Reggio Emilia 2024: ci è piaciuta!

Quei viaggi in macchina un po’ lunghi che non vorresti fare hanno invece bellezza quando diventano pretesti. Parti da Roma ma ti fermi a Firenze da una coppia di amici belli, riprendi il viaggio e con un’altra ora e mezza sei lì dove volevi arrivare.

Reggio Emilia, nello specifico, ma vale in generale perché funziona, cavolo. Devo ricordarmene al prossimo viaggio lungo. Il viaggio è un pretesto. L’avrà sicuramente detto già qualcuno. Certo poteva dirmelo, ma non starò qui a far polemiche.

Ah, già: Reggio Emilia.

Il centro è un esagono ben definito, comprensibile pure a chi non maneggi alla grande l’orientamento; con qualche grado di rotazione possiamo dire che la via Emilia tagli a metà questo esagono in orizzontale, sicché a misure prese si può scoprire questa cittadina senza pensare troppo alle mappe.

Ci sono atmosfere diverse anche a singoli isolati di distanza. È divertente notarlo con lo sguardo del tutto ignorante del nuovo ospite. Entri da ovest, in una sera infrasettimanale a negozi chiusi, e c’è via via questo passaggio tangibile di cambiamenti; sembra di incamminarsi in un piccolo paese, con la strada curiosamente percorsa perlopiù da persone di origine africana, e proseguendo si comincia ad incontrare qualche architettura più elaborata e qualche italiano in più, senza soluzione di continuità ed entro centinaia di metri. Da est succede una roba simile ma si parte dall’Asia. Bello, tutto cambia in modo fluido e, visto con l’occhio del metropolitano, ravvicinato. Per gli stranieri scopriremo poi che c’è anche una zona nord, più o meno attorno ad alcune realtà che hanno a che fare con l’immigrazione lungo via Roma.

Da destra o sinistra, insomma, si giunge ai negozi dai nomi o dagli aspetti di più alto lignaggio, prestigio o anche solo target. Qui almeno quattro piazze e varie altre piazzette intorno fanno spazio a mercati, chiese, chiacchiere, biciclette, tavolini di altre chiacchiere e bicchieri, rumore di vita e città. Pochissime auto -evidentemente autorizzate- transitano non spesso, sicché il più dello spazio è lasciato ad aria, luce e volumi per gente e pedali, in un camminare che anche da turista si immagina facilmente molto vivibile pure per chi qui venga a lavorare.

Di musei, cose da fare e quant’altro vi parlerà senz’altro qualunque pezzo di internet. A noi ha divertito molto l’atmosfera che il festival della fotografia europea sa creare in tutta la città
– molto interessante e ricca la mostra su Ghirri, ben esposta ai Musei civici
– per certi versi (quelli di un turista, per esempio, ma anche di una vista dei luoghi più alta) è davvero articolata e bella la parte “off“. Teoricamente è fuori dal circuito standard delle esposizioni in cartellone, ma in pratica è sparsa ovunque, come se il programma di base fosse nei tanti cuori pulsanti delle sedi più grandi e le strade cittadine fossero tutte arterie di immagini. I tantissimi rettangoli rosa del festival che colorano negozi, portoni e quant’altro segnalòano la presenza di foto da vedere all’interno e riempiono le vie di punti interessanti, regalando curiosità secondo me anche a chi non abbia la fotografia tra le passioni. Un progetto particolare, curato e illustrato con entusiasmo e competenza, l’abbiamo visto alla galleria Spazio C 21, che consigliamo di visitare a prescindere.

Che si mangi e si beva bene diciamo che non servirebbe dirlo, ma anche qui possiamo fare nomi:
caffè: atmosfera sorridente anche a pieno ritmo di servizio all’Esagono caffè, che ovviamente e non secondariamente citiamo perché il caffè ci è piaciuto molto
erbazzone: è chiaro che venire qui comporti mangiarlo, quindi ne abbiamo provati alcuni. Suggeriamo Antica bontà
bistrot: se è anche questa l’atmosfera che vi piace talvolta trovare, restando comunque anche sul territorio nelle proposte del menù, un bel posticino è Matilde Bistrot
– Se per dormire o per altri motivi vi trovate a passare in zona nord, diciamo verso la nuova stazione dell’alta velocità (ma in ogni cao a 4 minuti dal centro), buone birre accompagnate da buon cibo, tra cui il cavallo pesto, le trovate al Rebus Pub.

Datece retta…

Bar Caffetteria 3 Pini a Pozzilli, o dello star bene quando ci sono i pensieri

(ndr: Ho chiesto all’AI in vari modi una rappresentazione di questo bar e ne vedete una qui in testa, ma no, nel 2024 l’AI non coglie cosa sia un bar di provincia e non mi fa contento in alcun modo, sicché andiamo oltre)

Pozzilli è un paese che, purtroppo, nel Molise e fuori dice qualcosa a qualcuno perlopiù se i motivi non sono belli.

C’è la Neuromed, clinica il cui nome basta per capire che la fortuna è non conoscerla, non perché abbia demeriti ma perché non ci si viene a prendere semplicemente una Tachipirina, ecco.

Succede quindi che, per chi accompagni qui qualcuno a causa dei suddetti motivi, si abbia poi qualche mezz’ora o qualche ora di intermezzo tra gli impegni previsti. Si passeggia un po’, piazzetta, chiesa, qualche negozio e insomma solita camminata in uno dei tantissimi paesi d’Italia.

Appena più distante (se di distanza si può parlare quando non si sta più a venti metri dall’ospedale perché son trascorsi altri due minuti di passi) c’è un bar, che ancora una volta è da fuori uno dei moltissimi bar dei moltissimi paesi d’Italia. Due sedie fuori, un’insegna, un’introduzione semplice che però, soprattutto in certa provincia nazionale, significa qualcosina in più per chi ci abita attorno.

In questo caso è il bar 3 Pini.

All’interno c’è una titolare che ti accoglie sorridendo, pure se diluvia e quindi non è che la giornata sia proprio ricca per lei di soddisfazioni lavorative. Fuori vento e pioggia a complicare i pensieri e bagnare punte di nasi; dentro si sta istantaneamente già meglio.

È un piccolo bar, dicevamo, e ci si trovano le cose che in un bar ci si aspetta di trovare. Un cappuccino caldo, nello specifico, era il conforto basico ma importante che tra i pensieri di cui sopra poteva stemperare freddo e umore.

Siccome però in questo blog siamo gente magari puntigliosa che certe cosine le nota, siamo pure gente che nota certe cosine belle, e qui il cappuccino, che pure era buono, abbondante, cremoso e non un latte macchiato travestito, è diventato personaggio secondario.

Scambiare due parole, lungo quella mezz’ora in cui la solitudine ti fa una compagnia un pelino invadente e poco desiderata, accompagna il cornetto che accompagna il cappuccino, con la radio che nel frattempo è capace in una canzone di portarti altrove, una finestra affacciata su un panorama inatteso… tutte queste cose qui e qualcos’altro ma con il famoso plus: parlare con qualcuno che tanto sa benissimo perché sei lì, il che significa per te pure la libertà di non doversi sfogare -ché pure quella è una catena se te la senti stretta sul collo-, avvertire la presenza di uno spazio nel quale puoi pure ascoltare, conoscere la vita di quel luogo, le difficoltà e le cose che vanno bene, giornate o scelte che scorrono in modo diverso dalla tua, qualcosa magari da imparare per quel viaggio di ritorno, una piccola lezione di storia recente di un territorio di cui sai zero.
E poi parlare, anche, ma rinfrancato da uno spostamento di orizzonte che ti riporta tra gli altri, in mezzo a tutte le vite con la tua, più sereno e leggero a poter dire e far dire.

Il cappuccino era ottimo ed è pure costato poco, se proprio dobbiamo metterci una recensione dentro, ma penso vi sia chiaro che il calore ricevuto non veniva da lì. D’altra parte quando le cose girano così non stai cercando un cappuccino né un cornetto: stai cercando un posto in cui star bene, Ecco: trovato. Però ha anche il cappuccino buono.

Ora: consigliarvi un bar in un luogo che sarebbe bene non frequentare vista la ragione per cui lo si fa… Come dire, non ve lo auguro ma ve lo suggerisco.
Più in generale, però, è bellissimo pensare che in Italia possano esistere potenzialmente migliaia di posti semplici che all’ingresso sembrano bar e all’uscita son diventati benzinai dell’anima, grazie a persone come una titolare che ti serve un cappuccino sul banco e tutto il resto intorno.

Ah, già: il bar è qui

“Poor Things” – “Povere Creature!”

Il titolo originale di questo film non fornisce suggerimenti. Poi lo guardi e scopri che è un milione di cose insieme – divergenti, autonome, straniere l’una all’altra – il cui andamento è però in una direzione coerente, mirato ad un punto: mostrarci la meraviglia del libero arbitrio, l’effetto del non condizionamento di un’educazione che ci inquadra, ci condiziona, inevitabilmente.

Sebbene il riferimento più lampante sia Frankenstein, spariglio le carte dichiarando che trovo ancora più calzante quello ad Adamo ed Eva e all’albero della conoscenza, rispetto al quale Eva infranse l’obbligo di non nutrirsene.

Bella Baxter (interpretata divinamente da Emma Stone) “ri-nasce”, da una donna ormai in fin di vita, per opera del dottor Godwin Baxter, che le impianta il cervello del bimbo che lei portava in grembo.

Il prefisso del nome del suo eccentrico salvatore, “God-“, già ci rimanda alle alte sfere che hanno dato origine al creato, rafforzandomi egocentricamente nell’idea che anche la Genesi c’azzecchi. Qui però non è da una costola altrui che prende vita la donna, ma da una parte di un essere umano che lei stessa stava per generare, in una dinamica circolare che già ci suggerisce che ognuno basta a se stesso e che addirittura da se stesso può rigenerarsi. È proprio a questa meraviglia che ci sarà dato di assistere.

Vediamo Bella attraversare, a massima velocità, come in time lapse, tutte le fasi della crescita. Innanzitutto quella dell’infanzia, nella quale – bambina nel corpo di un adulto – fa i capricci, buttando i piatti per terra per sfidare l’adulto-adulto, cammina in modo incerto, se la fa addosso, parla in modo poco comprensibile. Tutto questo circondata da uomini di scienza, Godwin e il suo assistente, che ne osservano in modo asettico l’evoluzione, annotandone le caratteristiche e senza indirizzare Bella con i “questo non si dice, questo non si fa, dì grazie al signore, saluta”. Bella-Eva non distingue il bene dal male, non ha mangiato la mela dell’albero della conoscenza, nessuno le indica paletti o forme da osservare. Bella è puro istinto.

Nell’adolescenza il puro istinto prende la forma della deliziata e sfrenata scoperta dell’eros e della sua pratica, intanto da sola, e poi con chi, più avanti, le regalerà “furiosi sobbalzi”. La sua totale sospensione di giudizio, o meglio assenza di giudizio, ci fa osservare il miracolo di cosa si può essere, fare, diventare, senza condizionamenti: i furiosi sobbalzi non hanno nulla di scandaloso, il piacere che danno ha lo stesso candore del pain au chocolat, che pure più avanti Bella adorerà… solo che è mooooolto più forte!

In realtà un condizionamento, uno solo ma enorme, c’è: Godwin non vuole che Bella vada oltre le pareti della grande casa in cui vivono; il motivo, nascosto, è che qualcuno potrebbe riconoscere la donna che lei era nella sua vita precedente. Quando però ottiene quel che vuole e vede (sia pure con le dovute precauzioni adottate da Godwin) gli alberi, i prati, le strade con donne e uomini di cui nemmeno ipotizzava l’esistenza, Bella viene travolta dalla fame di conoscenza e decide di partire per scoprire il mondo. Mica scappa: lei non deve chiedere il permesso, semplicemente comunica che partirà. Non c’è da preoccuparsi, no, tornerà. Ma ora ha questa urgenza.

Ed è qui che si passa dal bianco e nero (con scene in fisheye che producono un effetto tra il voyeuristico e il claustrofobico) ai colori accesi, saturi, di vita che esplode. Qui e per tutta la durata del film, regia, sceneggiatura, scenografie e fotografia si fondono creando un contesto visionario e un ritmo travolgente.

Ormai Bella è adulta e d’improvviso ci rendiamo conto che non ci siamo accorti di come, di quando abbia migliorato tanto la camminata, la postura, il modo di parlare, che è sempre “bizzarro” ma quasi forbito. Emma Stone è brava in modo impressionante nel non farci avvertire soluzioni di continuità, così come è brava (pare una contraddizione) a cambiare tantissimo. La scena del ballo è impagabile, magistrale.

È vero, è un’adulta, ma un’adulta giovane che ha ancora tanto da imparare: un’esperienza dopo l’altra (come la conoscenza del dolore o l’esperimento di vivere senza agi, così come tanta lettura), Bella forma il suo sistema di valori, profondamente razionale, ed è sulla base di quello che valuta cosa è bene e cosa è male; sperimenta, sperimenta, sperimenta, seguendo le orme del “padre” Godwin, affinando l’ingegno e la sensibilità e trovando sempre la soluzione.

E alla fine la soluzione è proprio lei, Bella, determinata e autodeterminata.