Grosseto per immagini, 2024

Un weekend di quelli per “staccare”, per cambiare visuale e un po’ pure orizzonte, cercando non lontano da Roma un posto tranquillo e per noi sconosciuto.

Eccolo.

Grosseto è, parlando di centro storico, una cittadina dai confini chiarissimi e netti, costituiti dalle mura bastionate medicee e dai giardini che consentono di percorrerle per intero, lungo l’esagono che appunto cinge il centro.
L’effetto è imponente anche se forse ci sarebbe da lavorare per valorizzare meglio questa costruzione ed il verde che ospita, cosa che tutto sommato si può dire anche del centro stesso.

Grosseto è un bel corso pedonalizzato con negozi, una bella piazza col duomo e i portici… e tante piccole vie intorno, semplici e godibili.

Il turismo non è il punto forte della città, e, se da un lato ne siamo stati contenti per la gradevolezza dei giorni che abbiamo trascorso lì, dall’altro ci chiediamo anche come mai la “porta della maremma” sia tutto sommato socchiusa quanto a promozione turistica, a maggior ragione visto che le cose da fare e vedere per un weekend ci sarebbero.

Con pochi minuti di autobus (e pure qui un minimo di informazione non guasterebbe, perché capire qualcosa sugli orari richiede buona volontà) si arriva a Marina di Grosseto, che non abbiamo visto, e a Castiglione della Pescaia, che abbiamo visto e che ci è piaciuta molto per il suo centro sul mare con negozietti, un esteso lungomare pedonale e una parte storica più in alto piccola e intatta.

Per dormire si sta bene e con ottimo rapporto qualità/prezzo al Grand Hotel Bastiani, che ha pure una sala colazioni bella da vedere e vivere.

Per mangiare diciamo sereni sereni Trattoria dal Nic.

Per una birra buona in ambiente informale e sorridente Birra & basta.

Una chicca da gustare, un po’ nascosta ma con raccolta permanente, mostre temporanee ed eventi culturali, è senz’altro il Polo culturale Le Clarisse.

Abbiamo salutato la città ed un weekend molto piacevole con un caffè al bar della stazione.

La scritta sul muro in sala ve la giriamo come invito e ce la teniamo addosso per i prossimi giri.

Datece retta!

Vignaioli naturali a Roma 2025: dove va il vino (e con chi)

Dove siamo stati
(spoiler: a bere)

Roma è faticosa, si dice non a torto, ma offre mille occasioni quotidiane per chi sia curioso di bellezza, cultura, divertimento.
Il vino cos’è, se non perlomeno tutte e tre le cose?

Succede poi che, proprio a Roma, tra le moltissime rassegne dedicate al vino ce ne sia una, ormai divenuta di rilevanza anche storica, Vignaioli Naturali a Roma, partita nel 2008 quando abbinare la parola “naturale” al vino non era ancora nemmeno l’inizio di una moda per certi versi ormai tramontata.
Stiamo parlando, insomma, di una manifestazione solida e costruita su un’idea di vino e di mercato che prescinde dall’hype che il fenomeno ha vissuto già.

Ok, ma cos’è il vino naturale?
(spoiler: di preciso non si sa, ma…)

Cosa cavolo significhi vino naturale è questione che non intendiamo affrontare qui, per via del fatto che fuori da questo blog abbiamo anche una vita; passare un mese a scrivere di semantiche improbabili e non disciplinate sarebbe un esercizio di stile un filino dispendioso rispetto all’utilità che ne avreste in cambio.

Facciamola allora più semplice, anche se ovviamente superficiale:
produttori evidentemente non giganteschi e non industriali scelgono di fare vino minimizzando i trattamenti in vigna, per intensità e tipi di sostanze, nonché muovendosi in totale coerenza con la vigna da quando l’uva arriva in cantina a quando diventa un vino pronto per la vendita. Filosofie, approcci e linee di azione (relative anche all’etica, al lavoro, all’ecologia in senso più ampio) assumono a questo punto tratti più o meno marcati e radicali, ma la sintesi è, in sostanza, un processo agricolo e produttivo il più vicino possibile al rispetto di quel che la natura ha fornito.

Che succede in conseguenza?
Dal punto di vista delle capacità a produrre, fare vino cosiddetto naturale (lo scrivente preferisce dire artigianale) richiede competenza, bravura e attenzione come (o più) che fare vino “convenzionale”, perché il risultato a produrre in questo modo è un vino che i sognatori amano chiamare “libero”, ma che -detta più asettica- ha subìto meno correzioni di rotta in corsa.
Succede quindi che, se il lavoro di viticoltore lo fai in modo approssimativo, il vino sarà pure naturale (e già si potrebbe poi non esser d’accordo sul termine, per motivi talvolta misurabili), ma si collocherà tra l’inutile, l’imbevibile e -nei casi peggiori- il dannoso.
Se invece sei bravo, quel vino diventa a suo modo unico, diventa una storia a sé che, per forza di cose, i convenzionali non potranno essere, e che altri artigianali non vorranno essere.

Insomma, qui non si demonizza il vino convenzionale né si santifica quello artigianale, anche perché un vino convenzionale può esser buonissimo e fatto benissimo e il problema del vino per la salute resta largamente l’alcool. Semplicemente, qui ci si diverte molto di più a bere artigianale, perché il vino racconta al naso, in bocca, negli occhi storie più personali, meno codificate.

Più umano, più vero, direbbe il poeta.

Cosa abbiamo assaggiato
(spoiler: cose buone, in più casi molto buone)

L’elenco dei produttori comprendeva più di cento nomi, sicché disgraziatamente proprio tutto tutto non s’è potuto provare.
Ci si è però trovati assai bene sorseggiando i diversi prodotti che ciascuna di queste cantine qui elencate ha portato:

Nel nostro giro, insomma, son state visitate Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Emilia, Puglia, Piemonte e… Catalogna, appena più lontano.

Molti i rifermentati/ancestrali/pet nat e via dicendo, con produzioni la cui qualità è garantita dal nome Tiziana Gallo, la donna che ha creato la rassegna e portato avanti sempre il tema della qualità a prescindere dal fatto che il naturale fosse fashion. Anche i bianchi macerati hanno avuto largo spazio, com’è normale in questo contesto, e -attenzione attenzione- abbiamo bevuto perfino qualche affinato in barrique di primo passaggio, cosa che invece col contesto ha a che fare ben poco.

Insomma, non che andasse per forza detto, ma bere artigianale dà tanta tanta soddisfazione e gusto, essendo ormai anche piuttosto chiaro e consolidato nel settore che un vino sgradevole ma naturale è sgradevole senza ma; c’è voluto qualche anno, ma il livello medio si è alzato e le discontinuità si sono fortemente ridotte.

Questo specifico evento, peraltro, come abbiamo già detto è da sempre tra quelli che garantiscono un livello qualitativo rassicurante, ma ci ha fatto comunque piacere aver assaggiato solo vini che, per capirci, anche chi non frequenti i naturali può bere senza avere qualche perplessità.
Non ce ne vogliano i produttori di valore: intendiamo solo dire che, in questi anni in cui la moda del naturale ha portato ad un’offerta molto variegata, è capitato di bere… diciamo un po’ di tutto, con qualche filosofo anarchico che, per ideologia o anche solo per poca competenza, ha messo in commercio bottiglie con difetti evidenti, vendute comunque al prezzo di vini che i difetti non li hanno.

Ma come va ‘sto mondo del vino?
(spoiler: dipende)

Il mercato del vino, per motivazioni che le nostre competenze esporrebbero qui in modo scadente, non se la passa benissimo.
La situazione economica (il combinato disposto stipendi bassi-prezzi che salgono) non aiuta affatto. Nel frattempo, oltertutto, quello che non chiameremo storytelling ma che insomma è il modo di proporre il vino sa di vecchio, è spuntato, vende un mondo un po’ pesantone e intellettualoide che, con l’invecchiare di quelli venuti su a degustazioni e corsi per sommelier e l’arrivo di gente più scialla, fa sembrare a questi ultimi la bottiglia di vino come il biglietto da visita di una rottura di maroni, l’ingresso in una stanza polverosa di cimeli da dover riconoscere uno a uno.

I ragazzi -e anche molti “meno ragazzi” ma comunque giovani- vogliono bere per il gusto di farlo in compagnia, ridendo tra una chat e una chiacchiera informale.
Sicuramente le pessime robacce zuccherate, una discutibile idea di mixology o le lattine di intrugli con alcool sono il male, ma che l’alternativa proposta finora sia stata l’obbligo morale di intravedere al naso prima del sorso quantomeno due frutti di bosco e un brand esatto di tabacco essiccato al sole in un quartiere di Marrakech non ha propriamente supportato il desiderio di bere un buon vino.

Sono moltissime le persone che chiedono non tanto un vino diverso, ma un modo diverso di fruirne, di usarlo. Rassegne come questa sono il trionfo (qui a livello alto, ma ce ne sono di più pop) di un modo di vivere che pure nel vino porti racconti, storie di artigiani, caratteri e personalità magari non tutte rettilinee ma -ecco il punto- attraenti, intriganti, che ti fanno avvicinare senza esigere Sapienza.

Poi per carità: qualcuno, magari, dopo l’ennesimo assaggio di questo Sabato romano, aveva la faccia e la lucidità di chi avrebbe probabilmente gradito da lì in poi pure il talco mentolato sciolto nell’orzo in tazza grande, ma perché mai il mondo del vino dovrebbe condannarsi da solo ad essere eternamente non democratico? La selezione all’ingresso per censo nozionistico è ben poco lecita e chi è felice ha ragione (se poi cortesemente magari non guida, ecco).

Insomma è andata bene?
(spoiler: sì)

Ambiente: l’hotel Excelsior di Via Veneto non abbisogna di introduzioni né descrizioni: è un luogo in cui si vanno a spendere 30 euro perché più di cento produttori in due sale molto belle ti fanno vivere un bel pomeriggio assaggiando vini di livello qualitativo medio certamente rilevante, a prescindere dai gusti personali che fanno preferire questo o quello.
Puoi parlare coi produttori e conoscere davvero le storie di una bottiglia, di un’annata, di un terreno, e puoi farlo con uno staff che ha funzionato e un’atmosfera magari anche più pomposa di quel che servirebbe ma che, dài, ti fa dire: perché non viversi qualche ora speciale?

Dateme retta…

Trieste e Lubiana: unboxing

(Ultima visita che era anche la prima: estate 2024)

Eccoci a parlarvi di due città che, secondo noi, possono far parte di un pacchetto-vacanza unico, avendo tra loro una distanza breve e un viaggetto comodo comodo.

Noi le abbiam vissute come ve le raccontiamo sotto, tanto come al solito le info su cosa fare cosa vedere eccetera sono già scritte o dette ovunque in rete.
Il giretto è durato una settimana. Ve lo SCIORINIAMO nella sua semplicità senza che questa debba diventare l’ennesima to-do-list da vacanzieri; siamo convinti che a girar con pochi programmi in testa qualcosa di imperdibile si perde, ma quest’anno è stato bello girar così, e poi… tanto questo è il modo in cui va tutta la vita, no? Te la vivi come meglio credi e impari giorno per giorno a far meglio, mica devi per forza unire sempre tutti i puntini come nella settimana enigmistica.
Va bene così, almeno per stavolta.

Il viaggio

Quel che leggerete si può fare serenamente in treno + pullman. Chiaramente se volete anche girare un pochino oltre diventa preferibile l’auto. Insomma fate voi, ché noi qui mica possiamo decidere per tutti.

Nel nostro caso, per motivi che esulano da questo articolo, il mezzo scelto è stato l’auto. Partendo da Roma può aver senso una sosta intermedia che, a seconda di orario di partenza, traffico e altri fattori potrà capitare da qualche parte tra Bologna e un po’ più su, per mangiare e/o dormire.

Ferrara, così, de botto

Sempre nel nostro caso la sosta è stata Ferrara. Anche qui non dobbiamo spiegare a nessuno che sia una bella città né il perché.

  • Dateme retta alert
    Per dormire abbiam trovato carino, pulito, piacevole, ben gestito e a un prezzo sensato l’Hotel Orologio. Si trova appena fuori dal centro (un quarto d’ora gradevole a piedi), ha parcheggio comodo e gratuito all’esterno e ci ha fornito una camera spaziosa.
    Nota a margine: Secondo noi al buffet dell’ottima colazione, ricco e variegato, mettono i classici formaggioni e prosciuttoni rettangolari a fatte per il target del turista che va rassicurato; a pochi centimetri ci sono formaggi e salumi d’altro livello da poter tagliare su un tagliere. 

Ferrara vale palesemente un soggiorno ben più corposo della nostra mezza giornata. La visita al Castello Estense è stata comunque non solo utilissima perché fuori pioveva, ma anche interessante perché… perché… oh, ma davvero dobbiamo scrivere qui perché il Castello Estense sia interessante?
No.

  • Dateme retta alert
    Abbiam pranzato da Cusina e Butega, a tre minuti dal castello suddetto. Ci è piaciuto il mix di modernità per arredi e ambiente (una ex banca ottimamente riconvertita) e cordialità più calda rispetto alla LOCATION.
    Nota a margine: Il pasticcio ferrarese è divertente! Con grande correttezza ci son state presentate preventivamente le sue caratteristiche, potenzialmente divisive; è buonissimo, ma probabilmente è ancora più buono mangiandolo quando in città ci son meno di venti gradi. Ce n’erano molti di più.

Trieste

Giorno 1

Dopo un caffè nell’unico bar cinese tenuto in disordine della storia recente, il viaggio da Ferrara è ripreso. Entrare a Trieste in auto è passare tutti per un unico punto di accesso e quindi vabbè, lì un po’ di fila si fa, ma pazienza. Bell’arrivo scendendo tra panorama e gente al mare che è città ma anche relax.
All’arrivo passiamo mezz’ora di noie telematiche a tentar di contattarci con l’host dell’appartamento che nel frattempo da ore tentava a sua volta di contattare noi: il portale di prenotazione mi aveva assegnato d’ufficio il prefisso telefonico svizzero (ho verificato, non fate gli spiritosi: io l’avevo inserito correttamente), sicché i messaggi dell’host destinati a me di quel giorno sono ormai perduti nel tempo come lacrime nell’afa. Per festeggiare l’ormai insperato accesso alla casetta ho preso un calice di Sauvignon di Pizzutti a La piccola vineria, localino divertente e simpatico con soli tavolini all’aperto nel vicolo dell’appartamento. Musica dimenticabilissima ma staff sorridente e gentile che invoglia a tornare.

  • Dateme retta alert
    Abbiam soggiornato a La porta bianca, accanto a Piazza Unità d’Italia e nel centro della vita serale. Si sta benissimo, il rumore esterno è annullato dagli ottimi infissi e basta uscire dal portone per immergersi nella vita cittadina.
    Nota a margine: se ci arrivate in auto il navigatore si incarta: vi molla effettivamente più vicino che si possa (meno di 200 metri, giustamente, perché l’appartamento è in zona pedonalizzata), ma non vi dice che NON siete arrivati. Ecco: invece siete arrivati. Cercate parcheggio lì in zona e pagatelo per i giorni di permanenza -se restate in città e vi muovete senz’auto- perché tanto i garage costano di più.

La serata è trascorsa cenando col doggie bag ferrarese (ottimo) e proseguendo con un tuffo nell’allegro caos lungo via di Cavana e affini.

Giorno 2

La colazione al nord è un costo, i subpadani lo sanno. Così è stato anche a piazza Barbacan, salendo in città vecchia, ma va bene così, nulla di inatteso. Si sale a vedere cattedrale e castello di San Giusto, il quale domina la città e ha gli affacci di guardia mica per controllare chi arrivi dai monti, ma proprio i triestini… vabbè, poi la storia ve la racconteranno lì. Bello esserci capitati quando l’associazione culturale Compagnia di Tergeste ci ha raccontato e mostrato un po’ della storia e dei costumi di quei luoghi.

Da lì, vedendo sostare all’uscita il bus dei giri cittadini classici con auricolare, ci si può prendere il gusto di fare i turisti mainstream e farsi portare un po’ a spasso. Si arriva tra l’altro facilmente al castello di Miramare (ma se volete basta un bus di linea). Per raggiungerlo davvero occorrono altri 700 metri di passeggiata, che sono bellissimi perché costantemente affacciati sul mare (sconsigliamo comunque fortemente di fare questi ultimi in auto perché ci si incastra con altre auto per finire probabilmente a non trovare parcheggio. Se non si hanno al seguito persone con problemi di deambulazione è un gesto suicida).

Il castello è bellissimo in più accezioni, ma non staremo certo qui a dirvi quali. Figuriamoci se ci mettiamo a inventare lo spoiler sui castelli. Nello splendido parco attorno al castello c’è tanto posto anche per riposare un po’ e anche un bar dove si può fare un pranzetto; questo possiamo dirvelo.

Nel pomeriggio si è svolta una delle attività che secondo Dateme Retta vanno fatte quando si visita una città: perdersi un po’ a caso lungo la quotidianità di chi lì vive normalmente. All’uopo si riparte da Miramare, che per un po’ a tornare verso il centro è tutto triestini/e sdraiati sul lungomare pavimentato a prendere il sole e far bagni. Molto buffo vedere noi turisti avanzare con discrezione perché non capiamo se si possa camminare dove per i locali c’è sostanzialmente spiaggia.

Poi ecco il bus del ritorno e, appena scesi, si parte con l’esplorazione del borgo teresiano, zona di parallele e traverse in cui quindi non ci si perde poi granché, tra bei negozi e una felice pedonalizzazione che canalizza le auto lungo poche vie. Il canal grande, per alcuni cuore del quartiere, è una sequenza quasi ininterrotta di locali che soddisfano l’ormai consolidata necessità mondiale somma, l’aperiqualunque. Due chiese tengono duro sul mantenere un’identità di qualche tipo per la piazza, come pure tenta di fare il canale stesso. Chissà.

Punto d’orgoglio: abbiamo evitato, a ridosso del quartiere, un qualcosa che chiameremo aperiforno e che usa la moda dei vini naturali (che qui a Dateme Retta si amano più dei convenzionali quando il vignaiolo sa il fatto suo) per via di un’estetica fighetta e pomposa, biglietto da visita per mostrare che con la naturalità non si intrattiene alcuna relazione.
Nota di colore: via Venti Settembre è, non so, un chilometro pedonale di tavoli per aperitivo sotto gli alberi. Piacevolissimo e fatto bene, ma che è tutta ‘sta sete?

  • Dateme retta alert
    Per la cena si è andati sulla storia diciamo recente del luogo: Mastro birraio è un pub aperto da decenni e meta in realtà di non molti turisti, anche perché si trova fuori dalle vie consuetamente attraversate dai più; si va lì se lì si vuole andare, non ci si capita. Se ci si vuole andare -scopriamo una volta accomodati- a volte è anche per far due chiacchiere sulla giornata con l’oste-birraio, che ha gusto e stile nel proporre quel che sa fare bene. Scambiar parole con qualcuno nei pressi del bancone è un attimo e così è stato, contornati da scelte musicali nemmeno di sottofondo decisamente eccellenti seppur di godibilità non ecumenica, diciamo.
    Un posto praticamente perfetto: in sé, per il titolare e per come si mangia e beve.
    Segue sintetica documentazione

Sul ritorno invece un ristorantino con vini belli lo abbiamo visto e un bicchiere al banco (malvasia istriana macerata) ha chiuso alla grande la parte alcolica della serata, andata finora già benone con le birre di cui sopra. Per la prossima visita a Trieste si dovrà passar qui a mangiare: La Betola, si chiama.

Prima di andare a dormire si può godere della bellezza di Trieste dal molo audace. Bello e, d’estate, rinfrescante.

Giorno 3

Per questioni di servizio irrilevanti all’esterno, la ricerca del negozio adatto ci ha portati nella zona di Barriera nuova.

Si è partiti con una colazione in un bar palesemente triestino per storia, frequentato interamente da triestini e da noi, gestito da cinesi. Questo. Buono e pulito. A Trieste, si dice, tutti prendono il caffè ai tavolini che riempiono il centro. Direi che è vero. Il caffè al banco, per quel che abbiam potuto vedere, è una stranezza esotica.

Barriera nuova, dicevamo.

I turisti erano due: noi. Il viale principale, percorso poi abbastanza a lungo, ha mostrato una sequenza di buffet (se non conoscete Trieste non sapete cosa siano lì), venditori di kebab, baretti, mercerie, sartorie e quant’altro, in un mix vivace ma sobrio di umanità e nazionalità d’origini varie che si incrociano in un fluire parso normale, neutro, privo di attriti. Speriamo di non aver sognato troppo.

Tra passeggiate sul lungomare, negozietti, un po’ di riposo e giri per qualche pensierino la giornata è volata piacevolmente. La cena è stata, curiosamente, da Eataly, per via di un affaccio assai bellino (comunque mangiato molto bene e a prezzi corretti).

Che bella città, Trieste.

Lubiana

La strada per Lubiana parte da Trieste in modo bizzarro. Sei lì che guidi in città e il navigatore ti dice di prendere una salitella. Da quel momento ci sono dieci minuti di arrampicata rilevante, accanto ai binari di un trenino che non sembrava operativo.
L’ingresso in Slovenia e in autostrada ti fa sentire tanto tanto un cittadino degli Stati Uniti d’Europa (al momento dell’articolo un sogno remoto), con quell’assenza di segnali di attenzione e un semplice variare di lingua. Nel caso dell’autostrada si esagera con la tranquillità: devi imboccare senza preavviso (o con preavvisi sloveni) l’ingresso giusto, quello di chi ha come noi il ticket autostradale elettronico, che va anticipatamente acquistato ed attivato. Bon, andata. L’autostrada è piacevolissima da percorrere: ci son parecchi lavori in corso, ma tutto viene reso scorrevole da abbondante segnaletica.

Eccoci. Una volata. L’hotel è l’ultimo edificio prima della zona pedonale. Magnifico!
Sistemiamo quel che serve e si va verso il ristorante prescelto in realtà da qualche giorno.

  • Dateme retta alert
    Georgie Bistro spacca. Decisamente. Forse spacca pure le opinioni, perché è proprio evidente che i piatti hanno un’intenzione, un’idea nel farli. A pranzo abbiam trovato la formula a 30 euro per 3 portate, su ciascuna delle quali eran possibili 2-3 scelte. Ogni portata assaggiata, si diceva, appare costruita intenzionalmente volendo raggiungere in una preparazione il più ampio spettro possibile di sensazioni: più colori, più consistenze, più percezioni, poi l’amaro col dolce col sapido, poi il morbido col croccante, poi… ecco, ogni volta tutto in ogni singolo piatto. Può essere spiazzante; per chi scrive è stata una delle esperienze top di ristorazione, in special modo considerando un rapporto qualità/prezzo notevole.
    Segue sintetica documentazione

La città nel suo centro è un fiume che curva a gomito attorno alla collina del suo castello. Le rive sono ovunque un pullulare pressoché totale di locali, ma c’è qualcosa che ti toglie dalla bocca la parola “over”: in primo luogo tutti i lungofiume (ma anche belle fette di centro restante) sono riservati a pedoni e biciclette, sicché ci si cammina molto bene; c’è poi una gestione ordinata del contesto, con tavoli, camminatori e ciclisti che non si danno fastidio. Inoltre l’atmosfera è rilassata, con mille tavolini di chiacchiere tra amici anche locali confusi tra i turisti. C’è poi ben poca necessità di fare attenzione alle trappole turistiche: per la nostra esperienza zero sorprese, zero prezzi strani o non chiari, zero luoghi in cui ci si siede non avendo già capito quanto e come si spenderà.

I due tratti di lungofiume esterni alla parte centrale hanno ciascuno una via parallela poche decine di metri più all’interno; la parte nord-sud è una passeggiata tra negozietti piuttosto gradevoli e diciamo anche più stilosi, mentre la parte ovest-est comincia con un centro commerciale dedicato all’abbigliamento di grandi marche (con prezzi omonimi) e via via diventa più caratteristico, con wine bar, locali e negozietti tematici che virano gradualmente verso l’etnico per temi, colori e profumi. Di giorno è molto vivcace, di sera si fa più romantico.

  • Dateme retta alert
    Sempre lungo la parte di fiume che dal triplo ponte procede verso est, ma stavolta sul lato interno (quindi tra fiume e castello) c’è la piazza del mercato ortofrutticolo e, da questa fino a tornare al ponte, molti locali tutti in linea con un interno che affaccia sul fiume e un esterno strapieno di tavoli. Probabilmente si sta bene in tutti quei posti; noi per un boccale buono (di birra o sidro prodotti dalla stessa realtà) suggeriamo con entusiasmo LOO-BLAH-NAH, che ha l’unico difetto -ne abbiamo sorriso poi assieme- di chiedere al turista nei giorni più caldi se nella birra voglia il ghiaccio. Al nostro mancato rispondere in uno stupito sguardo di silenzio han chiarito che le richieste dei clienti son spesso bizzarre…

Difficile dire se a Lubiana ci sia qualcosa di imperdibile. L’approccio non dev’essere quello da italiano snob che cerca la chiesa col Caravaggio sapendo di non trovarla, perché qui si viene a respirare altro. La cosa davvero imperdibile è probabilmente l’atmosfera, certamente vitale ma non caciarona.

Molto bello e veramente godibile il parco Tivoli, con tanti sentieri, prati e fiori curati benissimo. Nel suo centro c’è una villa che ospita un museo e, naturalmente, un bel bar con un esterno dal bell’affaccio arioso in cui sorseggiare la consueta birra Union, che qui è quella che va per la maggiore. Un laghetto, diversi tavolini per fare magari una sosta mangereccia se vi siete portati cibo, un lungo e largo viale con grandi fotografie da ammirare… è davvero un bel posto, raggiungibile in dieci minuti a piedi dal centro.

  • Dateme retta alert
    Di ritorno dal parco non perdetevi Dapper, un posticino fichissimo fuori da ogni possibilità di raggiungerlo per caso da turisti, anche se attaccato al centro. Qui il “wine terrorist” Primoz Stayer mette assieme due contesti professionali che lo riguardano: produzione e vendita di jeans e camicie di alto livello e vini artigianali. Sì, insomma, potete entrare, dare un’occhiata alla piccola esposizione, farvi consigliare un bicchiere che vi somigli, scambiare due chiacchiere e, com’è accaduto a noi in entrambe le visite che gli abbiam fatto, ritrovarvi in dibattiti su questi e altri mondi con clienti di passaggio come voi da chissà quale posto.

Il centro del centro del centro vi divertirà anche con trenino turistico, barche che vi portano a spasso sul fiume, bici a noleggio (le bici sono ovunque come i pedoni, si era già capito?), una via commerciale (Slovenska Cesta) che può piacere o meno nel suo genere, ma che anche Lubiana ha come tutte le città. Non potrà mancare poi un morso al re dello street food locale che è il burek…

Starete mica notando che manca qualcosa in questa descrizione di Lubiana?
Tipo il castello?
Eh.
Bah.
Un sostanziale parco a tema, raggiungibile a piedi o con efficiente funicolare, in cui praticamente qualunque cosa ha subito interventi, rimaneggiamenti, ristrutturazioni, adattamenti o totali reinvenzioni d’uso, col risultato che immaginare il passato di questo luogo richiede sforzi psichedelici d’astrazione, già solo trovandosi nella piazza centrale che è totalmente ripavimentata e con tre ristoranti. La sala con documentazioni storiche digitalizzate su colonne multimediali è ben fatta e l’organizzazione è curata, ma qui è davvero difficile dimenticarsi dei castelli italiani e di come, con troppa burocrazia di mezzo ma con uno scopo centratissimo, il patrimonio del passato vada principalmente protetto e valorizzato, avendo prioritariamente cura di preservarne l’essenza.

  • Dateme retta alert
    Se a Lubiana arrivate in treno, scendendo verso il centro tenendosi un po’ più verso est incrocerete la Metelkova, area occupata che somiglia ai nostri centri sociali e che probabilmente è più interessante di sera, e poco più giù il museo etnografico, che accanto a sé ha un bar dall’atmosfera molto rilassante, dove tra alberi e altre piante potete scegliervi una sdraio a dissetarvi. Si trova qui.

Che bel vivere, Lubiana.