve lo auguro ma ve lo suggerisco.
Più in generale, però, è bellissimo pensare che in Italia possano esistere potenzialmente migliaia di posti semplici che all’ingresso sembrano bar e all’uscita son diventati benzinai dell’anima, grazie a persone come una titolare che ti serve un cappuccino sul banco e tutto il resto intorno.

Ah, già: il bar è qui

Sofia (Bulgaria), 2023: unboxing

Dateme retta è stato (è stata, sono stati, siamo stati) a Sofia, capitale della Bulgaria.

I motivi hanno natura legata al carattere dei vostri bloggatori preferiti; si va a conoscere quel che non si conosce. Siccome questa è banalmente la spinta per la quasi totalità dei viaggi turistici direi di non indugiarci su oltre. Quel che invece ci preme raccontarvi, proseguendo magari prossimamente con un post di maggior dettaglio su quanto visto bevuto mangiato, è una serie di caratteristiche omonime, cioè per l’appunto caratteristiche di Sofia. Andarci avendone consapevolezza sarà qualcosa per cui ci ringrazierete.

Camminare

Un mestiere che a Sofia non presenta dei fuoriclasse è quello del piastrellista: i marciapiedi sono, al netto di alcune strade centrali e molto frequentate, un pericoloso patchwork allucinato che, durante il tuo cammino, ti fa entrare via via in un incubo distopico in cui ogni passo a venire si complica rispetto ai precedenti, richiedendo sempre maggiori attenzioni:
– prima manca una mattonella, una tessera, una piastrella
– poi eccone una che in diagonale si arrampica verso la successiva
– ecco a seguire un tubo la cui estremità fuoriesce dal terreno in luogo delle suddette attese piastrelle
– ovunque, intorno, si è circondati da tombini piazzati sistematicamente 4-5 cm più su delle suddette suddette piastrelle
– la variante livello pro del precedente punto per i più sgamati presenta i tombini a coppie, naturalmente non allineate in altezza. Superando lo scoglio si giungerà a formazioni di tombini più articolate. Resta da verificare ma, probabilmente, ripercorrendo il marciapiedi al contrario e calpestando ogni tombino si udirà un messaggio satanico
– intorno a tali formazioni tombiniche, talvolta disposte ad atollo, troviamo in genere altri tombini, ad altezze differenti da quelle vicine e comunque dalle suddette suddette suddette piastrelle. Dal numero di tombini e dalla frequenza con cui ogni marciapiede ne esce adornato vien da ritenere che sottoterra passino in parallela lunghezza corrente, gas, fibra, acqua, fognature, riscaldamento a pavimento, probabilmente latte, birra, corrispondenza cartacea, medicinali, derrate alimentari, consegne di acquisti online, dispacci istituzionali, microfilm, droga, particelle accelerate, canalizzazioni libere per progetti futuri. Non c’è altra spiegazione

Shopping

Molti negozietti storici o scantinati, spesso in strade magari più vecchiotte ma non sempre secondarie, hanno accesso seminterrato, circa 50-100 cm sotto il livello della strada. Gli scalini per accedere sono interni NON al perimetro del palazzo, ma al piano di calpestio.
In altre parole i marciapiedi hanno ogni tot metri un buco improvviso di un metro per due, ecco.
Senza alcuna protezione, senza alcun avviso, senza alcun segnale.

Di giorno la cosa si limita ad essere pericolosissima; di notte se ti va di culo continui a camminare scendendo i gradini stupito perché ritenevi di essere in pianura; se la fortuna volta le spalle si passa a complicazioni cliniche o morte.

Interagire

I Bulgari con la testa fanno sì per dire no e no per dire sì. Ci si ride sopra, però poi quando all’apparenza ti negano ogni richiesta anche basica ci resti male per alcuni secondi.

Shopping, reloaded

Tornando ai negozi, è importante parlare delle loro porte.
Anzi, no: parlare delle loro porte è fondamentale.
Esse sono:
– con apertura verso l’esterno
– in vetro
– senza cornici, quindi del tutto invisibili al netto della grande maniglia. Nota: la grande maniglia è quasi sempre in vetro
– tenute perlopiù aperte

La probabilità di lasciare ai bulgari un’impronta della fronte per il nostro semplice camminare è altissima.

Trasporto pubblico

I tram, efficientissimi e numerosi, hanno spesso fermate in mezzo alla strada.
Non in senso lato: proprio letteralmente.
In mezzo.
Non c’è banchina, non c’è segnale in terra, non c’è avviso per gli automobilisti della corsia immediatamente a destra del tram che procedono nella sua stessa direzione; sì, quella corsia lì, cioè il punto esatto in cui metti i piedi scendendo.
Semplicemente, tutto funziona. Tu scendi, finisci al centro di un viale in cui le auto sfrecciano serene a 70-80 all’ora e queste ultime capiscono, vedono il tram rallentare, sanno che esso secernerà genti e si fermano prima della coda del tram.

Nutrirsi

Al ristorante ciascuno dei piatti ordinati arriva in tavola quando è pronto. Che l’ordinazione complessiva sia una è irrilevante.

Punto.
È un principio immutabile.
Se tre commensali chiedono piatti con tempi di preparazione rispettivamente di 2, 16, 45 minuti il primo mangerà da solo, il secondo pure, il terzo pure.
È così e assolutamente nessuno ci trova qualcosa di strano. Buono per le brigate in cucina.

Verde

I parchi sono ovunque.
Ovunque.

Ogni piazzetta ha un parco, ogni parco ha un numero di panchine bastevole per supplire all’eventuale chiusura dei due parchi più prossimi, ogni panchina è pulita e accogliente.
Nei parchi troverete mezza città: chi ci lavora, chi gioca a pallone, chi chiacchiera; insomma, solite cose ma le troverete pure alle dieci di sera.
Lungo le stradine dei parchi ci sono fiori coloratissimi piantati ovunque, irrigatori a goccia, giardinieri, aiuole, baretti. Talvolta troverete panchine disposte una di fronte all’altra: è consuetudine che due amici le usino così e le nostre indagini a campione hanno stabilito che le ragioni sono confidarsi segreti o giocare a dama.

I parchi sono una oggettiva meraviglia di questa città.

Leggere

L’alfabeto è il cirillico, ma se impari le corrispondenze tra i caratteri cirillici e i nostri il bulgaro scritto diventa largamente più comprensibile di un dialetto che hai a 300 km da casa tua.

Statua

La statua di Santa Sofia, che all’incrocio di cardo e decumano identifica il centro cittadino e la capitale tutta, è veramente veramente veramente brutta; la cosa è del tutto condivisa e a tutti va benissimo così.

Erbacce Lab – Bracciano (RM)

Bracciano è un borgo di quelli a cui si addice il classico “da visitare”, con vicoli, scalette, piccoli negozi e una vista sul lago che lascia ricordi nitidi perfino rinunciando ai selfie. A camminare, si sa, viene fame, ma capita pure gente come noi che viene qui apposta per mangiare in un posto da conoscere e quindi, già che c’è, cammina pure.

Nel centro del centro c’è una piccola bottega, vista da fuori, che dentro è un’esperienza di cibo e incontri. Ci viene spontaneo come certe erbacce dire che Sara -a cucinare- e Giovanna -ai tavoli- sono uno dei motivi per cui venire qui.

Si entra. Il locale è piccolo ma accoglie perché è stato evidentemente concepito per farlo: i pochissimi tavoli vanno in profondità per una striscia di qualche metro sulla sinistra, un bancone con sgabelli li separa -intenzionalmente poco- dalla parte destra, che è tutta cucina. Non è soltanto ascoltare i suoni del lavoro di preparazione, ma anche poter chiacchierare con la cuoca (“non sono chef, faccio la cuoca”) dei piatti, dell’idea che c’è dietro, di quel che nasce sul momento discutendone magari di qua con Giovanna che estende a Sara quando l’argomento si fa coinvolgente.

Entrambe sanno essere discrete col tavolo che in qualche modo suggerisce di farlo, ma il loro entusiasmo non va confuso semplicemente coi casi in cui si scrivono nelle recensioni cose come “servizio informale”: è qualcosa di intrinsecamente diverso, è d’anima, c’è il gusto di scambiarsi impressioni e parole perché una giornata “necessariamente” a contatto con gli altri passata così è più piena e ricca. Allora ecco che ci si trova a parlare di ingredienti, sapori, esperienze, cotture, assaggi non per far convivio tecnico (ambito in cui peraltro lo scrivente non sarebbe all’altezza) ma per amore di terra, lavoro e gusto, per godersi la bellezza di un momento condiviso che riguarda il mangiare e bere.

Direi che i piatti in dettaglio non ve li raccontiamo. Il menù è corto e variabile, la filosofia e gli intenti che stanno alla base di questo posto prima ancora delle fondamenta del suo palazzo sono cura per una materia prima cercata con determinazione ma non obbligata dalla ricetta ad essere questo o quello. Le erbacce nel nome sono… erbe, spontanee, selvatiche, dall’orto, trovate da un produttore vicino, scoperte da poco, trasformate attraverso il loro utilizzo per farne ripieni, contorni, abbinamenti, salse e quant’altro la loro sostanza inviti a creare.

I risultati sono splendidi. Nelle preparazioni c’è sicuramente attenzione e tecnica, nonché un gusto estetico su forme, colori e abbinamento materiale col piatto di servizio, ma nessuna delle diverse portate arrivate al tavolo da quattro ha avuto con sé una qualche pur minima prosopopea, solennità, velleità formale nella presentazione a voce o nell’impiattamento. È, questo, un equilibrio parecchio delicato, perché la rispondenza tra le intenzioni di cucina e di proposta e la resa in tavola è fatta di mille fattori e qui succede soltanto che la passione per un mestiere non semplice finisce dritta sul piatto, condivisa senza aggiungere, senza condimenti o parole ridondanti.

Le carni sono di allevamenti vicini, così vicini che si conosce bene non solo il produttore ma pure l’animale diventato cibo. È una catena in cui ogni anello viene rispettato il più possibile.

Durante il pranzo può capitare di scorgere Sara che, dalla cucina, lavorando cerca di captare sensazioni e commenti ai piatti. Se c’è modo e tempo è lei stessa a fare quattro passi (numericamente forse dieci) per venire al tavolo a chiedere opinioni e confrontarsi coi clienti. Personalmente l’ho ascoltata a confrontarsi con grande umiltà ed empatia anche con un cliente della categoria “questo piatto è un po’ strano perché a me piace come l’ho mangiato a <segue luogo esotico a sufficienza da evocare verità assolute>”. Questi sono gli stress test che mi fanno riconoscere le persone di valore, attraverso lo stile con cui sanno stare al mondo.

Giovanna racconta con sorridente rigore i piatti e il motivo per cui son fatti come son fatti. La scelta del vino con lei è un altro momento divertente, a dimostrare che la professionalità e la competenza non devono essere per forza roba pesante e che con le cose belle è bello giocare.

Si va via contenti e con la voglia di tornare presto, si spende una cifra giustissima per quel che si mangia e per come lo si mangia. Il vino ha ricarichi sensati.

Un plus per chi capiti di passaggio e magari senza il tempo o la voglia di sedersi al tavolo: vari piatti vengono anche offerti a portar via, e se siete in zona non c’è nessuna ragione per cui possiate perdervi per esempio la focaccia alle erbe. Proprio nessuna.

Bravissime loro. Voi invece datece retta!

Ah, giusto: stanno qui.

Merceria Spagnulo, storia salernitana

Era il 1904 quando la famiglia Spagnulo aprì la sua bottega, a Salerno. A Via dei Mercanti, inutile dire, in quello che un giorno sarebbe stato chiamato “centro storico” ma che allora era il cuore pulsante della città.

Da romana acquisita quale sono, via dei Mercanti mi rimanda a via dei Giubbonari, via dei Balestrari, via dei Chiodaroli. Quanto mi piacerebbe poter tornare indietro nel tempo, il tanto che serve per vedere quelle strade nel periodo in cui i nomi ne riflettevano la vita reale: il fervere delle attività, il battere dei ferri, il dettaglio di ogni lavorazione, le grida scambiate tra le varie botteghe, le contrattazioni con i clienti.

Fossero stati romani, gli Spagnulo avrebbero senz’altro aperto a via dei Cappellari, poiché anche quello facevano (o meglio avrebbero poi anche fatto, più avanti), cappelli.

Aprirono producendo ventagli: avrei passato le giornate a comprarne, se avessi vissuto allora. Divennero poi anche merceria e cappelleria, e in queste “trasformazioni”, indotte dalle mutate esigenze della clientela, una tappa importante (di cui non ricordo purtroppo i dettagli) si colloca nel 1959, la data riportata nell’attuale insegna del negozio.

L’attività andò subito bene, e continuò ad andare bene per anni, decenni.

Gli attuali titolari, discendenti di ennesima generazione, ce lo raccontano con orgoglio. I vestiti nuovi erano un lusso e una rarità; la normalità era rammendare. Rammendare tutto: dalle calze ai pantaloni alle mutande. Che pare brutto da dire, eppure le portiamo tutti, a parte bizzarre eccezioni.

Sicché, dal momento in cui le serrande si alzavano, era un andirivieni continuo e la giornata era sì faticosa, ma anche rapida a scorrere e soddisfacente dal punto di vista economico.

La bottega degli Spagnulo ha la bellezza di 118 anni: quanta storia, quante storie ha visto, e quanto sono stati bravi loro a trasformarsi man mano che il mercato dava segnali nuovi.

Così, quando via Mercanti è diventata una strada in cui più che i locali passeggiano i turisti, grazie alle loro ormai provatissime doti camaleontiche, gli Spagnulo hanno saputo trovare una nuova formula, che propone prodotti di qualità che ben si prestano anche ad essere un ricordo di viaggio e che insieme restano nel solco della tradizione di famiglia, quello della merceria e della pelletteria.

Spagnulo a Salerno

Esternamente il negozio ricorda fieramente le proprie origini, nell’insegna elegante e nell’aver conservato le porte battenti dal sapore antico. Nel periodo in cui l’ho visitato, a fine giugno, le vetrine esponevano ventagli di legno decorati con motivi ripresi da quadri di artisti tra i più noti (Van Gogh, Klimt, Monet), Frida), ombrellini colorati in modo analogo e articoli di pelletteria adatti anche a chi sia del posto: cinture, portafogli, cappelli e così via.

Essendo io fanatica di ombrellini, ventagli e arte, mi sono catapultata sulla vetrina destra con la stessa eleganza con cui gli orsi si attaccano al miele e le cozze allo scoglio, dopodiché entrare è stato inevitabile.

alcuni acquisti da Spagnulo

Mentre sceglievo i 3 ventagli, i due ombrellini e il berretto da comprare (eh, mica potevo uscire a mani vacanti), scambiavamo chiacchiere con i fratelli Spagnulo (fratello e sorella, per essere precisi), che con piacere ci hanno raccontato la bella storia di famiglia di cui sono i testimoni.

Andate da loro e, mi raccomando, salutateceli!

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Brienza, il suo fiume, la sua voce

Lo confesso: ho una predilezione per il sud, quando c’è da scegliere per un viaggetto in Italia.

Così, dopo una settimana nelle Langhe (che, metti che sei di Bolzano, sempre sud sono, no?) e una nel mio Stato cuscinetto, il Molise, è stata la volta del Cilento.

Che poi si fa presto a dire Cilento, ma si tratta di una realtà molto articolata e decidere come organizzare una settimana non è così facile. Noi abbiamo scelto di arrivarci da est, dal potentino: più precisamente da Brienza, un paese semplice, accogliente ed elegante, tanto nell’aspetto quanto nelle persone che la vivono.

Mi è rimasta nel cuore, soprattutto per le esperienze umane, che, per come siamo fatti io e il mio egli, rappresentano un aspetto importantissimo dei nostri viaggi, delle nostre passeggiate, dei nostri assaggi.

Qui vi parleremo della struttura in cui abbiamo alloggiato, La voce del fiume, riservandoci di dedicarci in altri post al resto del soggiorno brugentino.

La voce del fiume è una struttura oltre ogni aspettativa, per la sua bellezza e per la passione che fa sì che sia quel che è.

In giro su internet leggerete ogni dettaglio circa l’eccezionalità di quello che davvero merita di essere chiamato un “progetto ambizioso”: Rocchina Adobbato, avvocato che sin da piccola sognava di aprire una struttura ricettiva e che ama profondamente il suo paese, ha ristrutturato con un’operazione di recupero conservativo alcuni alloggi alle porte del centro storico.

Cosa ha voluto dire fare “recupero conservativo”? Ad esempio, far restaurare gli infissi di legno staccandone un pezzo alla volta e riapplicandolo usando la ferramenta originale. Oppure rifare l’impianto elettrico replicando la modalità a filo intrecciato di un tempo. O ancora, preservare i pavimenti in cotto e legno, restaurando anche questi. Così, giusto per dirne qualcuna. Un lavoro monitorato dalla Sovrintendenza e che ha richiesto anni, durante i quali molti di noi probabilmente si sarebbero arresi.

Così non è stato per Rocchina, donna volitiva e determinata. Il risultato è semplicemente meraviglioso, anche negli arredi; tutto fa sì che ci si senta catapultati nella vita che un tempo in quelle stanze è brulicata, semplice e affollata. Nel nostro alloggio Rocchina ha lasciato la culla di legno in cui è cresciuta, con il copriletto fatto a uncinetto dalla nonna, e le sedie impagliate, e il tavolo da cucire Singer, e i comodini di legno, e ancora e ancora. Un atto di fiducia nei propri clienti, anche, dato il valore tanto del restauro quanto di ogni oggetto messo a disposizione.

La voce del fiume - Residenza Diamante ingresso

La voce del fiume - Residenza Diamante letto

La voce del fiume - Residenza Diamante culla

La voce del fiume - Residenza Diamante terrazzo

Se tutto è curato come vi stiamo raccontando, naturalmente anche il nome, “La voce del fiume”, non è casuale. La dimora storica affaccia infatti sul fiume che più in basso attraversa il paese e sul paese quasi per intero; dal terrazzo che arricchiva ulteriormente il nostro alloggio la protagonista era proprio lei, la voce del fiume.

La voce del fiume - Residenza Diamante panorama

Sotto il nostro terrazzo è la piccola sala dedicata alla colazione, che affaccia a tutto vetro sullo stesso panorama: un altro modo per immergere l’ospite nella ricchezza che lo circonda, per fargli fare un tuffo nei colori e negli odori della natura a portata di occhi e di naso.

La colazione è un abbraccio, fatto di coccole e condivisione. Rocchina (che il sonno non sa cosa sia, tra gli impegni legati alla propria professione e quelli del b&b) ti accoglie in sala con un sorriso dolce e con la sobria eleganza che è uno dei suoi tratti distintivi, nonché un altro segno di rispetto e cura per i suoi ospiti, e ti serve personalmente.

Nulla è lasciato al caso: le preparazioni dolci – torte assortite, yogurt, succhi di frutta e commoventi marmellate – sono frutto delle sue mani sante, e ad esse si aggiunge una deliziosa ricotta che il produttore porta calda la mattina. Mentre Rocchina prepara il piattino con ciò che più gradisci e di cui con ogni probabilità sfacciatamente chiederai il bis, il suo compagno, Angelo, si occupa del cappuccino. Non manca mai una rosa fresca a colorare ogni tavolino.

La voce del fiume - Colazione 1
La voce del fiume - Colazione 2

La prima mattina entri salutando garbatamente e, mentre Rocchina ti illustra le prelibatezze disponibili, con stupore vedi gli altri ospiti raccontarsi da tavolo a tavolo come è andata la giornata precedente, darsi consigli per il giorno, scherzare, Angelo partecipare con le sue folgoranti battute e Rocchina a fare da collante. Scopri così che qui la colazione è fatta, oltre di cura e delizie, anche di condivisione, confronto, divertimento; il clima è talmente accogliente che la magia diventa inevitabile, seppure in prima battuta inattesa.

Ormai ci conoscete: non avremmo sperato di meglio… dopo pochi minuti eravamo della partita! Questo piccolo miracolo si è compiuto un giorno dopo l’altro ed è diventato un momento attesissimo; alla partenza, parte del dispiacere è stata pensare alla colazione del giorno successivo, altrove.

Avevo ragione, la colazione dell’indomani non ha avuto lo stesso gusto, ma il ricordo – quello sì – resta dolce e indelebile.