Vignaioli naturali a Roma 2025: dove va il vino (e con chi)

Dove siamo stati
(spoiler: a bere)

Roma è faticosa, si dice non a torto, ma offre mille occasioni quotidiane per chi sia curioso di bellezza, cultura, divertimento.
Il vino cos’è, se non perlomeno tutte e tre le cose?

Succede poi che, proprio a Roma, tra le moltissime rassegne dedicate al vino ce ne sia una, ormai divenuta di rilevanza anche storica, Vignaioli Naturali a Roma, partita nel 2008 quando abbinare la parola “naturale” al vino non era ancora nemmeno l’inizio di una moda per certi versi ormai tramontata.
Stiamo parlando, insomma, di una manifestazione solida e costruita su un’idea di vino e di mercato che prescinde dall’hype che il fenomeno ha vissuto già.

Ok, ma cos’è il vino naturale?
(spoiler: di preciso non si sa, ma…)

Cosa cavolo significhi vino naturale è questione che non intendiamo affrontare qui, per via del fatto che fuori da questo blog abbiamo anche una vita; passare un mese a scrivere di semantiche improbabili e non disciplinate sarebbe un esercizio di stile un filino dispendioso rispetto all’utilità che ne avreste in cambio.

Facciamola allora più semplice, anche se ovviamente superficiale:
produttori evidentemente non giganteschi e non industriali scelgono di fare vino minimizzando i trattamenti in vigna, per intensità e tipi di sostanze, nonché muovendosi in totale coerenza con la vigna da quando l’uva arriva in cantina a quando diventa un vino pronto per la vendita. Filosofie, approcci e linee di azione (relative anche all’etica, al lavoro, all’ecologia in senso più ampio) assumono a questo punto tratti più o meno marcati e radicali, ma la sintesi è, in sostanza, un processo agricolo e produttivo il più vicino possibile al rispetto di quel che la natura ha fornito.

Che succede in conseguenza?
Dal punto di vista delle capacità a produrre, fare vino cosiddetto naturale (lo scrivente preferisce dire artigianale) richiede competenza, bravura e attenzione come (o più) che fare vino “convenzionale”, perché il risultato a produrre in questo modo è un vino che i sognatori amano chiamare “libero”, ma che -detta più asettica- ha subìto meno correzioni di rotta in corsa.
Succede quindi che, se il lavoro di viticoltore lo fai in modo approssimativo, il vino sarà pure naturale (e già si potrebbe poi non esser d’accordo sul termine, per motivi talvolta misurabili), ma si collocherà tra l’inutile, l’imbevibile e -nei casi peggiori- il dannoso.
Se invece sei bravo, quel vino diventa a suo modo unico, diventa una storia a sé che, per forza di cose, i convenzionali non potranno essere, e che altri artigianali non vorranno essere.

Insomma, qui non si demonizza il vino convenzionale né si santifica quello artigianale, anche perché un vino convenzionale può esser buonissimo e fatto benissimo e il problema del vino per la salute resta largamente l’alcool. Semplicemente, qui ci si diverte molto di più a bere artigianale, perché il vino racconta al naso, in bocca, negli occhi storie più personali, meno codificate.

Più umano, più vero, direbbe il poeta.

Cosa abbiamo assaggiato
(spoiler: cose buone, in più casi molto buone)

L’elenco dei produttori comprendeva più di cento nomi, sicché disgraziatamente proprio tutto tutto non s’è potuto provare.
Ci si è però trovati assai bene sorseggiando i diversi prodotti che ciascuna di queste cantine qui elencate ha portato:

Nel nostro giro, insomma, son state visitate Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Emilia, Puglia, Piemonte e… Catalogna, appena più lontano.

Molti i rifermentati/ancestrali/pet nat e via dicendo, con produzioni la cui qualità è garantita dal nome Tiziana Gallo, la donna che ha creato la rassegna e portato avanti sempre il tema della qualità a prescindere dal fatto che il naturale fosse fashion. Anche i bianchi macerati hanno avuto largo spazio, com’è normale in questo contesto, e -attenzione attenzione- abbiamo bevuto perfino qualche affinato in barrique di primo passaggio, cosa che invece col contesto ha a che fare ben poco.

Insomma, non che andasse per forza detto, ma bere artigianale dà tanta tanta soddisfazione e gusto, essendo ormai anche piuttosto chiaro e consolidato nel settore che un vino sgradevole ma naturale è sgradevole senza ma; c’è voluto qualche anno, ma il livello medio si è alzato e le discontinuità si sono fortemente ridotte.

Questo specifico evento, peraltro, come abbiamo già detto è da sempre tra quelli che garantiscono un livello qualitativo rassicurante, ma ci ha fatto comunque piacere aver assaggiato solo vini che, per capirci, anche chi non frequenti i naturali può bere senza avere qualche perplessità.
Non ce ne vogliano i produttori di valore: intendiamo solo dire che, in questi anni in cui la moda del naturale ha portato ad un’offerta molto variegata, è capitato di bere… diciamo un po’ di tutto, con qualche filosofo anarchico che, per ideologia o anche solo per poca competenza, ha messo in commercio bottiglie con difetti evidenti, vendute comunque al prezzo di vini che i difetti non li hanno.

Ma come va ‘sto mondo del vino?
(spoiler: dipende)

Il mercato del vino, per motivazioni che le nostre competenze esporrebbero qui in modo scadente, non se la passa benissimo.
La situazione economica (il combinato disposto stipendi bassi-prezzi che salgono) non aiuta affatto. Nel frattempo, oltertutto, quello che non chiameremo storytelling ma che insomma è il modo di proporre il vino sa di vecchio, è spuntato, vende un mondo un po’ pesantone e intellettualoide che, con l’invecchiare di quelli venuti su a degustazioni e corsi per sommelier e l’arrivo di gente più scialla, fa sembrare a questi ultimi la bottiglia di vino come il biglietto da visita di una rottura di maroni, l’ingresso in una stanza polverosa di cimeli da dover riconoscere uno a uno.

I ragazzi -e anche molti “meno ragazzi” ma comunque giovani- vogliono bere per il gusto di farlo in compagnia, ridendo tra una chat e una chiacchiera informale.
Sicuramente le pessime robacce zuccherate, una discutibile idea di mixology o le lattine di intrugli con alcool sono il male, ma che l’alternativa proposta finora sia stata l’obbligo morale di intravedere al naso prima del sorso quantomeno due frutti di bosco e un brand esatto di tabacco essiccato al sole in un quartiere di Marrakech non ha propriamente supportato il desiderio di bere un buon vino.

Sono moltissime le persone che chiedono non tanto un vino diverso, ma un modo diverso di fruirne, di usarlo. Rassegne come questa sono il trionfo (qui a livello alto, ma ce ne sono di più pop) di un modo di vivere che pure nel vino porti racconti, storie di artigiani, caratteri e personalità magari non tutte rettilinee ma -ecco il punto- attraenti, intriganti, che ti fanno avvicinare senza esigere Sapienza.

Poi per carità: qualcuno, magari, dopo l’ennesimo assaggio di questo Sabato romano, aveva la faccia e la lucidità di chi avrebbe probabilmente gradito da lì in poi pure il talco mentolato sciolto nell’orzo in tazza grande, ma perché mai il mondo del vino dovrebbe condannarsi da solo ad essere eternamente non democratico? La selezione all’ingresso per censo nozionistico è ben poco lecita e chi è felice ha ragione (se poi cortesemente magari non guida, ecco).

Insomma è andata bene?
(spoiler: sì)

Ambiente: l’hotel Excelsior di Via Veneto non abbisogna di introduzioni né descrizioni: è un luogo in cui si vanno a spendere 30 euro perché più di cento produttori in due sale molto belle ti fanno vivere un bel pomeriggio assaggiando vini di livello qualitativo medio certamente rilevante, a prescindere dai gusti personali che fanno preferire questo o quello.
Puoi parlare coi produttori e conoscere davvero le storie di una bottiglia, di un’annata, di un terreno, e puoi farlo con uno staff che ha funzionato e un’atmosfera magari anche più pomposa di quel che servirebbe ma che, dài, ti fa dire: perché non viversi qualche ora speciale?

Dateme retta…

Guida naif alle Vacanze Toscane: Relax tra Chiusi, Cortona e Perugia

(ultima visita: luglio 2023)

Per gli autori di questo blog le vacanze 2023 sono state anche una settimana trascorsa per tre giorni a ridosso di Cortona e per altri quattro a ridosso di Perugia. Tutte giornate costruite per essere riposanti e con ritmi non forzati, quindi senza una cascata interminabile di eventi e luoghi, ma anche caratterizzate da una classica abitudine umana: qualcosa bisogna pur mangiare. E bere.

Sicché…

Giorno 1: Chiusi, Castiglion Fiorentino

La partenza di Sabato da Roma in orario decoroso ci ha consentito di arrivare con un certo anticipo verso Chiusi, per cui… che fai, non esci a Chiusi? Ed eccoci in questo paese che, come altri che visiteremo nei giorni successivi, quest’anno ha un numero di turisti bassino. È sabato, metà mattina, bel tempo, un po’ caldo ma ad un livello sostenibile, eppure noi forestieri a passeggio saremo sì e no una ventina.

La prima sosta è stata per il caffè in un bar che sforna pure pane e pizza sulla piazzetta del Comune.
Vocazione turistica del suddetto bar:
– Presenza su google maps: no
– Presenze nel locale: avventori autoctoni più noi

Piacevole.

Qualche centinaio di metri a spasso e si assaggia la locale focaccia con uvetta in un piccolo panificio. Buona nel sapore, compatta come abbiam visto e vedremo per altre focacce di zona.
Vocazione turistica del suddetto panificio:
– Presenza su google maps: no
– Presenze nel locale: noi

Visita alla Chiesa di Santa Maria Novella ed ecco che arriva il pranzo, e qui le cose si son fatte serie. La scelta è andata su Il grillo è buoncantore (già assaggiato anni prima). Tanta qualità, atmosfera rilassata, cura per il lavoro e chiacchiere coi titolari grazie a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) una giornata poco movimentata.

Si riparte per la destinazione programmata, ma voi se andate a Chiusi non fate come noi che avevamo due ore: ammirate quel che c’è, cioè perlomeno due musei. A noi chiaramente è rimasta in testa quest’ambientazione un po’ vuota e silenziosa, ma siamo sicuri (anche per altri passaggi in loco nitidi nei ricordi) che le cose non vadano sempre così.

Arrivo nelle vicinanze di Cortona. Il luogo prescelto è stato la Locanda del Molino.
Ci si sta un gran bene, racchiusi tra un piccolo torrente e la strada provinciale, in un edificio in pietra che ha le camere al piano di sopra e il ristorante al piano di sotto. Il narratore d’esperienza avrebbe qui argomenti e dettagli con cui produrre in affabile eleganza ogni descrizione di dettagli nelle sale, nei corridoi col cotto in terra, nelle… Ma qui funzioniamo talvolta diversamente, sicché trattenete questo: è proprio una locanda, semplice e bella. Avrete questa sensazione e sarà bello viversela così.
C’è anche una piscina, con dimensioni e ambientazione perfette per restare nel mood.

Ci si sistema e via verso Castiglion Fiorentino.

Siamo in un paese che, a parte i momenti di festa organizzata, sembra vivere ad una “distanza turistica” da Cortona molto più elevata dei pochi km che le separano: c’è una vitalità tranquilla, manca fortunatamente l’hype modaiolo del negozietto artificioso a tema o la sovrabbondanza di cibo e spritz a caso.

Da vedere: il paese di per sé che è già bellino, la piazza del municipio per la sua bella forma, l’ariosità e il suo magnifico affaccio, la Pinacoteca Comunale, che ospita anche Bartolomeo Della Gatta, e l’area del cassero, anche questa con una vista notevole.
Per mangiare qualcosina e bere cose buone c’è Traversa del gusto.

Giorno 2: Cortona

Bella colazione, ascoltando il suono lento e sussurrato del torrente, e si va a Cortona!

Parcheggiare è già esperienza a sé: Cortona è il punto di concentrazione turistica massima in una zona che, per il resto, ha grande tranquillità, sicché bisogna arrivare non troppo a ridosso del pranzo. Riuscire a trovare posto nei parcheggi più vicini al centro è importante non tanto perché il cammino restante sarà in salita senza marciapiedi, ma perché, come abbiamo avuto modo di notare, la modernità dei suddetti piccoli parcheggi, posti lungo i tornanti, decresce in armonia con l’altitudine:

  • i più mattinieri potranno comodamente pagare con app
  • la seconda ondata dovrà dotarsi di pazienza perché non tutte le postazioni di pagamento accettano carte
  • i ritardatari dovranno dotarsi di monete
  • non abbiamo visto più giù, ma i dormiglioni professionisti credo avranno necessità di portarsi da casa oggetti in disuso per ricavarne qualcosa al baratto

Come al solito la storia di Cortona andate a leggerla da quelli bravi. Qui vi diciamo cos’è che abbiam fatto noi (spoiler: tanta bellezza):

  • Al MAEC si va spesso per mostre temporanee, ma al di là di queste trovate Signorelli, numerosi oggetti e rinvenimenti etruschi, Severini, una biblioteca settecentesca… insomma, c’è da andare anche senza mostre
  • Ancora Signorelli, come pure il Beato Angelico e altri, li trovate al Museo Diocesano del Capitolo
  • Le chiese: belle, ma perlopiù rimaneggiate, ristrutturate, ricostruite eccetera
  • Ma mangiare e bere? Veramente veramente ci stiamo dimenticando? No, non si scherza su queste cose: Taverna Pane e Vino, su una delle due piazze in cui passerete senza dubbio. Si mangia bene, si sta in un bel posto, si beve in modo divertente

Nel primo pomeriggio addomestichiamo la fase digestiva lungo le molte location ben diffuse della rassegna fotografica estiva Cortona on the move *interessante e fascinosa la scelta dei luoghi espositiv, qualità diciamo non uniforme( e con calma torniamo alla tana: in Locanda si mangia anche, dicevamo, e si mangia bene, sempre col ruscello a far compagnia se si sceglie si star fuori. Anche sul vino si va alla grande, visto che la proprietà è la stessa della cantina Baracchi. L’atmosfera è piacevolmente toscana nel senso più pieno e, direi, vero (i toscani non hanno solo “devastato questo paese” come il grandissimo Stanis LaRochelle denunciava).

Giorno 3: Castiglione del Lago

Castiglione del Lago è un borgo molto grazioso con un… castiglione… che diventa propaggine del borgo dentro l’acqua e praticamente sembra… del lago. Tutto questo spiega molte cose ai più scaltri.
Saimo già stati in questi luoghi varie volte in passato, quindi possiamo permetterci di saltare ad esempio la visita al castello di cui sopra e passeggiarci un po’ intorno.

Il grande ed umido caldo non ha aiutato moltissimo, diciamo, e i numerosi nordici che per quel caldo giravano in stato di pre-morte non aiutavano a distrarsi.
In sintesi gli aiuti sono mancati.
A compensare, buon pranzo anche panoramico (chiedete un tavolo nel giardino) a La Cantina, con ottima anguilla all’amatriciana.

All’amatriciana.

Romani, non fate quella faccia perché vi si vede pure da qui.

Pillola di cultura del giorno: rientrati alla locanda, chiacchierando in piscina con un distributore, scopro che in toscana si fa Gin come se non ci fosse un domani. C’è abbondanza di ginepro e ok, ma la gente si regala i gin come i mazzi di rose. Bon.

Giorno 4: Corciano

Salutiamo la Locanda, in cui siamo stati davvero bene (saluti a Stefano!) e, lungo la strada per Perugia, ci fermiamo a Corciano, perché non la conosciamo e perché ci sono una pala del Perugino e un gonfalone di Bonfigli.

Il paese, la pala e il gonfalone confermano la loro bellezza alla vista. Passeggiare qui è un turismo tranquillo, coi passanti che ti salutano e le piccole vie che mantengono un carattere senza tempo.
Si pranza un po’ fuori dal centro a L’utopia, buonissimo ristorantino e bella storia di una coppia (i titolari) che vuole credere ai sogni cercati e faticati.
Ci ambientiamo nel comodo e anch’esso piscinoso Hotel Vega, nelle vicinanze di Perugia, e poi andiamo a conoscere un po’ gli scarni dintorni, finendo però benone a mangiare alla vineria La Fraschetta, rilassante e gustosa.

Giorno 5: Perugia

Arrivando a Perugia da Est ci sono buone possibilità, perlomeno in estate, di trovare parcheggio lungo la lunga lunghezza di via Roma, nel nostro caso a ridosso dei Giardini del Frontone. Se volete fare una passeggiatina nel verde entrateci, altrimenti mollate comunque il viale e godetevi Borgo Bello, alias Corso Cavour, e traversine varie col loro fluire di botteghe, bar, ritrovi culturali, … Ne riparliamo più sotto.

Proseguendo fino alla Chiesa di Sant’Ercolano si sale in centro -se non ci siete mai stati dovete rimediare quanto prima- ed è subito GNU, la Galleria Nazionale dell’Umbria, che per un appassionato vero richiede giorni interi di visita. La scelta di esporre per epoche a crescere è appassionante e a modesto avviso di chi scrive funziona benissimo.

Per il pranzo c’è stato, e speriamo ci sia ancora, uno di quei pochi posti che fanno il poke senza imbellettamenti finto-hawaiani e, con tabelle nutrizionali a parete ma senza alcuna pesantezza, invitano a comporre coscienziosamente il pasto. Si chiama Postogiusto e ci si trovano anche panini simpatici e qualche birra artigianale locale. Carino assai, anche per la posizione in piena vitalità perugina.

Giorno 6: Bevagna… e Perugia, a chiudere in gloria

Già arrivare a Bevagna è un bel guardare lungo il tragitto, perché molta della campagna umbra è proprio bella e anche molte zone antropizzate non lo sono in modo invasivo, arrivando agli occhi come un paesaggio morbido e, in fondo, rassicurante.
Il paesino è molto godibile nella sua semplicità, con le vie principali, la piazza, la chiesa e i negozietti a mettere assieme in poche centinaia di metri tanti motivi per cui l’Italia è uno splendore costante con poche brusche interruzioni.

Si pranza a Le Barbatelle, minuscolo wine bar molto carino in cui il menu corto e delizioso accompagna belle bottiglie, tra cui molte artigianali.

Ripartendo da Bevagna si va in chiusura di vacanza lungo un festoso crescendo enoico:

  • nel pomeriggio si fa visita a due realtà locali del vino parecchio diverse per tipologia, produzione e mercato:
    • Colsanto è una delle proprietà di Livon; gli studiati del vino sanno che si parla di un’azienda dai numeri grandini.
      Architettura resa intenzionalmente semplice ma cercata, di dettaglio, raffinata dal locale di degustazione alla zona in cui sono state ricavate 5 camere eleganti.
      Vini assaggiati ovviamente buoni, ma con un’intenzione anche di mercato chiarissima. Va bene così, ché in questo simpatico blog la diatriba naturali-convenzionali non è ritenuta appassionante e ciascuno può andare serenamente a gusto personale, tanto quel che fa male nel vino è l’alcol
    • Di Filippo non è sul versdante dei naturali ma produce comunque in biologico.
      Le due cantine sono a pochi minuti di distanza (come molte altre) e secondo noi assaggiare nello stesso giorno due idee differenti di vino è un valore. Sta di fatto che i vini li abbiam comprati qui
    • Stavolta non ci siamo passati, ma sulla strada tra le due soste fatte c’è anche Tenuta Castelbuono. Vi sarà subito chiara la collocazione di questa cantina tra le due categorie espresse sopra. Non perdetevi degustazione, visita e, se siete astemi ma vi han fatto entrare lo stesso in zona Montefalco, anche la sola vista del Carapace!
  • in serata, dove incontrare amici storici bellissimi di Perugia se non in un posto bellissimo? Si torna a Borgo Bello, da Sara Boriosi e Giovanni Corazzol, che insieme gestiscono il fantastico Venti Vino.
    Sì, è un’enoteca con un po’ di cose da mangiare in accompagnamento, e sì, c’è tanta tanta attenzione e cura per far uscir fuori dal bancone cose cercate e mai casuali, ma se non fosse per queste bellissime ragioni sembrerebbe comunque un locale nato per far star bene le persone che lo raggiungono, che ci si incontrano o che ci passano anche solo davanti con la curiosità di osservare

Godetevi una vacxanza in queste zone, dateme retta!

Vendemmiata romana 2023, Roma – la vigna del Gianicolo e altre unicità

In un gradevole sabato pomeriggio settembrino i vostri eroi del bello e del buono han partecipato ad un evento che può definirsi unico senza la preocupazione di spararla grossa.

Intro – L’orto botanico, Roma, il vigneto Italia

La premessa per contestualizzare l’evento è una parte rilevante dell’evento stesso e porta con sé parecchie cose su cui riflettere.

Il vigneto Italia è un’idea di Luca Maroni, personalità tra le più note nel mondo del vino italiano (a lui si devono le guide “Annuario dei migliori vini italiani“, per esempio, ma anche molte attività che spaziano dalla filosofia produttiva all’analisi sensoriale fino alla divulgazione per diverse tipologie di pubblico).
Con la collaborazione dell’Università La Sapienza di Roma, nel 2018 un angolo in disuso del fantastico Orto botanico di Roma, meta sulla cui sottovalutazione andrebbe scritto un libro, è stato scelto per far nascere un unicum in termini di biodiversità: 155 varietà di uve a racchiudere tutta l’Italia in poche centinaia di metri quadri, racchiusi a loro volta tra un tratto di mura aureliane e Trastevere.

Parentesi: Con le vigne circondate da muretti a secco i francesi han tirato fuori la suggestione dei Clos. Andrebbe capito cos’altro serva -oltre ad esistere- all’Italia, o anche solo a Roma, per promuovere qualità e valore quando ad esempio si ha uno straordinario vigneto in centro con “muretti” (aureliani) un filino più vecchiotti. Chiusa parentesi.

Insomma, qualcosa di unico si dice che lo abbiamo spesso a portata di mano senza farci troppo caso; che questo a Roma sia dimostrabile in vario modo è ulteriormente chiarito dal vigneto Italia.

Le viti sono gestite secondo scelte che guardano alla biodinamica; non sappiamo a quali livelli arrivino le pratiche in vigna e probabilmente non si è al cospetto di estremismo da “naturali”, ma insomma siamo oltre il biologico. Direi che qui va bene così, un po’ perché di fatto si tratta di una sorta di museo vivo più che di vigneto appositamente destinato a produrre bottiglie da vendere, un po’ perché tutto intorno non è che si stia proprio a contatto con la più pura delle arie e quindi non complicare ulteriormente le cose mi pare una bella scelta. Naturalmente, negli anni difficili, difficile con questa impostazione è anche far vino, tant’è vero che quest’anno la peronospora qui ha di fatto annullato la produzione. Lo scorso anno invece con l’uva prodotta si è arrivati a 600 bottiglie da mezzo litro, 300 di rosso e 300 di bianco.

Il vino

Eccoci qui, assaggiatori di questo bianco e questo rosso. Diciamo che già al racconto introduttivo capiamo di dover avvicinarci alla degustazione resettando un tot di film mentali che consuetamente partono assaggiando: qui parlare di monovitigno, blend, uvaggi, percentuali, territorio è mancare del tutto il focus, che sta altrove fin dalle fondamenta: 79 vitigni per il bianco, 76 per il rosso, in entrambi i casi includendo tutte le regioni italiane. Per quanto mi riguarda mai bevuto nulla di simile quantomeno per composizione.

Com’è andata?

Fossi stato coinvolto in un indovinello senza conoscere alcunché del vino, per il bianco avrei intuito un sauvignon con un accenno di malvasia, per il rosso una sorta di incontro tra aglianico e barbera con un legno non invasivo ma presente a tenere assieme il tutto. Entrambi con quell’aria un po’ ruffiana che danno intenzionalmente i vini prodotti per restituire piacevolezza ed equilibrio formale, magari a fronte di qualche perdita di personalità. Per quanto mi riguarda, quindi, due vini assolutamente gradevoli, certamente corretti, a cui (qui avrei indovinato ma non avrei mai immaginato il motivo, cioè più di settanta uve in un sorso) manca un po’ la caratterizzazione, la peculiarità che ti fa ricordare una bevuta rispetto ad altre.

Intorno al vino – dal calice al futuro

Un evento del genere, per il pomeriggio in sé e per il progetto di anni che gli sta attorno, rende chiaramente il mio assaggio ancor più irrilevante del solito. I temi, infatti, qui sono davvero tanti e si presentano tutti assieme in un attimo.

Guardiamo anche solo il prodotto finale: si sta dimostrando che, nel centro quasi esatto di una tra le metropoli più rilevanti al mondo, si può fare un ottimo vino, condurre una vigna, farlo con metodi sostenibili.

Da lì però si parte e non si sa dove si possa arrivare.

Roma ha un suo vino.
Naturalmente parliamo di un esperimento, di un vino-evento, di un’installazione vivente, perciò il fulcro non lo terrei sul chilometro zero, perché qualche considerazione d’altro tipo viene da sé senza sforzi e non riguarda solo queste due bottiglie stra-ordinarie.
Una città che ospiti una degustazione del genere, tra musiche romanesche e venticello, tra agronomi che raccontano il lavoro e passeggiate, tra la ricerca scientifica e una clamorosa galleria d’arte antica affacciata su quella ricerca, è una colossale matrioska di meraviglie consecutive, una valigia dell’attore con mille maschere, un caleidoscopio di cultura, arte, divertimento e curiosità senza pari.

Da troppo vicino certe cose non si vedono bene, si sa. Allora guardiamo dall’alto: un chilometro quadrato -nel centro dei desideri di ogni viaggiatore- contenente un fiume, un colle verdeggiante, la movida, una cucina da godere, piante da tutti i continenti, secoli di pittura eccezionale, una villa che toglie il fiato, una monumentale fontana con un panorama che incanta, chiese e chiostri imperdibili… e ora due vini.

Non esiste nulla di simile al mondo; c’è da far impazzire chiunque cerchi altro da sé.

Qui c’è un futuro da inventare, a vederla in positivo, perché altrimenti, con occhio un po’ critico, proprio all’ingresso di questo miracolo di giardino che ospitava il miracolo dell’evento, turisti ben informati su Roma e su quel che avrebbero voluto vedere in città erano lì a chiedersi se valesse la pena entrare, cosa ci fosse poi di così particolare in un luogo che, sul piano della comunicazione turistica ma anche al cospetto dei suoi concittadini, non sa presentarsi a dovere -e figuriamoci se sappia presentare l’evento, ben organizzato da Senseventi di Francesca Romana Maroni in una due giorni arricchita di banchi d’assaggio, artigianato di qualità, visite guidate e appuntamenti nel parco-.

Il punto, insomma, non mi pare di nicchia né ozioso, né da vincolare all’evento in sé, che però del punto è un rappresentante perfetto. Per chi l’ha visto e per chi non c’era, diceva il poeta.

Per chi l’ha visto

Qui all’orto botanico, in questo pomeriggio è arrivato, entrando senza indugi, chi segue il mondo del vino, chi per caso aveva programmato proprio per quel giorno un bel momento coi figli da far camminare nel verde, chi conosce ed ama quel posto a cui dedica un saluto periodico. Quel che è accaduto, però, per chi l’ha cercato e per chi se lo è fortunosamente trovato, è una sorta di piccola grande celebrazione laica della storia e del futuro di una città che, nelle solitissime mille contraddizioni di cui ama dotarsi da sempre, sembra poter nutrire di bellezza infinite generazioni umane.

Per chi non c’era

Chi non è entrato, con tutta probabilità perché non ne sapeva nulla, ha perso qualcosa di assolutamente unico che, per esser goduto, richiedeva dieci euro, quelli che la metà dei passanti ha speso qualche decina di metri dopo per bere con esiti un po’ diversi per gusto e olfatto.
Nulla in (de)merito si può attribuire a un’organizzazione che anzi, lo ribadiamo, ha promosso l’evento con professionalità ed efficacemente; il tema è istituzionale e in molti sensi politico, e riguarda la direzione che si vuol dare al futuro: a quello del turismo urbano, a quello dei cittadini, a quello della città e… al futuro in sé.

Evento splendido. Complimenti a Luca Maroni, narratore non banale e capace di ottenere ascolto da una platea certamente eterogenea, e all’organizzazione.